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Cibernetica: al di là della specificità del medium

Il linguaggio algoritmico della logica binaria rende unico il codice attraverso il quale le arti diventano informazione. In tal modo si mette fine alla specificità del supporto fisico. Nell'era del digitale ogni medium è un medium postmediale.

» Ict Mattia Gangi - 29/05/2009

"L'impatto dei media è universale, e per questa ragione tutta l'arte è già arte postmediale […] Nessuno può sfuggire ai media. Non c'è più pittura al di fuori o al di là dell'esperienza dei media. Non c'è più scultura al di fuori o al di là dell'esperienza dei media. Non c'è più fotografia al di fuori o al di là dell'esperienza dei media".

Con questo discorso, Weibel,  direttore dello ZKM di Karlsruhe, uno dei due centri mondiali d'eccellenza nella ricerca interdisciplinare sul cinema e le arti digitali accanto all'americano MIT, apre l'ultima parte di La condición postmedial", un lungo testo che introduce in catalogo la mostra Condición Postmedia, transitata alla Neue Galerie Graz e al Centro Cultural Conde Duque di Madrid.

Come afferma Domenico Quaranta in "La condizione postmediale" apparso su Arte e Critica del 2006, "Weibel sostiene che i nuovi media hanno aiutato gli altri strumenti a prendere coscienza di se stessi come 'media', e a indagare il proprio specifico fino a raggiungere l'equivalenza, lo stesso riconoscimento artistico: la fase attuale è invece quella del 'missaggio' fra i media, per cui il video trae vita dal cinema, il cinema dalla letteratura, la scultura dalla fotografia e dal video. E tutti traggono vita dal digitale, dall'innovazione tecnica. Nessun mezzo domina gli altri: tutti sono pezzi di un unico medium universale, che pone lo spett-attore in una condizione nuova, basata sulla partecipazione".

E' proprio questa condizione di armonia, di sinestesia dei linguaggi a caratterizzare uno dei risultati più stupefacenti della sperimentazione tecnologica: il codice binario, l'alternanza di input ed output, pone fine alla specificità del medium, del supporto fisico attraverso il quale il prodotto culturale viene trasmesso, attraverso il quale aristotelicamente parlando la forma diviene materia.

In questa nuova condizione la forma si libera finalmente dalla materia, è puro movimento e riesce ad essere coniugata e plasmata in identico modo attraverso tutte le sfumature dell’arte e del sapere. E' una concezione completamente opposta al pensiero di Benjamin ed al suo concetto di scomparsa dell’aura attraverso la riproducibilità tecnica.

Come afferma infatti Lev Manovich,professore di Teorie dei Nuovi Media all'Università di San Diego in California,è proprio transcodificando tutti i linguaggi attraverso un unico metamedium o media contenitore, ovvero il computer, che l'aura dell'oggetto culturale, della produzione artistica non si perde ma ne esce rafforzata in quanto la numerizzazione consente la possibilità di un infinità riproducibilità senza la minima perdita di informazione. 

Con il digitale cade così l'opposizione storica tra materia e spirito perché il computer produce immagini algoritmiche ovvero forme vuote prive di materia, libere finalmente dal supporto fotografico materiale. Questo procedimento comporta quindi un cambio di paradigma, secondo quello che viene definito da Flusser come "realismo delle forme". 

Secondo questa teoria, i nuovi media finiscono per ridefinire l'identità stessa di tutti le arti, ed in particolar modo essendo Flusser studioso di cinema, le arti visive. Le nuove tecnologie, infatti, portando alle conseguenze estreme la ricerca sul movimento e sul realismo trasformano sempre più l'immagine filmica che da "indice" diventa simulacro.

Ma l'immagine digitale non fa altro che riproporre in algoritmi le logiche dell'analogico, in un estrema tensione realistica che porta a parlare di d-cinema, appunto, come cinema di transizione, paradigma intermedio tra una logica totalmente analogica ed una interamente virtuale. 

Secondo Rodowick, critico cinematografico che si occupa di cinema digitale, l'immagine di sintesi infatti, puramente numerica, calcolata in realtà non sarebbe più un immagine ma un oggetto, una simulazione. L'analogo in persona. Ed essendo tale rappresenta un vero e proprio paradosso essendo un analogia virtuale, cioè un immagine che diventa attuale e cosi vera per la vista nella misura in cui lo è innanzitutto per lo spirito concretizzandosi nella possibilità di essere manipolata, toccata (interattività).

Ma, dando una sfumatura più filosofica al pensiero di Rodowick e Ponendo l'informatica al centro del regime percettivo è Sorlin a proporre una differenza netta tra immagine sintetica, analogica e virtuale e a dare una definizione stabile e finale ai concetti al centro della discussione degli altri autori:

"A differenza dell’immagine sintetica o dell’immagine analogica, quella virtuale non si fonda necessariamente su un oggetto del mondo reale che essa riprodurrebbe: l'immagine virtuale può essere puro movimento, privo di veicolo o di oggetto, pura sensazione e può anche mostrare nulla di nulla. Non ha una struttura prestabilita e comporta un potenziale indefinito di attualizzazioni, molte delle quali non saranno mai attualizzate".

PER SAPERNE DI PIU':
- Sito ufficiale dello ZKM di Karlsruhe

- "La condizione postmediale" di Domenico Quaranta