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La 180, una legge che ancora divide: i punti di vista

» Patologie Paola Alagia - 14/07/2008

Regioni carenti, servizi territoriali disomogenei e famiglie abbandonate a se stesse. E il dibattito, su quanto tale situazione possa essere imputabile alla legge Basaglia è sempre acceso. Sul fronte dei servizi, siano essi pubblici o privati convenzionati, rimane una disomogeneità di fondo sul territorio nazionale che, secondo il presidente della Fondazione Basaglia, Maria Grazia Giannichedda, non è addebitabile alla legge 180, ma “è l’eredità delle politiche pubbliche.

La responsabilità, dopo la riforma del Titolo V, è solo delle regioni, che su questo fronte appaiono molto distratte”.  Una distrazione pagata a caro prezzo dai familiari dei malati di mente. E’ sulle loro spalle, infatti, che grava tutto il peso del disagio mentale e contro cui, unanimemente, puntano il dito anche associazioni come l’Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale) (Unasam) e l’Associazione per la riforma dell’assistenza psichiatrica (Arap). Entrambe, invece, divise nel giudizio sulla riforma Basaglia: l’una schierata a sostegno, l’altra a favore di un suo superamento.

“LA LEGGE VA DIFESA” . “In Italia la carenza non è normativa – evidenzia Gisella Trincas, presidente dell’Unasam - il vero problema è la diffusione di servizi territoriali capaci di rispondere ai bisogni delle persone malate. Noi riconosciamo che le famiglie hanno sulle spalle tutto il peso del disturbo mentale, ma la colpa non è della legge 180. La norma non c’entra: sono i governi regionali che devono inserire tra le priorità le problematiche della salute mentale, come ha fatto la Sardegna”. Intanto, proprio l’Unasam, insieme ad altre 17 organizzazioni nazionali, tra cui la Fondazione Franco Basaglia, ha presentato lo scorso 27 marzo a Roma un manifesto con 10 questioni fondamentali da sottoporre all’attenzione delle autorità.  Tra i punti del documento, presa in cura, trattamenti sanitari obbligatori, divieto della contenzione e controllo dell’abuso farmacologico, residenzialità nella salute mentale, superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari e rafforzamento dell’amministratore di sostegno (figura di supporto al malato che si prende in carico la sua salute, ma anche i suoi beni). “E’partita anche una raccolta nazionale di firme – aggiunge Trincas - per la sottoscrizione di questo manifesto, che verranno presentate già prima del prossimo 30 ottobre, quando si terrà il congresso nazionale Unasam. Lo scopo è proprio quello di dimostrare che se le cose non funzionano in questo ramo non è per colpa della legge e di richiamare le responsabilità nazionali per i cattivi servizi offerti ai malati mentali e alle loro famiglie”.

“LA LEGGE VA AGGIORNATA”. “La 180 ha permesso il recupero sociale del malato – rimarca Maria Luisa Zardini, presidente Arap – ma la legge è stata poi travisata e si è affermata una tendenza culturale a negare la malattia e l’ereditarietà e a parlare di generico disagio mentale al punto che noi familiari siamo stati tacciati come manicomialisti”. Secondo Zardini “occorre un aggiornamento della legge in vigore e un suo adattamento ai bisogni reali delle persone malate di mente. Sono convinta, infatti, che se Basaglia vedesse gli sviluppi della sua riforma, si rivolterebbe nella tomba. Occorre creare una rete solidale ma anche operativa perché poche isole felici non risolvono il problema e perché è inaccettabile dover dire che se due persone su 100 riescono ad aver un buon percorso curativo è già un grande risultato”. Equilibrio tra intervento farmacologico e psicologico, garanzia del Tso e una lunga osservazione dei pazienti. L’Arap ha priorità molto chiare e le sposa alla necessita di offrire visite mediche al primo manifestarsi dei sintomi: “Da una ricerca del ‘95 che, insieme all’associazione milanese ‘Aiutiamoli’, abbiamo condotto su un campione di 100 adolescenti con disturbi mentali gravi – spiega Zardini – è emerso come trascorrano in media 2 anni dal manifestarsi dei primi sintomi al primo accertamento. E la situazione ad oggi non è cambiata”.