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Derby: quando si sognava di battere il proprio padrone

Non solo evento sportivo, ma anche momento di rivalsa dei deboli sui potenti. E oggi è solo un momento di scontro.

» Calcio Gianluca Colletta - 21/11/2008

Il derby, si sa, non è una partita come tutte le altre. Oltre che dal punto di vista sportivo, molto spesso ruotano attorno a questi incontri tutta una serie di significati che a volte fotografano, o hanno fotografato, le divisioni culturali di un paese. 

Così se il derby dell'Arena, che si disputa a Verona, viene visto come la rivincita di un piccolo quartiere come Chievo nei confronti dell'intera città, che si stringe attorno all'Hellas, altre stracittadine hanno rappresentato un vero e proprio terreno di rivalsa sociale.

A partire dagli anni '60 e '70  a Torino quella che era semplicemente una rivalità sportiva assunse il significato della lotta degli operai contro i padroni. I primi erano lavoratori del Sud, giunti nel capoluogo piemontese alla ricerca di un lavoro che potesse permettere loro di mantenere le proprie famiglie. Ogni mattina si ritrovavano davanti ai cancelli della Fiat, la più grande fabbrica italiana di allora, e iniziarono a simpatizzare e tifare per la squadra granata del Torino, nata da una scissione interna alla Juventus, la prima squadra della città all’ombra della mole. I padroni ovviamente erano i proprietari della società bianconera. La "vecchia signora" infatti era stata acquistata dal capostipite della famiglia Agnelli, Edoardo, nel 1923 fondatore e proprietario anche di quella fabbrica di automobili che dava lavoro a mezza città. Il Torino FC rappresentava quindi il proletariato. La Juventus FC la borghesia ed è per questo motivo che nella maggior parte dei torinesi batte tutt'oggi un cuore granata.

Anche nell'altra grande città del Nord, a Milano, i tifosi si divisero in base al proprio ceto sociale. Un divario però che, già a partire dagli anni 60, andò spegnendosi, tanto da essere oggi totalmente inutilizzabile. Supporter e simpatizzanti del Milan appartenevano al proletariato, spesso immigrati dal Sud o dal Triveneto. I tifosi dell'Inter erano invece composti perlopiù da una borghesia di origine prettamente meneghina. Fin da subito le divisioni sociali si fecero sentire anche grazie a tutta una serie di sfottò tra le due tifoserie che segnava marcatamente la loro divisione. I rossoneri erano apostrofati dai rivali dell'Inter come "casciavit", che in milanese significa "cacciaviti", proprio per sottolineare la loro origine popolare ed operaia. A loro volta i tifosi milanisti chiamavano i cugini neroazzurri "bauscia", termine milanese che significa gradasso, per indicare uno degli stereotipi classici dei milanesi.

Le divisioni di un tempo oggi non esistono più. Tifare per una squadra o per l'altra non ha più un valore di scontro sociale o politico. Non si è del Milan o del Torino perché si è proletari e di Juventus e Inter perché ci si identifica con la borghesia. Il derby non ha più il sapore di un momento di rivalsa di un tempo, di quando vincerlo voleva dire, anche se per un solo giorno, per 90 minuti, essere migliore del proprio capo, vicino o amico.

Tuttavia le rivalità rimangono accese e spesso sono terreno di scontro tra supporter. Non importa che ci si divida per una questione territoriale, come nel caso del derby dello Stretto tra Reggina e Messina che da secoli si contendono quel tratto di mare che le separa, storica, come quella del derby del Sole tra Roma e Napoli che risale agli antichi dissapori tra il Regno Pontificio e quello Borbonico, o di appartenenza, come nel caso di Roma e Lazio che si contendono lo scettro di "veri romani".

In ogni caso il derby, o meglio tutti i derby, sono diventati un'importante vetrina nella quale gruppi più o meno politicizzati vogliono mettersi in luce, tanto da finire agli onori della cronaca non per il risultato sportivo o per i colori, l'atmosfera e gli sfottò che circondano le manifestazioni, ma per gli scontri tra tifosi.