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Scuola e immigrazione: in Italia un percorso a ostacoli

Scongiurata l'ipotesi dei "prèsidi-spia", l'istruzione italiana continua il difficile percorso dell'integrazione degli alunni stranieri.

» Immigrazione Laura Croce - 06/08/2009

Gli esami di maturità sono ormai conclusi e, a parte la constatazione di un aumento nelle bocciature e le riflessioni sul carattere innovativo delle tracce scelte dai ragazzi per il tema, sembra essere rimasto poco su cui discutere. 

Quest'anno, in realtà, una nube passeggera ma allarmante si è stagliata sulle prove delle scuole superiori, in relazione alle quali si è cominciato a parlare di Presidi-spia, o altrimenti detto della norma prevista in una delle prime bozze del controverso Pacchetto Sicurezza, in cui si contemplava la  possibilità per i dirigenti scolastici di denunciare gli alunni in condizione di clandestinità. Un'ipotesi eliminata dal testo di legge già da inizio maggio, dopo l’intervento dello stesso Presidente della Camera Gianfranco Fini, in palese contrasto con l'orientamento internazionale e con la disciplina in vigore. 

Se fino alla metà degli anni '90 i figli degli immigrati irregolari potevano essere iscritti agli istituti scolastici solo con riserva (ferma restando l'impossibilità di conseguire un titolo al termine del ciclo di studi in caso di mancata regolarizzazione), è ormai dai  tempi della legge Turco-Napolitano, la  n.40 del 1998, che anche per i clandestini sono stati sanciti precisi diritti, tra cui quello alla sanità, al ricongiungimento familiare e all'istruzione, corredati dall'obbligo di iscrivere a scuola tutti i minori  in qualsiasi periodo dell'anno e senza alcun limite legato al proprio status.

Nonostante la chiarezza di una simile previsione (confermata negli anni successivi da molte circolari ministeriali), la Preside di un istituto superiore di Padova ha fatto girare per le classi quinte della sua scuola una comunicazione in cui si invitavano gli studenti stranieri a presentare copia del permesso di soggiorno come condizione per sostenere l'esame di maturità. Una richiesta in tutto e per tutto contrastante con l'attuale ordinamento scolastico che, oltre ad aver creato un piccolo caso, può essere considerata come il sintomo della situazione un po' caotica in cui versa il rapporto tra scuola e immigrazione, dove a fronte di solenni previsioni di principio sembra mancare un quadro unitario di misure e indirizzi con cui affrontare i problemi più scottanti.

Secondo gli ultimi dati Istat, dal 2001 al 2006 il numero di alunni immigrati nel nostro paese è aumentato del 65,8% , superando quota 560mila e arrivando a rappresentare il 5,6% degli studenti iscritti negli istituti italiani. Si tratta di una crescita se non proprio improvvisa, quanto meno repentina, che ha riportato alla ribalta con prepotenza il tema dell'integrazione scolastica degli stranieri, sia dal punto di vista strettamente didattico sia da quello del rapporto con gli alunni italiani e le loro famiglie.

Come mette in luce il rapporto Censis 2008 sulla scolarizzazione dei minori di origine immigrata, questo fenomeno ha assunto in fretta dimensioni sì estese ma anche molto differenziate a seconda delle aree geografiche e dei comuni di insediamento, tanto da generare risposte per lo più locali e quasi mai coordinate. Se, ad esempio, in Emilia Romagna, in Umbria e in Lombardia gli alluni immigrati sono  circa il 10%, nel Lazio la percentuale scende al 6%, mentre non arriva a superare il 2% in nessuna delle regioni del Sud. Senza contare poi le differenze riscontrabili perfino tra i quartieri delle grandi metropoli e la grande varietà nelle nazioni di provenienza dei ragazzi, ben 191 secondo le stime.   

Nonostante i principi del pari diritto allo studio e della dimensione interculturale dell'istruzione, fissati dalla l. 40/1998 e dai successivi interventi del Ministero (la creazione di un Osservatorio nazionale sul tema e di documenti programmatici come "La via italiana per la scuola interculturale e l'integrazione degli alunni stranieri"), dalle indagini condotte dal Censis emergono comunque problematiche di una certa gravità.

In prima linea si stagliano la necessità di una formazione più adeguata dei docenti (soprattutto riguardo all'insegnamento dell'italiano come seconda lingua) la scarsità di mediatori e strutture stabili che garantiscano un rapporto continuo con gli alunni immigrati e le loro famiglie, la mancanza di un sistema di rete fra le scuole. Non meno rilevante, però, si presenta il rischio sempre più incombente della ghettizzazione, con un consistente aumento della "fuga" degli studenti italiani verso altre scuole e il raggruppamento degli stranieri in determinati istituti, soprattutto nel Centro-nord.

