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Forze dell'ordine e violenza: "Italia sguarnita del reato di tortura"

Nel punto di vista di Amnesty International, le carenze del nostro Paese sul fronte della prevenzione per i casi di brutalità da parte dei tutori della legge. "Impunità o assenza di giusta pena, passano lì dove manca un provvedimento specifico".

» Giustizia e criminalita' Paola Simonetti - 14/12/2009
Fonte: Immagine dal web

Senza legge non può esserci giustizia: quello che non è sancito sulla carta, di fatto non esiste. Un assunto elementare, che tuttavia in Italia stenta a farsi strada, in particolare nell'ambito dei limiti da porre alle azioni delle forze dell'ordine, che qualche volta travalicano i diritti umani dei cittadini. 

Ne è convinta Amnesty International, che nell'ultimo Rapporto sul tema rilancia la denuncia di un vuoto tutto italiano. "Sono due mali conseguenti e centrali del nostro Paese alle prese col rispetto dei diritti umani in merito all'operato degli agenti - spiega a Nanni Magazine, Riccardo Noury, portavoce della Sezione Italiana di Amnesty -: mancanza di prevenzione, ovvero il divieto per legge della tortura, e di punizione. Due capitoli ingiustificatamente assenti ormai da troppo tempo". Una negligenza istituzionale che, aggiunge Noury, "pesa sui cittadini, ma anche su quegli agenti che il loro lavoro lo svolgono con dedizione".

A distanza infatti di 20 anni dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, il nostro Paese resta privo proprio del reato specifico di tortura nel codice penale. Noury parla di un vuoto legislativo che "si abbatte spesso sulle sentenze dei giudici, costretti a ripiegare su altre 'voci' del codice e dunque a comminare pene proporzionalmente troppo blande rispetto al reale crimine commesso dall'agente sotto accusa".  

E se generalizzare è ingiusto, è anche vero, per il portavoce di Amnesty, che "non è più ammissibile archiviare il problema della violenza di alcune azioni di agenti, parlando di 'casi isolati'. La lista di atti scorretti, se non brutali, si allunga. Occorre capire perché e dove intervenire. Continuiamo a chiederci - prosegue Noury -, se e quanto gli agenti che operano in piazza siano a conoscenza degli standard internazionali relativi all’uso della forza e in particolare di quella letale: ovvero che si debba usarla in modo circoscritto e proporzionato e che si debba ricorrere a quella letale solo come ultima risorsa, quando vi è immediato pericolo di vita. Gran parte dei paesi d'Europa si sono dotati da tempo di strumenti legislativi specifici".

Una responsabilità, questa, prettamente e primariamente politica secondo Amnesty, "che andrebbe sancita con un'attività legislativa, ma anche divulgativa da parte dei rappresentanti delle istituzioni, che dobrebbero rendersi artefici di un cambiamento culturale oltre che pratico. Necessaria, dunque, una comunicazione chiara alle forze dell'ordine su cosa è consentito e cosa no, ma anche una diffusione ferma del rispetto dei diritti umani di tutti, nessuno escluso. Questo sì, che potrebbe realizzarsi subito".

Peraltro il generalizzato clima di tensione e paura, "a cui anche le politiche sull'immigrazione - secondo Noury - avrebbero contribuito", si configurerebbe come un substrato di velato razzismo "che di fatto veicola il messaggio che ci siano cittadini di 'serie a' e 'serie b'. Persone queste ultime, sulle quali spesso si scaglia l'assenza di rispetto del diritto, anche da parte delle forze dell'ordine". "Se le istituzioni non cambieranno il taglio dei loro discorsi politici su alcuni temi caldi del nostro Paese, una univoca deriva di odio e rabbia sarà inevitabile".

Il corso degli ultimi 20 anni insegna: "E' una storia che se non è fatta di totale impunità per gli agenti, poco ci manca; che vede sentenze che se da un lato riconoscono che qualcosa è successo, dall'altro puniscono poco o non tutti i sospettati. Se non si sanziona un comportamento errato, si dà il via libera alla sua ripetizione e alla fine si trasforma in routine". Caso esemplae il processo sui fatti del G8 del 2001, nel quale i giudici non avevano a disposizione, perché non sanciti dalla legge, termini per definire quanto accaduto e dunque pene adeguate da comminare.

Un'anomalia della giustizia italiana, che il Rapporto 2009 di Amnesty sui diritti umani, relaziona così: "A luglio 2008, il tribunale di Genova ha condannato in primo grado 15 persone, tra cui agenti di polizia penitenziaria e medici, per le violenze contro i manifestanti detenuti nella caserma di Bolzaneto a luglio 2001. Nelle motivazioni, il tribunale chiarisce che le 'condotte inumane e degradanti' compiute a Bolzaneto avrebbero potuto senza dubbio ricomprendersi nella nozione di 'tortura' adottata nelle convenzioni internazionali", ma devono essere fatte rientrare, ai fini della condanna, in reati minori quali l'abuso d'ufficio, a causa della mancanza del reato specifico nel codice penale. 

"A novembre 2008, lo stesso tribunale  - prosegue il documento di Amnesty - ha condannato in primo grado 13 agenti di polizia per le violenze commesse contro i manifestanti alloggiati presso la scuola Armando Diaz, per calunnia e per fabbricazione di prove false. È improbabile che i funzionari e gli agenti imputati sconteranno le condanne, a causa dell'intervento della prescrizione". "In questi anni - conclude il Rapporto -, la ricerca della verità non è stata agevolata dalle istituzioni coinvolte, né nell'ambito dei processi, né attraverso l'istituzione di strumenti di monitoraggio, quali una commissione indipendente o di una commissione parlamentare d'inchiesta". 

LINK
- Diritti umani in Italia (estratto dal Rapporto Amnesty International 2009)