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Tommie Smith: "Orgoglioso di quel pugno al cielo"

Fu protagonista, insieme a John Carlos, del famoso gesto di Città del Messico ?68. Oggi, dopo quarant?anni, ama ricordare con fierezza quel segno di protesta e i valori da difendere. E sugli imminenti Giochi Olimpici assicura: ?Serviranno a far aprire gli

» Olimpiadi Emiliano Albensi - 04/07/2008
Titolo: Olimpiadi del Messico 1968
Fonte: dal web

Un guanto nero sotto il cielo di Città del Messico. Un pugno in alto che sconvolse il mondo dello sport e non solo. Era il 16 ottobre del 1968, fresco della vittoria nella finale olimpica dei 200 metri, lo statunitense Tommie Smith si apprestava a ricevere la sua meritata medaglia d’oro. Appena salito sul gradino più alto del podio, insieme al suo connazionale John Carlos, giunto terzo, diede vita a quella che, forse, verrà ricordata come la più famosa protesta della storia dei Giochi Olimpici.
I due atleti afro-americani, durante l’inno nazionale statunitense, chinarono il capo e sollevarono al cielo il pugno con un guanto nero, simbolo delle “Black Panters”. Un gesto di sostegno verso il movimento denominato Olympic Project for Human Rights (Progetto Olimpico per i Diritti Umani), un segno di protesta contro il loro governo, che pochi mesi prima aveva avallato la partecipazione del Sudafrica razzista (Paese dove vigeva il regime di apartheid) ai Giochi Olimpici. Una volta giù dal podio, Smith disse: “Se io vinco sono un americano, non un nero americano. Ma se faccio qualcosa di sbagliato, allora diranno che sono un negro. Noi siamo neri e siamo orgogliosi di essere neri. L'America nera comprenderà ciò che abbiamo fatto”.
Il 2 luglio Tommie Smith si è recato al Circolo Canottieri Aniene di Roma per ritirare il XII Premio Internazionale “Fair Play Mecenate", insieme a 17 altri plurimedagliati olimpici, che, con le loro imprese, hanno scritto importanti pagine della storia dello sport ed emozionato milioni di persone: da Dick Fosbury, a Bob Beamon, passando per Klaus Dibiasi, Lord Sebastian Coe ed Edwin Moses, solo per citarne alcuni.
E proprio tra i protagonisti della “tavola rotonda” romana, c’è stato anche chi ha ribadito di non aver mai condiviso l’iniziativa di Smith e Carlos a Città del Messico. “Allora ero un ragazzino bianco in una città bianca” - spiega Dick Fosbury, l’inventore del famoso “Fosbury flop” (la tecnica dorsale del salto in alto) - “e avevo cominciato a conoscere gente di colore all’università. Per me era normale che fossimo tutti uguali. Toilette separate per bianchi e neri, che senso aveva? Le toilette separate vanno bene tra uomini e donne. Ehi, non ero cieco, sapevo che era il ’68, che qualcosa stava accadendo. Ma quella era una cerimonia di premiazione, la protesta lì non c’entrava. L’idea era giusta, non il luogo. Infatti li hanno puniti. Penso che a Pechino gli atleti debbano andare solo per gareggiare: hanno a disposizione tutta la vita per affermare le proprie idee”. “Oggi è tutto diverso rispetto a quarant’anni fa”, racconta, invece, Tommie Smith. “Allora l’atmosfera era diversa. Ora c’è più attenzione sui diritti umani: oggi è una questione mondiale, allora era un problema nazionale”.
Dopo quarant’anni, prevale più l’orgoglio nel rispondere ancora alle domande su quanto accaduto a Città del Messico o la stanchezza?
L’orgoglio certamente. Sono fiero di parlare ancora oggi di quel che ho fatto nel 1968. Mi piace spiegare il motivo del mio gesto ai più giovani, che non hanno vissuto quel particolare momento storico e non possono quindi comprenderlo fino in fondo. Voglio spiegare ai ragazzi perché ho fatto quello che ho fatto e quali erano i valori che stavo rivendicando. Quel gesto è stato per me un sacrificio, ma sapevo di essere nel giusto, che stavo combattendo per la democrazia e i diritti civili.
Secondo lei, perché quel “pugno nero” al cielo viene oggi considerato come uno dei momenti simbolo del XX secolo?
Perché lo spirito di quel gesto è un qualcosa che resterà per sempre, che il tempo non potrà sbiadire. E’ stato un gesto fatto in difesa dei diritti umani e civili, con l’orgoglio di rivendicare qualcosa.
Cosa ne pensa della proposta di Antonio Rossi di presentarsi ai Giochi Olimpici con indosso un braccialetto in segno di protesta?
Non so esattamente quale sia l’iniziativa, ma penso che sé c’è dietro un’idea, un’affermazione importante, certi valori, allora è bene portarla avanti. Credo che ogni atleta rappresenti il proprio Paese e, se il Paese è d’accordo, è giusto esprimere le proprie “idee”. Il Cio dirà che è sbagliato perché è una manifestazione politica: io non sono d’accordo, perché penso che il Cio non abbia il diritto di prendere decisioni al posto delle persone.
E se oggi toccasse a lei partecipare alle Olimpiadi di Pechino, cosa farebbe?
Semplicemente andrei in Cina e vincerei. Ripetere il gesto del ’68? E perché dovrei, è già stato fatto! E poi, con tutti questi sponsor non sarebbe davvero possibile fare qualcosa del genere. Certamente, però, esprimerei la mia opinione e difenderei i valori in cui credo. Sono certo che le Olimpiadi saranno, comunque, un’occasione per far aprire gli occhi della gente su certe tematiche.