In apparenza, non sembrano esserci particolari criticità legate alla fase dell'accoglienza: circa il 70% degli insegnanti dichiara di rispettate le linee guida ministeriali, provvedendo a inserire l'alunno nella classe corrispondente alla sua fascia di età, a non stabilire un tetto massimo di stranieri, ad accogliere le domande di iscrizione in qualsiasi momento. Si tratta comunque di attività non universalmente diffuse e non sempre strutturate secondo un preciso protocollo: situazione che peggiora quando si prendono in considerazione gli stadi successivi dell'integrazione scolastica.

Basti pensare che solo in un terzo dei casi gli insegnanti parlano dell'esistenza di strumenti o programmi specifici per rapportarsi alle famiglie d’origine, mentre circa il 40% delle mamme straniere non sa se nella scuola dei propri figli esista un numero limite di immigrati per classe, se si tenda a iscriverli nell'anno giusto rispetto alla loro età anagrafica, o se vi siano a disposizione mediatori culturali o materiali informativi disponibili in più lingue.

La ricerca di una relazione con il contesto di vita degli studenti non italiani, dunque, appare come un tema crucciale, tanto più che a riguardo si registrano pericolose indifferenze e opinioni fortemente contrastanti. Se la maggioranza degli insegnanti ritiene che i rapporti della scuola con le famiglie straniere non siano diversi da quelli usualmente instaurati con gli altri genitori, un'ampia quota della classe docente li ritiene inesistenti a causa delle difficoltà di comunicazione (ben il 19%), del gap culturale (12,8%) o della scarsa importanza attribuita dagli immigrati all’istruzione dei propri figli. Opinione, quest'ultima, secondo il Censis diffusa  nel 10,3% dei casi, salvo crescere fino al 15,5% nel Nord-Est dove, agli occhi degli insegnanti, le relazioni con i genitori stranieri sembrano su tutta la linea più problematiche.

Dal punto di vista della didattica, invece, le questioni più importanti si identificano con l'impreparazione dei docenti ad affrontare il rapporto con culture diverse, nonché col nodo della scarsa conoscenza della lingua italiana da parte degli alunni stranieri, definita anche dalla gran parte dei loro genitori (44,4%) come uno degli scogli principali all'apprendimento, insieme alla difficoltà nel seguirli nei loro studi a casa.

Ostacoli che in realtà rimandano a un’altra grave carenza, cioè quella di professionalità e strutture pensate in modo specifico per rispondere alle esigenze di una scuola sempre più multietinca. Il 43,2% dei docenti segnala la presenza nel proprio istituto di insegnanti specializzati nell’insegnamento dell'italiano come seconda lingua, mentre solo nel 38,4% dei casi è possibile ricorrere all'esperienza di mediatori culturali. Le difficoltà linguistiche, cui vengono imputate un po' tutte le problematiche dell'integrazione scolastica, non vengono poi affrontate attraverso modifiche nel metodo o nei contenuti didattici, bensì attraverso l'uso massiccio di laboratori fuori dal normale orario di studio (circa il 40% dei casi). 

Il problema dei risultati scolastici degli alunni immigrati appare, in effetti, tutt'altro che trascurabile, con casi di abbandono decisamente più frequenti della media e tassi di promozione che variano dal -3,6 al -14,4% in misura proporzionale all'aumento di grado della scuola. Un fenomeno riscontrabile soprattutto in quei ragazzi che non hanno cominciato il proprio ciclo di studi in Italia, e del tutto simile a quelli già studiati in paesi d'immigrazione molto più paludati come Stati Uniti e Francia.

Infine non bisogna dimenticare il pericolo sempre strisciante della discriminazione, che per quanto non sembri raggiungere livelli di particolare criticità nei rapporti tra studenti, è di notevole intralcio a una relazione serena con la scuola. Nel Nord-Est,  il 23,1% delle famiglie straniere (a fronte di una media nazionale del 14,1%) ritiene che gli insegnanti non trattino nello stesso modo gli immigrati, mentre dappertutto, tranne che nel sud, è ancora alta la percentuale di quanti non ritengono soddisfacente il rapporto con i genitori italiani. 
 
Ne esce un quadro complessivo in cui il nostro sistema scolastico sembra sospesa tra una buona impostazione di principio e la complicata gestione pratica di esigenze a cui l’insegnamento tradizionale non sa dare piene risposte. In più bisogna registrare la distanza tra i processi attivati a nord e sud, dove le differenze strutturali del fenomeno migratorio stanno provocando un divario forse non troppo rilevante nell’immediato, ma che rischia di trasformarsi col tempo in un ennesimo ritardo del Mezzogiorno. 

Come recita il rapporto Censis, "è giunto il tempo di passare ad interventi di più ampio spettro, che si preoccupino dei buoni esiti finali e del proseguimento delle carriere scolastiche in una logica di pari diritti e pari opportunità".

LINK  
- Rapporto Censis