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Pesca: i problemi dell'acquacoltura

Spesso considerata meno impattante, questo tipo di allevamento in realtà causa pesanti danni agli ecosistemi marini.

» Animali Tiziana Palmieri - 09/04/2009

Nella Comunità europea l'acquacoltura è una possibilità di sviluppo per zone in cui la sola risorsa è il mare. Negli ultimi anni, nonostante la legislazione punti ad incentivare attività come questa, si è deciso di puntare allo sviluppo di tecniche di allevamento sostenibili, che intacchino il meno possibile le risorse naturali a disposizione. 

Secondo le indicazioni presenti nello Strumento Finanziario di Orientamento della Pesca (SFOP), elaborato per incentivare la coesione tra gli Stati membri e lo sviluppo di un mercato ittico ecocompatibile, godono del sostegno finanziario le aziende che vogliono ammodernare gli impianti, rendere meno impattanti le tecniche di allevamento e ridurre le sostanze tossiche dannose per la salute umana.

Negli ultimi decenni, però, questo comparto ha visto crescere considerevolmente il suo volume: attualmente fornisce il 43 per cento del pesce per uso alimentare, con una crescita media del 8,8 per cento l'anno dal 1970. Inoltre, i dati FAO affermano che dal 2000 al 2005 la produzione mondiale di acquacoltura è passata da 35,5 a 47,8 milioni di tonnellate, con un incremento del 34,65 per cento. Questi numeri non parlano soltanto di prodotti immessi nel mercato e di risvolti economici, ma anche e soprattutto della necessità di controllare meglio un settore che può avere pesanti ripercussioni sugli habitat e gli ecosistemi marini.

Perché, sebbene sia spesso considerata sostenibile dal punto di vista ambientale (più della pesca, almeno), in realtà l'acquacoltura è causa di gravi danni all'ambiente ed alla biodiversità dei mari. Il Rapporto "Challenging the Aquaculture Industry Standards", presentato nel 2008 da Greenpeace International, denuncia i problemi connessi all'allevamento di specie ittiche, con i conseguenti rischi per la biodiversità marina, ormai troppo provata da pesca e allevamento.

Il problema comune a tutti i tipi di acquacoltura riguarda i reflui presenti negli effluenti degli allevamenti, che contengono de deiezioni dei pesci e gli scarti di mangime. Non è raro che contengano anche sostanze di origine chimica (disinfettanti, antibiotici), che vanno a riversarsi in mare aperto senza controllo.

Ogni tipo di acquacoltura ha i suoi punti critici. Nel Mediterraneo, l'ingrasso dei tonni è il tipo di acquacoltura più redditizio ma, al tempo stesso, pericolosamente dannoso. Questo pesce viene catturato in mare aperto e poi fatto ingrassare per rifornire il mercato giapponese - il tonno grasso è particolarmente apprezzato per il sushi -. Per alimentare questi tonni, però, occorre uno sfruttamento delle riserve ittiche marine del tutto inefficiente, poiché per far ingrassare di un kilogrammo un tonno occorrono 20 kilogrammi di pesce scongelato. Per soddisfare la domanda del tonno sul mercato estero vengono depredati gli stock ittici, anche se l'ICCAT ha raccomandato di non pescare più di 15mila tonnellate l’anno di tonno poiché la specie è ormai vicina al collasso.

Un altro tipo di allevamento ittico guardato con particolare preoccupazione da Greenpeace è quello del salmone: questi allevamenti vedono spesso diminuire la quantità di ossigeno nell'area circostante (fino al 50 per cento), con gravi ripercussioni sulla biodiversità delle specie animali e vegetali. Inoltre, si stima che gli esemplari fuggiti dagli allevamenti abbiano inquinato geneticamente le specie selvatiche. 

In alcuni casi le popolazioni locali di salmoni sono costituite per l'80 per cento da esemplari fuggiti da allevamenti, portando all'esterno malattie presenti negli allevamenti, come è stato dimostrato in Norvegia e in Canada; si stima che una parassitosi della pelle e delle mucose - introdotta dagli esemplari fuggiti dagli allevamenti - causerà una diminuzione del 99 per cento di una specie nativa nel giro di quattro generazioni, se non si interverrà in maniera drastica.

Ma, se finché si rimane in Europa i danni ricadono "soltanto" sull'ambiente - anche se in ultima analisi chi ci rimette è l'uomo -, passando alle acquacolture praticate in altre parti del mondo la situazione pare aggravarsi anche di più. In Paesi come Vietnam, Thailandia, Filippine, Bangladesh, Ecuador e Brasile vengono allevati i gamberoni tropicali, molto apprezzati dai consumatori italiani. Come per i tonni, anche in questo caso vengono presi gli esemplari giovanili in natura, per poi farli crescere negli allevamenti. 

Per catturare un solo giovanile di gamberone si uccidono tra le 12 e le 551 larve di altre specie di gamberi, 5-152 avannotti di pesce e 26-1.636 altri organismi del macro-zooplancton. Non solo: in questi Paesi si verificano spesso casi di violazione dei diritti umani, come l'espropriazione forzata delle terre, o l'ingente sfruttamento di acqua dolce per facilitare la crescita dei gamberoni (prediligono l'acqua salmastra); nello Sri Lanka, il 74 per cento della popolazione che vive nelle zone interessate all’allevamento non ha più accesso all'acqua per bere.

Tutto questo non vuol dire che sia impossibile allevare specie ittiche senza causare pesanti danni all'ambiente: le alternative esistono, e possono rendere l'acquacoltura davvero sostenibile. Ad esempio, con l'Integrated Multi Trophic Aquaculture (IMTA) i reflui, ricchi di sostanza organica, vengono utilizzati per alimentare un’altra specie. Come in Israele, dove un impianto che produce spigole utilizza le acque effluenti per coltivare alghe, che a loro volta alimentano un mollusco (l'abalone giapponese) che viene commercializzato.

La cosiddetta "acquaponica", invece, utilizza i reflui come nutrienti per alghe, fiori o altri vegetali. La compagnia olandese "Happy shrimp" alleva gamberi - senza prelevare esemplari giovanili in natura -  in serre riscaldate, in un brodo con alghe, batteri e mangimi con proteine vegetali; con gli scarti di questo allevamento vengono coltivati ortaggi.

Un terzo metodo - denominato "sistema integrato" - consiste nell’utilizzare le deiezioni dei pesci come fertilizzante nelle risaie. I pesci si alimentano delle erbe che crescono nelle risaie, che così eliminano anche le "erbacce" infestanti. In tutti questi casi, si tratta di metodi e tecniche che non utilizzano grandi tecnologie, ma riutilizzano gli scarti a fini produttivi, con impatti minimi sull'ambiente.

DOCUMENTI
- Sintesi del Rapporto Greenpeace (italiano)
- Rapporto "Challenging the Aquaculture Industry Standards" (inglese)
- Strumento finanziario di orientamento della pesca (SFOP)

LINK
- Unione Europea su acquacoltura
- Certificazione per l'acquacoltura del NACA (Network of Aquaculture Centres in Asia-Pacific)