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Forze dell'ordine e violenza: "Carceri a rischio perché invivibili"

Dopo la pubblicazione del dossier di Ristretti Orizzonti 'Morire di carcere', sui decessi anche sospetti nei penitenziari italiani, parla la coordinatrice Ornella Favero: "Non si può generalizzare, ma la tensione sale dove c'è sovraffollamento".

» Carcere Paola Simonetti - 03/12/2009
Fonte: Immagine dal web

"Le generalizzazioni sono pericolose, rischiano di far arroccare la polizia penitenziaria su posizioni che non aiutano nessuno. Ma certo, è impossibile negare che nelle carceri italiane ci siano casi sospetti di violenze su detenuti da parte di agenti. Situazioni sulle quali occorre una riflessione profonda e interventi mirati, per la condizione di tragico collasso in cui versano gli istituti di pena nel nostro Paese". 

Ornella Favero è cauta, non se la sente di sparare a zero, nonostante i dati relazionati nel recente dossier 'Morire di carcere', curato dalla redazione del giornale di settore che coordina, Ristretti Orizzonti, gettino un'ombra pesante sulle prassi carcerarie degli ultimi anni. La morte di Stefano Cucchi, secondo la testata, "ha avuto l'effetto di scoperchiare il calderone infernale delle morti in carcere, di far conoscere all'opinione pubblica - si legge in un comunicato -, un dramma solitamente relegato alla ristretta cerchia degli addetti ai lavori".

Il documento, che fa il punto su una trentina dei casi più clamorosi, "che richiederebbero un approfondimento nelle sedi opportune" dal gennaio 2002 a oggi, si concentra su quel capitolo di decessi che finisce sotto la voce "per cause da accertare" e per i quali vengono aperte inchieste giudiziarie. Solo nel 2009 i casi "da accertare" sono stati 16 su 148 morti, nel 2008 32 a fronte di 142 decessi. Una quota questa, del più ampio dato che vede in media 150 decessi l'anno (un terzo per suicidio, un terzo per cause immediatamente riconosciute come naturali e un terzo, appunto, per cause non chiare).

Il dossier racconta fra le altre, la vicenda di Marcello L. (29 anni) ufficialmente deceduto per collasso cardiaco, dopo essere caduto battendo la testa il 1° ottobre 2003 nel carcere di Livorno. Una causa di morte a cui la mamma non ha creduto, per la presenza sul corpo del figlio di lividi: foto testimoniano tumefazioni e tracce di sangue sul volto del ragazzo. Poco chiara, nel documento di Ristretti Orizzonti, anche la tragica fine di Hebteab Eyasu, 36enne eritreo. Rinchiuso da due mesi nella sezione Alta sicurezza del carcere di Civitavecchia, il 14 maggio 2006 ufficialmente si toglie la vita impiccandosi. Ma dalle fotografie scattate all'ospedale di Civitavecchia, sottolinea il dossier, "si nota che l'uomo ha una ferita in fronte e una grande macchia rossa di sangue dietro la nuca".
 
"Non voglio certo affermare che la violenza sui detenuti in Italia sia la normalità - aggiunge la Favero -, è però certamente vero che l'attuale pesantissima situazione di sovraffollamento delle nostre carceri, che in alcuni casi è davvero drammatica, alimenta uno stato di tensione generalizzato che può sfuggire di mano e creare il rischio di reazioni violente da parte di agenti, così come fra gli stessi detenuti". "Anche negli istituti definiti modello come quello di Padova, si comincia a respirare angoscia: ora in celle da uno ci vivono in tre. Dai 400 posti disponibili, si è arrivati a far convivere circa 800 persone". "E solo 300 circa - aggiunge - svolgono una qualche attività. Il resto di loro rimane senza far nulla. E questa non può essere definita una vita dignitosa. Se il corso delle cose non dovesse cambiare, credo che la deriva sarà quella che esisteva in Italia prima della riforma, del '75 e dell'86: tempi in cui le carceri erano violente, le repressioni durissime".

Un rischio che si alza lì dove, sottolinea la Favero, "ci sono persone che svolgono un lavoro non gratificante (spesso si tratta di aprire e chiudere celle) in ambienti non vivibili in modo sereno. Il fatto che ci siano stati molti suicidi nella categoria, la dice lunga su come il disagio possa prendere piede". Frustrazione e stanchezza, dunque "possono alimentare la convinzione che la gestione dura di un detenuto sia in grado di aggiungere un valore in più al mestiere. Una malacultura, anche legata ad uno scarso senso di rispetto di diritti e dignità delle persone detenute, che - precisa la cordinatrice di R.O. -, dove ancora sopravvive, andrebbe cambiata, ribaltando il punto di vista con dialogo e scambio".

E se il cambiamento di cultura per alcuni passa attraverso una modifica delle modalità di formazione delle forze dell'ordine, per Ornella Favero risiede invece nella possibilità di coinvolgere gli agenti penitenziari in iniziative corali, che vedano presenti il volontariato, gli stessi detenuti, operatori di settore ma anche le scuole.

"Gli agenti potrebbero essere coinvolti nel confronto con i volontari che si occupano di carcere, ma anche con i giovani, che sempre più spesso hanno comportamenti a rischio detenzione: con la legge attuale sulle droghe, infatti, si rischia anche per il possesso di pochi grammi di hashis. Non a caso stiamo portando avanti un progetto per le scuole che porta i detenuti nelle aule, e i ragazzi a gruppi di due classi alla volta nei penitenziari a confrontarsi con chi è dietro le sbarre". 

"In questo percorso - conclude la Favero - abbiamo più di una volta chiamato in causa anche la polizia penitenziaria, separatamente, perché i ragazzi capissero i suoi compiti. Questo è stato vissuto molto positivamente dagli agenti. Ed è qui che davvero potrebbe innestarsi un nuovo ruolo della categoria, come promotrice di legalità". 


DOCUMENTI
- Dossier 'Morire di carcere'

LINK
- Ristretti Orizzonti