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Forze dell'ordine e violenza: Bonini, "dall'odio sociale nessuno è immune"

Le riflessioni del giornalista e scrittore, autore di 'Acab', documento inquietante sulla brutalità circolante fra i tutori della legge. "Un'aberrazione figlia del nostro tempo, sempre più pervaso dalla rabbia".

» Cronaca Italia Paola Simonetti - 10/09/2010

Sono i conti aperti dell'Italia. Anzi, dello Stato nei confronti dei cittadini e di sè stesso. Conti dolenti su cui dibattito e indignazione si riaprono puntuali con l'arrivo dell’ennesimo episodio esemplare per il quale si spendono fiumi di parole, oltre che lacrime di madri e genitori impotenti, ma dei quali si perde la cifra. La verità sui fatti che coinvolgono a vario titolo forze dell'ordine violente e prevaricatrici, passa di rado, come denunciano molti, per le aule dei tribunali, dove le sentenze se arrivano non riescono a celebrare una giustizia giusta.
La verità sembra essere altrove. Qualcuno la rintraccia nell'omertosa natura dei tutori della legge, troppo corporativi per essere capaci di denunciare dal di dentro le 'mele marce'. Qualcun altro la intravede, invece, nella selezione stessa di coloro che intraprendono questo mestiere, se non nella loro formazione, molto improntata all' 'interventismo' e quasi totalmente avulsa da un’etica dell’applicazione del diritto umano e civile. La risposta è invece più liquida, vasta, pervasiva per Carlo Bonini, giornalista e scrittore, autore di 'ACAB', libro edito da Einaudi, documento sconcertante sul punto di vista interno alla categoria, elaborato entrando nella chat di un corpo speciale, ma anche ripercorrendo i più clamorosi fatti di cronaca degli ultimi anni. 

"Le nostre forze dell'ordine non stanno dirigendosi verso la deriva 'cilena' golpista, come qualcuno ha ipotizzato. Non è questo il problema - dichiara Bonini a NanniMagazine -. Credo invece che siano profondamente ammalate, perché contagiate dallo stesso virus che si è mangiato buona parte del tessuto connettivo di questo Paese". "Parlo di una forma di furia, di rabbia in cui si è fatta strada l'idea - prosegue il giornalista -, poi diventata luogo comune accettato, che esista una sorta di zona franca in cui gli individui 'marginali', il tossico, l'immigrato o anche l’antagonista, quale che ne sia il colore, siano assolutamente sovrapponibili dal punto di vista dell’approccio adottato da poliziotti, carabinieri, agenti penitenziari: vengono di fatto consegnati a prassi violente, perché considerate fasce sociali di 'serie b', dunque con diritti affievoliti".

La copertina del libro di Carlo Bonini "Acab"[Fonte: Einaudi]Una tendenza ferocemente classista, non più basata sul reddito ma sullo status, che tuttavia, sottolinea il giornalista, è oggi il “brodo” sociale entro il quale le forze dell’ordine si muovono e del quale, spesso, sono figlie. “Il tasso di violenza verbale che permea il dibattito pubblico, ci consegna il profilo del nostro Paese – prosegue Bonini-. Il resto si consuma sui marciapiedi, nelle case, su media. E purtroppo gli uomini dell’ordine leggono i nostri stessi giornali, vedono la nostra stessa tv. La cultura che gli ruota attorno questo comunica loro”.

La sensazione che un certo giustizialismo spiccio, stimolato dalla malagiustizia e dalla non certezza della pena per i criminali accertati, possa aver creato un'anomalia nell'applicazione delle legge da parte dei suoi tutori, non convince del tutto Bonini. "Può darsi che influisca anche una componente di punizione 'preventiva' da parte del poliziotto o carabiniere di turno quando si acchiappa un presunto malvivente - dichiara il giornalista-, una filosofia del tipo 'Intanto ti prendi un po' di botte da me, se mai la giustizia non farà il suo corso in aula' ". "Io però vedo che la giustizia funziona molto bene per i criminali 'minori', il piccolo spacciatore o tossico in carcere ci va per direttissima, come è successo a Cucchi. Quindi mi viene di pensare che su di loro si concentra la violenza generata da frustrazioni collaterali, perchè rappresentano una fascia di cittadini i cui diritti possono, in qualche modo, essere più facilmente trascurati. E' su di loro che si esercita il rigore della giustizia penale e della punizione fisica". 

