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Pesca: gli ecosistemi marini rischiano il collasso

L'Unione europea cerca di combattere i metodi illegali, come le spadare, ma in Italia i risultati non sono incoraggianti.

» Animali Tiziana Palmieri - 09/04/2009

Essendo un Paese che si affaccia sul mare per gran parte della sua estensione, si potrebbe pensare che il settore della pesca in Italia sia un settore senza particolari problemi.

Invece, sia dal punto di vista economico che di ecosostenibilità, la pesca è una spina nel fianco del Bel Paese e, più in generale, dell'Europa. Le tecniche tradizionali vngono sostituite con metodi moderni che permettono di avere guadagni maggiori, ma quasi sempre si rivelano distruttivi per i fondali. 

La pesca intensiva degli ultimi decenni, inoltre, sta spingendo verso il collasso gli ecosistemi marini, a causa della caccia indiscriminata che distrugge pesci di piccola taglia, grandi predatori, cetacei, mammiferi e flora marina. In una situazione come questa, molti Paesi europei, sia nel Mediterraneo che nell'Atlantico, faticano a contrastare efficacemente la pesca pirata, effettuata con metodi illegali.

Proprio per affrontare i problemi legati alla pesca in maniera più organica, l'Unione europea ha adottato la Politica Comune della Pesca (PCP), per gestire il settore ittico e l'acquacoltura. Istituita nel 1983, dal 2002 la PCP mira allo sviluppo sostenibile delle attività di pesca da un punto di vista ambientale, economico e sociale. In tal senso, le regolamentazioni riguardano le tecniche di pesca, gli strumenti utilizzati e l'individuazione di zone da inserire sotto protezione a causa della fragilità degli ecosistemi. 

In particolare, il regolamento CE n. 850/98 per la conservazione delle risorse ittiche, prescrive l'obbligo di rilasciare in mare i pesci di taglia troppo piccola - ogni specie ha una dimensione minima considerata sufficiente -, nonché di utilizzare le attrezzature adatte a seconda della pesca, così da danneggiare il meno possibile le altre specie. Per rafforzare i controlli, inoltre, è stata istituita nel 2002 l'Agenzia Comunitaria di Controllo della Pesca (ACCP), divenuta operativa nel 2007.

Tra i compiti della PCP rientra anche il sostegno economico al settore, in forte sofferenza da alcuni decenni un po' in tutti i Paesi dell’Unione che si affacciano sul mare. Anche in questo caso, gli aiuti ai pescatori vanno di pari passo con la tutela dell'ambiente: nel 1997 - in previsione della messa al bando nel 2002 delle spadare - sono stati stanziati finanziamenti per i pescatori che, volontariamente, avessero cessato l'utilizzo delle spadare per passare a tecniche meno distruttive.

Ma tutte queste misure sono davvero efficaci per combattere l'illegalità? In Italia, i risultati sono ben poco soddisfacenti. L'Unione europea ha più volte ripreso il nostro Paese per la mancanza di controlli nel settore, tanto che attraverso il ricorso del 10 giugno 2008, la stessa Commissione Europea ha dichiarato che "è ampiamente provato che il sistema di controllo e sanzione applicato in Italia in merito alle reti derivanti sia del tutto insufficiente". 

Quannto ai materiali da utilizzare, il regolamento CEE n. 2108/84 (12) stabilisce le dimensioni delle maglie delle reti e degli attrezzi per ogni tipo di pesca in mare, ma nel Mediterraneo circolano numerose barche "pirata" dedite alla caccia di tonni rossi e pesci spada con le tecniche Illegali. Non se ne conosce con precisione il numero, ma si stima che nella sola Calabria ce ne siano circa un centinaio, il cui pescato finisce nei mercati rionali, nei ristoranti, nella grande distribuzione.

Due i sistemi utilizzati dai pescatori pirata che vanno a danneggiare gli ecosistemi marini: 
- pesca "a strascico": si effettua con reti trascinate sui fondali, con catene che smuovono pietre, distruggono le praterie di posidonia e fanno piazza pulita degli animali presenti nell'area;
- spadara: ossia un tipo di rete con maglie più piccole di quelle consentite dalla legge, utilizzata per catturare i pesci spada, ma nella quale rimangono impigliati tanti altri pesci - a volte anche troppo piccoli per essere venduti - e altri animali come delfini, capodogli e tartarughe marine, ma numerosi pescherecci la utilizzano perché rende di più.

Le sanzioni per i pescatori che possiedono le spadare consistono in una multa e nel sequestro delle reti, anche se non sono stati sorpresi ad utilizzarle. Spesso, però, a causa della carenza di fondi per il trasporto e la distruzione, le reti sono lasciate in custodia agli stessi pescatori, con i sigilli apposti e nulla più, lasciando la possibilità di usarle comunque.

Ciò che la legge permette, invece, è il solo utilizzo di un'arpione o di un amo per la cattura del tonno rosso e del pesce spada in altura.

LEGGI E NORMATIVE
- Regolamento CE n.734/2008, protezione ecosistemi marini vulnerabili 
- Regolamento CE n.850/98 per la conservazione delle risorse di pesca
- Regolamento CEE n.2108/84 (12) per le dimensioni delle maglie di reti e degli attrezzi
- Norme comunitarie in vigore sulla pesca 
- Normativa di mari e oceani delle Nazioni Unite

DOCUMENTI
- Politica Comune della Pesca (PCP)
- Flotta da pesca europea (regolarmente censita)
- Scheda sulla pesca a strascico

LINK
- Report (servizio novembre 2008 sulla pesca illegale)