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Accordo Turchia-Armenia: patto di pace sul precipizio

A Zurigo l'intesa per normalizzare i rapporti tra i due Paesi divisi dal genocidio armeno e dalla contesa della zona denominata 'Giardino Nero'. Sulla tregua tra Ankara e Yeveran pesa la minaccia dell'Azerbaijan, che detiene il potere sul petrolio.

» Asia e Medio Oriente Valentina Marsella - 12/10/2009
Fonte: www.cdt.ch

Turchia-Armenia, 10 ottobre 2009, pace fatta. O così sembrava. Ma è durata solo il tempo di una notte l'euforia per la firma, il dieci settembre all'Univesità di Zurigo, dello storico accordo di pacificazione fra i due Paesi, dopo quasi un secolo di ostilità e recriminazioni per il genocidio degli armeni sotto l'impero ottomano. 

Un evento tragico che ancora oggi condiziona non poco il difficile clima tra i due territori: tanto da mettere in pericolo la stessa firma dell'accordo che ha subìto un ritardo proprio per alcune "obiezioni", come hanno svelato fonti diplomatiche accreditate, "della parte armena su formulazioni inaccettabili riguardanti il processo di riconoscimento del genocidio contenute nella dichiarazione della Turchia".

A firmare il patto, i ministri degli Esteri turco Ahmet Davutoglu ed armeno Edward Nalbandian. Al primo importante passo verso la cessazione di quasi 100 anni di conflitti, ha preso parte anche il segretario di Stato americano Hillary Clinton, inviata in Svizzera dal presidente Barak Obama. La Clinton, arrivata in orario per la firma, è uscita dall'Università per poi rientrarvi dopo qualche ora. Per un attimo infatti, si è temuto che l'intesa fosse saltata per divergenze inconciliabili emerse all'ultimo minuto.

Ma dopo lunghe e difficili discussioni, "l'Armenia è riuscita a modificare il testo" e si è raggiunto un primo punto d'incontro. Ma non è bastato a ristabilire toni pacifici, in un contesto dove gli interessi economici legati soprattutto al petrolio dominano i rapporti facendoli spesso vacillare. Infatti, il giorno dopo la sottoscrizione del patto in cui il governo di Berna ha svolto il ruolo di mediatore per un riavvicinamento tra Ankara e l'ex repubblica sovietica, si sono ripresentati nuovi ostacoli a una definitiva e duratura normalizzazione delle tormentate diplomazie dei due territori.

A riportare ancora una volta gli animi su un terreno di ricatti e veleni, il premier turco Tayyip Erdogan, che ha chiesto espressamente all'Armenia di ritirare almeno parte delle proprie truppe dal Nagorno-Karabakh, dal turco tradotto 'Il Giardino Nero', regione contesa con l'Azerbaijan e per oltre sei anni al centro di una guerra civile che ha provocato, tra il 1988 e il 1994, diverse migliaia di morti. In cambio, il Parlamento di Ankara sarà disposto a ratificare i protocolli firmati in Svizzera, e dunque a riaprire la frontiera.

Il 'Giardino Nero' è il simbolo del difficile processo per la ratifica dell'accordo da parte dei Parlamenti dei due Paesi, un cammino che si prospetta molto lungo e tortuoso. Nel 1923 l'Unione Sovietica incorporò il Nagorno-Karabakh all'Azerbaijan, ma la popolazione di quell'area non ha mai perso le speranze di riunirsi alla 'madrepatria', l'Armenia. Nel 1988 il sogno sembrava a un passo, ma una guerra civile con migliaia di vittime lo ha fatto sfumare. Oggi l'Azerbaijan insiste sul rispetto della propria integrità territoriale, mentre l'Armenia invoca il diritto all'autodeterminazione dei popoli. Ecco perché la reazione all'accordo di Zurigo da parte del governo di Baku, capitale azera, è stata di dura condanna, minacciando una possibile instabilità nel Caucaso meridionale.

L'Azerbaijan ritiene che l'apertura della frontiera tra i due Paesi rimetta in discussione l'architettura della pace e della stabilità nella regione del Caucaso, di enorme importanza strategica anche per gli approvvigionamenti energetici. Nell'area del Mar Caspio sono infatti concentrate ingenti riserve di idrocarburi.  Recenti stime hanno rilevato come le riserve di petrolio, in quell'area che racchiude  Azerbaijan, Turkmenistan e Kazakistan, dovrebbero aggirarsi intorno ai 200 miliardi di barili, oltre il 15% delle riserve mondiali. E ciò rende strategico il 'corridoio' dell'oro nero del Caucaso meridionale. 

Punto di origine di ogni rotta energetica che parte dal bacino del Caspio, fino ad oggi il governo azero ha lavorato con i Paesi occidentali e la Turchia, invece che con la Russia, per realizzare gasdotti e oleodotti che hanno i loro terminal sulla costa mediterranea turca. È per questo motivo che adesso, dopo il riavvicinamento tra Turchia ed Armenia, Ankara deve fare attenzione a non urtare la suscettibilità di Baku. Infatti, se al miglioramento delle relazioni turco-armene non faranno seguito garanzie da parte di Yerevan, capitale dell'Armenia, per la fine dell'occupazione del Nagorno-Karabakh (l'enclave cristiana in territorio azero) il governo azero si sentirà come tradito da Ankara. 

"Noi - ha detto Erdogan ventiquattro ore dopo l'accordo - presenteremo i protocolli al Parlamento. Ma l'assemblea dovrà esaminare la situazione in atto fra Azerbaijan ed Armenia per decidere se ratificare gli accordi. Stiamo cercando di migliorare le nostre relazioni con l'Armenia, senza però ferire i sentimenti azeri". Un messaggio lanciato, tra le righe, al governo di Baku per rassicurarlo sulla sua posizione. Ma il ministro degli Esteri azero non ha perso l’occasione per rimarcare con forza in una nota ufficiale, che la “normalizzazione delle relazioni fra Turchia e Armenia, prima del ritiro delle forze armene dai territori azeri occupati, è in diretto contrasto con gli interessi nazionali dell'Azerbaijan e getta un'ombra sulle relazioni fraterne con la Turchia".

Già poco appoggiato dall'Occidente per la mancanza di efficaci prese di posizione contro l'intervento militare russo in Georgia nell'estate del 2008, l'Azerbaijan potrebbe cedere il suo gas e il suo petrolio alla Russia per ingraziarsela, e ciò, segnerebbe la fine del corridoio Est-Ovest nel Caucaso. Il momento non è facile neppure per il presidente armeno Serge Sarkissian, che dovrà fare i conti non solo con l'opposizione interna ma anche con quella della diaspora, secondo cui il suo paese sta prendendo "decisioni responsabili nonostante le inguaribili ferite del genocidio". E ha ammesso che "non c'è alternativa all'allacciamento di relazioni con la Turchia senza alcuna precondizione. È il volere dei tempi".

Ankara vuole infatti che l'Armenia ritiri almeno "una parte delle truppe" dal Nagorno-Karabakh per dimostrare la volontà ad accelerare la riapertura del confine comune, ma il governo di Lerevan non avrebbe ancora accettato la proposta. Così, ci si potrebbe trovare davanti al paradosso che Turchia e Armenia potrebbero, pur riallacciando le relazioni diplomatiche, non riaprire la frontiera.


APPROFONDIMENTO DALL'ARCHIVIO DI NANNIMAGAZINE.it
- Turchia-Armenia: diplomazie in riavvicinamento