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Energia: Obama e la scommessa delle fonti rinnovabili

Il presidente americano dà un nuovo impulso al Paese per trasformare la crisi economica in un'opportunità di cambiamento, ma...

» Mercato, Consumi Sergio Di Carlo - 04/05/2009

La crisi finanziaria ha posto il mondo di fronte a quei problemi di cui da anni ormai si parla, ma sui quali, in concreto, si è fatto ben poco. Tra questi c’è, sicuramente, la “questione energetica”. 

I mutamenti climatici che interessano la Terra sono solo uno degli aspetti di questa problematica più ampia, che comprende, tra gli altri, i temi dell'efficienza energetica e di una più ampia diffusione e più equa distribuzione dell'energia. Negli articoli correlati a questo speciale, abbiamo apprezzato i termini monetari della vicenda e quello che autonomamente l'economia sta facendo a riguardo. 

E la politica? Da un lato è certo che un impulso deciso ad affrontare il problema energetico in maniera strutturale deve venire dai governi. Dall'altro non tutti hanno adottato o stanno adottando la stessa strategia. In questo articolo, quindi, analizzeremo le scelte compiute dagli USA, guardando sostanzialmente alle misure contenute nel Recovery and Reinvestment Act, ossia il piano anti-crisi varato da Obama. 

Iniziamo fornendo qualche numero. Il piano mette in campo, complessivamente, circa 787 miliardi di dollari, di cui 45,2 costituiscono fondi destinati al Department Of Energy (DOE). A loro volta, questi 45 miliardi vengono così suddivisi: 32,7 miliardi sono sostanzialmente dei fondi destinati a finanziare direttamente dei programmi del Department Of Energy; 6 miliardi sono destinati al "Loan Guarantee Program": 6,5 miliardi vanno, invece, a finanziare i progetti di due agenzie del Department of Energy (la WAPA e la BPA), principalmente rivolti al miglioramento e ampliamento della rete distributiva.

Entrarando un po' più nel dettaglio, la somma dedicata specificamente alle energie rinnovabili e all'efficienza energetica è pari circa a 6,7 miliardi di dollari, a cui si aggiungono i 6 miliardi del Loan Guarantee Program. Procediamo con ordine. I 6,7 miliardi destinati ai programmi del DOE vengono così distribuiti:

- 3,2 miliardi all'Energy Efficiency and Conservation Block Grant (EECBG) Program, ossia un piano che fornisce dei sussidi federali alle unità del governo locale alle tribù indiane affinché vengano implementate strategie per ridurre il consumo di energia e migliorare l’efficienza energetica e per ridurre le emissioni legate all’utilizzo di combustibili fossili;

- 2,5 miliardi per ricerca, sviluppo e impiego di tecnologie relative alle biomasse, all'energia geotermica e all'idrogeno;

- 700 milioni per lo sviluppo di programmi dedicati all’applicazione di nuove tecnologie al settore dei trasporti;

- 300 milioni per l'Energy Star (un'iniziativa volta a identificare con il marchio di una "stella" i prodotti più virtuosi dal punto di vista energetico).

Per quanto riguarda invece il Loan Guarantee Program, si tratta di un provvedimento reso operativo nell'ottobre del 2007 dall'amministrazione Bush, che prevede la possibilità per il DOE di prestare garanzie (anche fino al 100 per cento dell’importo, qualora l'operazione abbia determinati requisiti) su debiti relativi a progetti che impieghino tecnologie nuove o esistenti (purché significativamente migliorate) che consentano di eliminare o ridurre le emissioni inquinanti. 

Destinatarie di questo programma sono sostanzialmente delle società del settore energetico che, in questo modo, riescono a reperire più agevolmente le risorse atte a finanziare le loro iniziative. I 6 miliardi individuati dal piano anti-crisi serviranno, quindi, a prestare garanzie relative a prestiti complessivi fino a 60 miliardi.

È tutto oro quello che luccica? Ovviamente, no. Restando per un attimo con lo sguardo puntato alla questione delle energie rinnovabili, abbiamo già visto nell'articolo correlato su "Energia: la crisi soffoca gli investimenti delle rinnovabili" come le risorse predisposte dal governo tardino a fluire all'interno dell'economia. Come dire che per adesso buona parte delle somme di cui abbiamo parlato restano delle mere "buone intenzioni".

Tuttavia è su un piano più generale (macroeconomico) che il piano di Obama suscita qualche perplessità. Da una parte esso ha sicuramente il pregio di movimentare una mastodontica quantità di risorse, il che, nell'ottica del governo americano, dovrebbe favorire la crescita (meglio, una minore riduzione) dei posti di lavoro attraverso la nascita di innumerevoli nuovi "cantieri" relativi ai progetti finanziati. In più, qualora il piano raggiungesse gli obiettivi prefissati, gli USA si ritroverebbero, alla fine della crisi, effettivamente più forti di prima (tornando per un attimo alle energie rinnovabili, basti pensare alla ridotta dipendenza dai combustibili fossili, alla maggiore differenziazione delle fonti energetiche, al potenziale sviluppo di nuove tecnologie). 

Tuttavia, come ha detto qualche tempo fa il nostro ministro dell'economia Tremonti, si tratta di un piano finanziato sostanzialmente attraverso il ricorso all'indebitamento. Non è un caso che, per la finanziaria 2009, la presidenza USA abbia previsto un rapporto deficit/PIL pari al 12,3 per cento (in termini assoluti il deficit sarà pari a 1750 miliardi di dollari), mentre le previsioni di Bloomberg sul rapporto debito/PIL parlano di valori intorno al 70 per cento. 

Tutto ciò genera qualche preoccupazione riguardo alla capacità degli USA di onorare il proprio debito senza ricorrere a misure che andrebbero a minare la tenuta del valore del dollaro e che andrebbero a danneggiare i detentori del debito americano (in primo luogo il governo cinese, che ha già manifestato in maniera chiara le proprie preoccupazioni). 

E tali preoccupazioni continuano a mitigare gli effetti positivi del piano sulla fiducia nella ripresa economica. Molto pertinenti, nella loro capacità di sintetizzare questi malumori, sono le parole di Tremonti in un suo intervento pubblicato su Corriere.it: "Se il male è il debito - un eccesso di debito - la cura non è data da altro debito addizionale, privato o pubblico che sia. Salvare tutto è missione divina. Se si pensa di salvare tutto, con l'ultima istanza dei governi, con i debiti pubblici, finisce che non si salva niente e si perdono alla fine anche i bilanci pubblici".


DOCUMENTI IN INGLESE
- The American Recovery and Reinvestment Act (piano anti-crisi Obama)
- Recovery and Reinvestment Act (estratto del piano anti-crisi varato da Obama)
- Loan Guarantee Program (regole per il programma di prestito garantito)

LINK
- Dichiarazioni di Tremonti (tratte dal Corriere della Sera on-line)