Una sfumatura questa, affrontata dall'autore in 'Acab', dove si segue la parabola di vita professionale di tre celerini (fra i partecipanti ai pestaggi del G8 di Genova), che degli antagonisti cominciano a smarrire le differenze, immigrato, tossico, ultra, tutti accomunati dall'essere destinatari del manganello, una sorta di cieca furia vendicativa: "In loro, gli uomini in divisa vedono spesso sè stessi, il proprio  dramma: la rabbia di quello che bastonano, è la rabbia che loro stessi incubano nelle loro vite di tutti i giorni. Questo è il punto vero". I cittadini, dal canto loro, esprimono la giusta rabbiosa dose di indignazione, quando sono direttamente colpiti dalla violenza 'di Stato': "Quando un figlio torna a casa fratturato dopo essere stato ad una manifestazione, allora ci si accorge di cosa è fatta la brutalità di cui stiamo parlando, mentre per lo più, resta qualcosa di molto lontano da noi, perchè colpisce loro, i marginali".

La cornice sociale e legislativa in cui si muovono questi uomini in divisa, tende sempre di più a spaccare il Paese, secondo Bonini, in due parti: un 75% della popolazione sempre spinto verso la marginalità appunto, e un 30, che rappresenta la classe dirigente, a cui è assicurata l'impunità. Questa disfunzione dell'applicazione della legge, è stata lasciata colpevolmente marcescente,  dice l'autore di 'Acab', da parte di tutta la classe politica nel corso dei decenni, che ha preferito stare a guardare piuttosto che mettervi mano: "Per i rappresentanti del governo e della politica è molto più facile dire che coloro che si macchiano di violenza all'interno della categoria sono delle 'mele marce', casi isolati - prosegue lo scrittore -, eliminati i quali tutto può ricominciare esattamente come prima". 

"Diversamente, si dovrebbe progettare un cambiamento di così vaste proporzioni da dover rimettere in discussione molta parte del sistema, che fa riferimento a formazione delle forze dell'ordine, gestione tecnica dell'ordine pubblico, ma anche ai fondamentali della convivenza civile. Non è un caso - aggiunge -, che dopo l'uscita del mio libro solo la categoria si è scomodata a fare riflessioni e dibattiti, mentre la politica è rimasta in assoluto silenzio. E questo purtroppo non riguarda solo il mio libro, ma anche i fatti di cronaca".

La stessa legislazione attuale, sottolinea Carlo Bonini, esprime un paradosso in termini di gestione della criminalità che la dice lunga sulla piega culturale dell'Italia: "Il provvedimento sugli stupefacenti, negli ultimi cinque, otto anni, ha prodotto un esercito di giovani pregiudicati - afferma -: sono spesso ragazzini beccati con tre grammi di hashish o consumatori occasionali di cocaina il sabato sera, che di pregiudicato arrivano ad acquisire lo status ma non le modalità esistenziali". "Giovani che ingrossano quella fetta di società verso la quale il celerino o il carabiniere ha indistintamente la stessa visione: quella 'marginalità pregiudicata' della quale parlavo, che poi finisce nella mani violente della legge. Un sistema che, in qualche modo, si autoalimenta". "Cambiare questa cultura è quanto di più complesso si possa immaginare. Perchè - conclude Bonini - per recuperare un meccanismo di normalità democratica, si dovrebbe ripristinare quel principio di uguaglianza che è stato spezzato, formalmente e nel senso comune".


LINK
- Un estratto di Acab
- Scheda 'Acab' (Einaudi)