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Biocarburanti: dal biodiesel al bioetanolo, e oltre

Grazie alla ricerca diventa sempre più facile produrre combustibili, senza minacciare le colture tradizionali.

» Inquinamento e Rifiuti Tiziana Palmieri - 13/03/2009

Sui biocarburanti si discute da tempo, si fa ricerca, e pian piano questa nuova fonte energetica sta catturando l'interesse del pubblico. 

E' bene tenere presente, però, che il termine plurale "biocarburanti" intende varie forme, tutte utilizzabili sia per i trasporti che per il riscaldamento domestico, tanto da parlare di "generazioni" di biocarburanti.

La "prima generazione" è rappresentata dal biodiesel, ricavato da piante oleaginose come la colza o la palma. In questo caso sono relativamente poche le specie vegetali utilizzabili, il rapporto tra coltivazione e produzione è ancora poco efficiente, a causa della necessità di irrigare e concimare le coltivazioni.

Per la produzione di biodiesel è necessario raffinare gli olii di questi semi, dopodiché il prodotto finito è utilizzabile, puro, nei motori tradizionali come perfetto sostituto del diesel normale, con emissioni inquinanti decisamente minori. Questo tipo di biocarburante ha, però, incontrato i dubbi delle associazioni ambientaliste poiché la coltivazione delle piante per la sua produzione va a minacciare le colture destinate all'alimentazione. 

Non è del tutto errato ragionare nei termini sopraindicati.  L'interesse dell'industria e della ricerca per le nuove fonti energetiche, infati, ha reso remunerativo questo tipo di produzione, così che spesso (soprattutto in Paesi economicamente svantaggiati, che vogliono recuperare in fretta il gap con le nazioni industrializzate) non si è esitato a dirottare i campi destinati alla produzione di derrate alimentari verso la coltivazione di palme da olio, di colza o mais.

Un problema, questo, che viene superato dai carburanti di "seconda generazione": in questo caso, infatti, si producono biocarburanti e biocombustibili a partire dalla componente cellulosica del vegetale. La possibilità di estrazione di biocarburanti si estende, quindi, dalla potatura degli alberi più disparati alle vinacce scartate nella produzione vinicola, o alle coltivazioni amidacee e zuccherine come frumento e barbabietola da zucchero. 

Da queste biomasse si ricava il bioetanolo, utilizzabile fino al 20 per cento nella composizione di benzine per i motori tradizionali; il motore flex, progettato negli anni 90 dalla Magneti Marelli e capace di calibrarsi in tempo reale in base al tipo di carburante immesso, non è ancora sufficientemente diffuso in Europa, ma in Brasile la vendita di auto con questo nuovo tipo di motore ha superato, nel 2005, quella delle auto con motore tradizionale.

La ricerca va ancora avanti e guarda alla "terza generazione" di biocarburanti: biodiesel ricavato da biomasse. Si tratta di una scelta quasi obbligata, poiché ammodernare l'intero parco macchine di numerosi Paesi, sia che si tratti di veicoli privati che di trasporto pubblico o macchine agricole, necessiterebbe di un pesante investimento di denaro, peraltro non realizzabile in tempi brevi. Il biodiesel da biomassa potrebbe soddisfare la domanda di carburante per i vecchi motori, senza però entrare in conflitto con le coltivazioni per l'alimentazione.

Come risulta chiaro, questo nuovo tipo di carburanti vanno a coinvolgere settori produttivi piuttosto ampi: dall'agricoltura, che può svilupparsi in maniera diversa a seconda delle zone e può riceverne una forte spinta innovativa, all'industria di raffinazione, che può investire in un campo in costante espansione, sono molteplici i risvolti positivi di un investimento in questa direzione.

Lo sa bene l'Associazione Nazionale Depositi Costieri Olii Minerali (Assocostieri), che riunisce le aziende che operano nel settore degli oli minerali, prodotti chimici e GPL prevalentemente a capitale privato, nonché i produttori di biodiesel. L'associazione è favorevole all'uso dei biocarburanti sia per motivi ambientali - il biodiesel è biodegradabile al 98 per cento in 25 giorni - sia per i risvolti economici di un simile investimento. 

La legge 296/2006, insieme alla 244/2007 e al decreto legislativo 159/2007, infatti, prevede l'obbligo di immettere sul mercato, entro il 2010, biocarburanti sufficienti a coprire il 5,75 per cento delle richiesta generale, e di raggiungere entro il 2009 una percentuale minima del 3 per cento di biocarburanti all'interno di miscele di carburanti fossili. Per agevolare le imprese nel raggiungere questi obiettivi, sono previsti degli incentivi per le imprese, soprattutto a carattere fiscale.

Perché gli obiettivi fissati dalla legge vengano rispettati, resta comunque fondamentale l'appoggio da parte del settore industriale. Al di là della ricerca e delle sperimentazioni che vengono portate avanti, perché una qualsiasi tecnologia sia davvero utile è necessario che si investa su di essa, soprattutto in termini economici. 

Non si tratta di investimenti di poco conto, una bioraffineria di dimensioni standard (200mila tonnellate di biodiesel/anno) richiede la spesa di circa 800 milioni di euro: sono cifre che chiaramente spaventano l'imprenditore che vorrebbe investire nei biocarburanti, anche se i costi sono ripagati nel giro di 5-6 anni.

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- Direttiva EU 30/2003