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?Le bambine soldato? Le vittime più esposte?

L?autore di Savané racconta drammi e speranze delle piccole reclutate negli eserciti di tutto il mondo

» Africa Valentina Dello Russo - 04/07/2008

“Sono più malleabili ed è più facile convincerli ad andare in prima linea”. E’ la spiegazione che Damiano Rizzi, presidente di Soleterre Onlus ed autore del libro “Savané – Bambine soldato in Costa d’Avorio” si è dato dinanzi all’orribile pratica di reclutare minori nelle fila degli eserciti di tutto il mondo.
Quanto è vasto il fenomeno?
“Purtroppo è diffusissimo. E lo è ancor più in quei Paesi dei quali si sa poco, come l’Africa, ad esempio. Si reclutano bambini perché è facile addomesticarli. Sono merce semplice da arruolare”.
E le bambine lo sono maggiormente?
“Le bambine sono ancora più esposte. Non più tardi di una settimana fa, l’Onu ha finalmente dichiarato che lo stupro equivale al genocidio. Questo è un problema in più che hanno le bambine, perché anche il loro corpo viene messo in discussione durante i conflitti. Sono spesso vittime di abusi e violenze. C’è una ricerca canadese, redatta da una funzionaria Unicef, che spiega – è difficile accettarlo – ma spiega che per i maschi le guerre vengono vissute come un’estensione, un prolungamento dei loro giochi. E’ come se i bambini giocassero a fare i soldati e, in un certo senso, venisse meno compromessa la loro psiche. Per le bambine è tutto diverso. C’è un problema enorme di violenza sulle donne. Il più delle volte queste piccole escono dai conflitti incinte e sole”.
Quanto possono fare i programmi di recupero?
“Sul piano particolare, un programma come quello di Soleterre può fare moltissimo. Si riescono a recuperare queste piccole dagli eserciti. Si inseriscono le bambine in centri di stabilizzazione dove grazie all’aiuto di psichiatri e psicologi superano il trauma del conflitto. In tanti casi le piccole sono proprio fuori di testa, impazziscono per gli orrori subiti: dobbiamo arrivare a sedarle. Per fortuna abbiamo una ventina di esempi positivi di bambine che sono state addirittura reintegrate nel loro tessuto familiare, nei villaggi, insomma. Cosa difficile, visto che, quando ritornano da queste esperienze, soprattutto se madri, la comunità le respinge. A livello generale invece abbiamo le grandi istituzioni che non riescono ad agire con efficacia. Questo perché hanno il grossissimo problema di funzionari che non agiscono correttamente. Non sono pochi i casi di stupro perpetrati proprio da soldati Onu”.
Questo è forse l’aspetto più inquietante del suo libro…
“Sì. Senza voler accusare le grandi organizzazioni, che di per sé essendo così grandi hanno anche difficoltà a vigilare e, premesso che riescono anche a fare molte cose buone, c’è da rilevare questo problema che è piuttosto diffuso. Torno adesso dal Congo e lì la situazione è analoga a quella della Costa d’Avorio raccontata nel libro. Purtroppo le missioni in questi Paesi sono gestite da altri Paesi in via di sviluppo e arrivano soldati dal Pakistan, dal Marocco, con un vissuto difficile, che finiscono per riprodurre meccanismi devastanti. Al punto che la popolazione locale non li vede come forze di pace, ma li odia, non ne capisce la presenza…. E questa è una cosa stra-denunciata. L’Onu stessa ha dovuto ammetterlo, ne è consapevole. Ma come si fa a controllare eserciti da 20 mila unità? E’ triste trovarsi lì, andare per strada, di notte, sfidando chi gestisce la prostituzione di queste giovani, avvicinarle per dire loro che c’è una via per uscirne, che ci sono associazioni che possono aiutarle… Tu sei lì, rischi la vita, e poi vedi le auto dei funzionari Onu lì in cerca di sesso”.
Cosa si può fare per arginare tutto questo?
“L’Africa ha due grandi problemi: i residui del colonialismo, che seminano guerre e rapinano la gente del posto e i cinesi che prendono e non lasciano nulla alla popolazione locale. La gente non è stupida, lo vede. La gente vede che chiunque arriva prende e se ne va e in cambio non lascia nulla. E’ quello che fanno i Francesi in Costa d’Avorio. Io penso che l’unico modo è intervenire con microprogetti come il nostro. Il problema è che il vero business per le organizzazioni umanitarie è sulle emergenze: è lì che si fanno i soldi. Anche per me sarebbe facile andare a distribuire kit alimentari qua e là per il mondo, ma la realtà è un’altra. Se davvero uno vuole aiutare, deve cercare di far crescere il buono che c’è in questi Paesi, partendo da iniziative piccole e concrete. Ma questo non vuol farlo nessuno. Noi siamo fra i pochi”.
C’è una storia emblematica  che nel libro non ha potuto o voluto raccontare?
“Già quelle raccontate nel libro bastano. Basta anche dire che abbiamo dovuto cambiare, o meglio, far girare i nomi delle ragazze per non metterle in ulteriore pericolo… La storia più emblematica per me resta quella del rito di iniziazione delle bambine che consiste nello sventrare una donna incinta. Ecco, questo è quanto di più emblematico possa esserci: annullare la propria vita per annullarne di altre. Si pensa all’Africa come un luogo di morte, di bambini affamati… Ma c’è un’Africa che ha voglia di vivere, che è assetata di vita: ecco, quell’iniziazione uccide la vera Africa. E’ l’iniziazione alla negazione della vita. Un gesto che segna le bambine per sempre”.