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Iran: allarme diritti umani, "pena di morte per i manifestanti"

Intervista a Mahmood Amiry-Moghaddam: "La comunità internazionale intervenga per fermare gli spargimenti di sangue".

» Asia e Medio Oriente Mitra Romani - 18/06/2009

Dopo le manganellate, gli spari e il carcere, i manifestanti in Iran oggi rischiano anche la condanna a morte. Il procuratore della Repubblica della città di Isfahan (coinvolta in questi giorni dalle proteste post-elezioni) ha detto che le persone arrestate per i disordini in corso nel Paese potrebbero essere impiccate con l'accusa di essere Mohareb ("contro Dio").

Il magistrato, Mohammad Reza Habibi, intervistato dall'agenzia Fars, ha affermato che "il codice penale islamico prevede la pena di morte per coloro che creano danneggiamenti e incendi, considerandoli Mohareb". Habibi ha aggiunto che i promotori dei disordini sono "legati a gruppi anti-rivoluzionari e ai nemici stranieri".

La notizia non fa che aumentare le preoccupazioni delle associazioni che si battono per il rispetto dei diritti umani nella Repubblica Islamica. "È un fatto molto grave che, purtroppo, non fa che aumentare i nostri timori di un prossimo spargimento di sangue", commenta a caldo Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce del network indipendente Iran Human Rights che si batte contro la pena di morte.

Secondo le organizzazioni per la difesa dei diritti umani in Iran, il regime si starebbe preparando a un forte giro di vite per mettere fine alle proteste e alle richieste di democrazia. "La decisione di considerare 'Mohareb' i dimostranti ne è la controprova", conferma Amiry-Moghaddam. "Mi ricorda  molto - prosegue - quello che avvenne nel 1991: allora il regime usò la Guardia della Rivoluzione per spezzare le contestazioni di piazza. Ci furono arresti di massa e esecuzioni sommarie. Nessuno può dare i numeri precisi ma fu un vero e proprio massacro: si parla di 20 o 30 mila persone uccise"”.

I segnali di un inasprimento della situazione erano già evidenti nei giorni scorsi. "L'allontanamento dei giornalisti stranieri, le restrizioni sulle comunicazioni, il blocco dei cellulari e dei blog su internet, la chiusura dei giornali dell'opposizione, l'attacco ai dormitori universitari contri gli studenti che stavano dormendo", elenca Amiry-Moghaddam. "Siamo di fronte a un'escalation della censura, che serve per diffondere il terrore e favorire le violenze. In questo clima, potrebbero essere più facili le azioni del corpo armato delle Guardie della Rivoluzione contro i dimostranti disarmati".

A rovinare i piani degli ayatollah potrebbe essere la comunità internazionale. Ma questo avverrà soltanto se l'attenzione suscitata in Occidente dalle manifestazioni in Iran si trasformerà in una netta presa di posizione contro le violenze. Lo ribadisce Amiry-Moghaddam, lanciando un vero e proprio appello: "L'Europa e l'Onu devono lanciare un forte monito all'Iran. Il regime iraniano deve comprendere che se aprirà il fuoco sui dimostranti andrà incontro a serie conseguenze". 

"È necessario - conclude Amiry-Moghaddam - che le autorità comprendano che il mondo non sta lasciando soli i manifestanti e che non saranno consentiti atti contro l'umanità. E' necessario che la comunità si muova ora prima che sia troppo tardi".