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Cnel: donne italiane divise tra lavoro e politiche di conciliazione ancora lontane

A livello europeo l'occupazione femminile del nostro Paese è la minore. Disuguaglianze regionali, per età e livello di istruzione, soprattutto nel Mezzogiorno, e una pratica part-time ancora poco diffusa, sono alcune cause di queso squilibrio.

» Pari opportunità Silvia D'Ambrosi - 16/03/2009

Giorni convulsi, questi ultimi, sul fronte dell'innalzamento delle età pensionabile delle donne occupate nella pubblica amministrazione. Si tratta, certo, di ottemperare alle richieste espresse in una sentenza della Corte europea di Strasburgo. 

Tuttavia, il provvedimento all'esame del Parlamento è particolarmente controverso in quanto interviene in favore dell'equiparazione tra uomini e donne solo sull'età pensionabile, a fronte di decennali mancati qquilibri nell'accesso al lavoro, nelle possibilità di carriera, nelle retribuzioni e nelle politiche di conciliazione.

La partecipazione delle donne al lavoro in Italia, infatti, rimane la più bassa dell'Unione europea, e le politiche occupazionali messe in campo per contrastare questa situazione hanno mostrato caratteristiche di inefficacia. Sono alcune delle constatazioni che emergono nel Rapporto del CNEL "Il lavoro che cambia" relativamente ai capitoli dedicati all'occupazione delle donne a cura di Reyneri, Manacorda e Indiretto.

Il basso tasso di occupazione femminile è principalmente legato "all'infimo livello di occupazione delle donne poco istruite in particolare nel Mezzogiorno". Se il part-time ha dato un grande contributo al recente aumento dell'occupazione delle donne meno istruite, esso resta, tuttavia, uno strumento ancora poco diffuso. Per le donne qualità e quantità dell'occupazione sono spesso in contrasto. L'abbandono del lavoro delle madri, resta, inoltre un dato molto frequente imputabile anche alle gravi difficoltà della conciliazione che si realizza più che altro con il ricorso all'aiuto dei nonni.

Tra le donne è cresciuta più l'occupazione dipendente che quella indipendente. Sono aumentate le professioniste e le atipiche confermando la tendenza alla polarizzazione tra stabilità, che si identifica nel pubblico impiego, e precarietà, legata ai contratti a tempo determinato e alle collaborazioni. Significativo, tra l'altro, è ancora il divario nell'ambito dei percorsi di carriera, dove è ravvisabile, tra gli altri, un segnale preoccupante di discriminazione; il gender pay gap, il divario retributivo che continua a penalizzare la componente femminile del lavoro, soprattutto ai livelli più alti. 

Eppure, diverse ricerche hanno messo in luce il ruolo dell'occupazione femminile nell'economia di diversi paesi. Che si tratti del lavoro domestico, non riconosciuto socialmente e tantomeno conteggiato nella contabilità nazionale, oppure del lavoro per il mercato, il contributo delle donne all’economia è comunque rilevante. Una stima su tutte può dare la dimensione di questo contributo: Goldman Sachs ha registrato che se i Paesi dell'area dell'euro allineassero il tasso di occupazione femminile a quello degli Stati Uniti, che è del 68 per cento, il loro Prodotto Interno Lordo crescerebbe del 13 per cento.

Il carattere virtuoso di una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro influirebbe positivamente su diversi aspetti; creazione di posti di lavoro nell'indotto dei servizi alle famiglie, maggior gettito fiscale, maggiori sicurezza e benessere per le famiglie stesse. Non va poi sottovalutato l'elemento della crescita della natalità; nei Paesi in cui è più consistente la quota di donne occupate, si raggiungono livelli di fecondità più elevati. 

A condizione che il contesto nazionale sia favorevole alla conciliazione, lungi dall'essere un ostacolo alla maternità, il lavoro delle donne può trasformarsi in un pre-requisito. Si genera, quindi, un circolo virtuoso: un maggior reddito delle donne produce maggiori sicurezza e benessere della famiglia, sostenuta da politiche di offerta di servizi e di agevolazioni economiche, e tutto ciò genera una maggior propensione delle coppie alla genitorialità. 

Il ritardo italiano, relativo ai bassi tassi di occupazione femminile, è allora dovuto in parte alla sottovalutazione del valore economico e sociale della questione, in parte alla scarsità e frammentazione delle politiche messe in atto, che hanno finora investito soltanto alcuni aspetti (sostanzialmente attraverso l'introduzione, peraltro timida, del part-time e dei congedi parentali). 

La conciliazione tra vita lavorativa e familiare tocca, invece, innumerevoli aspetti della vita delle persone, in particolare delle donne, sia in quanto componenti di una collettività che esprime valori condivisi, sia in quanto soggetti economici e, dunque, confrontati con il mercato del lavoro e più in generale con il sistema economico. E' così che alcuni studiosi parlano della necessità si adottare una strategia integrata, un "patto sociale di conciliazione" che si fondi su tre sistemi: 

1) i singoli individui - donne e uomini - considerati nella pluralità delle loro scelte, relazioni e bisogni familiari per i quali le politiche devono andare nella direzione di aumentare la condivisione del lavoro familiare tra uomini e donne; 

2) le aziende e luoghi di lavoro con i loro sistemi di orari più o meno rigidi, in questo caso le politiche aziendali devono andare nel senso di una maggiore flessibilità che risponda non solo alle esigenze delle aziende, ma anche a quelle degli uomini e delle donne che vi lavorano e con sistemi di supporto che "liberino" tempo (nidi, asili, mense, ecc.); 

3) la città e il territorio circostante, con il complesso dei servizi erogati dal pubblico, dal privato e dal non profit, con i trasporti per la mobilità, e così via, qui, le politiche devono andare nella maggiore concertazione possibile guidata dal soggetto pubblico.

DOCUMENTI
Il lavoro delle donne (a cura di Reyneri)
Le politiche per favorire l'occupazione femminile (a cura di Manacorda e Indiretto)

LINK
CNEL, "Il Lavoro che cambia"