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Mutilazioni genitali femminili: in Abruzzo oltre 900 donne a rischio

Un primo rapporto regionale, rivela la parziale entità del fenomeno, nell'ambito di un più ampio progetto promosso dal Comune di Pescara.

» Donne Paola Simonetti - 05/02/2009

Le regioni si muovono. Sul fenomeno delle mutilazioni genitali femminili iniziano i primi monitoraggi regionali, per dare contorni ad una prassi 'ereditata' con i flussi migratori, di cui resta nebulosa la reale entità sul territorio italiano. L'Abruzzo, con il Comune di Pescara in testa, ha messo in campo un primo rapporto, presentato in questo giorni, che rivela come in tutta la regione sarebbero 900 le donne a rischio. La presentazione dei risultati dello studio, è stata la prima fase di un progetto più ampio denominato 'Dada', acronimo che sta per 'Diritti e autonomia delle donne africane', di cui è ente capofila l'amministrazione del capoluogo abruzzese.

Per il progetto, finanziato con la legge  n.7 del 9 gennaio del 2006 che oltre a prevedere il reato per le pratiche di mutilazioni genitali femminili ha previsto anche azioni contrasto al fenomeno, sono stato stanziati quasi 375 mila euro e sono stati messi in campo due piani strategici, ovvero la mappatura del fenomeno e la formazione di operatori sanitari, mediatori culturali e operatori sociali. Lo studio, ha preso in causa tre livelli di conoscenza del fenomeno: la condizione e le opinioni delle donne immigrate dai paesi a rischio, la conoscenza e la preparazioni ad affrontare il fenomeno da parte dei servizi sanitari e,infine, la preparazione dei servizi territoriali,con particolare riferimento a quelli scolastici e sociali.

Su 111 donne intervistate, provenienti da paesi a rischio il rapporto rivela che il 70 per cento ha subito mutilazioni genitali. La pratica, come già noto, riguarda per lo più bambine nei primi anni di vita, fatte nei paesi di origine e nella maggior parte dei casi da donne anziane che operano la Mgf da diverso tempo, senza alcune della basi minime di salute ed igiene. Lo studio sottolinea anche come 97 delle 111 donne intervistate, fossero madri, molte delle quali con figlie. Su 53 di queste bambine, 23 avevano subito un mutilazione, tutte avvenute, sia nel caso delle madri che delle figlie, nel paese di origine. Tuttavia il 10 per cento delle intervistate ha risposto di sapere che tale pratica viene eseguita, nonostante i divieti, anche paesi dove sono ospitate. Pur se non supportati da cifre certe, in Abruzzo, secondo l’opinione di alcuni medici intervistati, sono stati 24 i casi in cui sono stati chiamati a intervenire per la cura di ferite o infezioni provocate da tali pratiche. Il fenomeno però rimane ancora poco conosciuto e la maggior parte dei dottori (90 per cento), concorda sulla necessità di una preparazione specifica e di un'attenzione maggiore verso il fenomeno.

Nella regione, infatti, si evidenzia una mancanza di informazione adeguata sul fenomeno: su 266 soggetti intervistati, operanti nei servizi sociali, socio-sanitari ed educativi, 20 hanno dichiarato di aver avuto occasione, nella loro esperienza lavorativa, di conoscere vittime di Mgf, a fronte di un 43 che dice di conoscere in modo sufficiente il fenomeno. Il restante 53 per cento ha dichiarato di saperne poco. Un esiguo 5 per cento si è detto convinto che i servizi territoriali siano preparati a prendere in carico situazioni di mutilazione genitale femminile, mentre dalla stragrande maggioranza degli operatori è venuta la richiesta di una formazione specifica e più approfondita del fenomeno. Per un cambiamento culturale delle popolazioni immigrate, ma anche una svolta sul fronte delle conoscenze, verrà avviato, il prossimo 20 febbraio, un programma di formazione regionale per mediatori culturali e workshop specialistici rivolti a medici, personale educativo, operatori socio-sanitari e forze dell'ordine. 

DOCUMENTI
Legge 9/2006 n.7 (Disposizioni in materia di mutilazione genitale femminili)

LINK
- Progetto Dada (Provincia di Pescara)