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Reni: un italiano su cinque non li considera vitali

Uno su due invece non conosce l'insufficienza renale, malattia che in Italia colpisce tra il 6 e l'11 per cento della popolazione

» Ricerca in Medicina Catia Barone - 20/06/2008

Vitali e instancabili: sono questi i primi due aggettivi che dovrebbero venire in mente pensando ai reni e alle molteplici funzioni da essi assolte ogni giorno. Eppure, da un recente studio realizzato da TNS Healthcare su un campione rappresentativo della popolazione italiana, è emerso che il 20 per cento degli italiani non sa che questi due piccoli organi, grandi poco più di un pugno e così nascosti dietro la nostra schiena, sono necessari alla vita.

L’80 per cento degli intervistati sa che la principale funzione dei reni è quella di filtrare e depurare il sangue, eppure la quantità di sangue ogni giorno sottoposta a questo costante processo è così grande che in pochi la conoscono (solo l’11 per cento). Invece durante le 24 ore della giornata tutto il nostro sangue (più o meno 5 litri) è depurato per ben 40 volte, per un totale di quasi 200 litri filtrati al giorno.

«Questi dati – commenta il professor Vittorio Emanuele Andreucci, Presidente della Fondazione Italiana del Rene – dimostrano chiaramente quanto sia necessario sensibilizzare gli italiani sull’importanza del conoscere meglio i propri reni, perché fondamentali per la vita dell’uomo e in quanto tali bisognosi di attenzioni e controlli al pari degli altri organi. Ciò a maggior ragione perché quando si ammalano spesso non danno alcun segnale».  L’insufficienza renale, infatti, principale conseguenza di una sofferenza a carico dei reni, è asintomatica per anni dal suo esordio. Preoccupa perciò che la malattia risulti sconosciuta a metà degli italiani intervistati, i quali ne ignorano persino l’incidenza pensando che a soffrirne sia un italiano su 100 (lo pensa il 44 per cento) o uno su 500 (il 26 per cento) mentre a esserne colpita è una percentuale compresa tra il 6 e l’11 per cento della popolazione.

Dallo studio emerge poi un forte divario tra l’informazione degli italiani sul tema e la percezione del problema. Mentre, dietro lettura delle possibili cause di insufficienza renale cronica, il 79 per cento degli intervistati cita il diabete e un buon 54 per cento l’ipertensione, quasi il 40 per cento non sa quali strategie di prevenzione attuare per mettersi al riparo da tale deficit renale. Eppure quasi il 77 per cento del campione percepisce come grave o gravissima l’insufficienza renale che, per la quasi totalità degli intervistati, conduce irrimediabilmente alla dialisi.

«Ciò che emerge da questi dati è l’estrema “distanza” avvertita dagli italiani nei confronti della malattia. Solo uno su due sa che cosa è l’insufficienza renale, eppure la maggior parte sa che si tratta di una patologia estremamente grave che nell’immaginario collettivo conduce subito alla dialisi. E’ importante invece sapere che grazie ai progressi fatti dalla medicina, oggi possiamo trattare in maniera ottimale la malattia renale in tutti i vari stadi intermedi, prevenendone spesso l’evoluzione, arrivando ad alleviarne molti dei sintomi più invalidanti, come l’anemia, e assicurando, infine, buoni risultati di mantenimento anche in dialisi – spiega il professor Francesco Locatelli, Direttore del Dipartimento Nefrologia Dialisi e Trapianto di rene dell’Ospedale “A. Manzoni” di Lecco e Past President Società Europea e Italiana di Nefrologia. «Non solo – continua il professore – tra gli intervistati appare assai scarsa la consapevolezza delle modalità di prevenzione dell’insufficienza renale cronica, segno che occorre spiegare ancor meglio quanto sia importante, anche per preservare la funzione renale, prevenire e curare diabete e ipertensione».

«Osservo tuttavia con piacere – commenta il Professor Andreucci – che il nefrologo sta divenendo una figura di riferimento sempre più familiare agli italiani, visto che oltre la metà del campione intervistato dichiara di sapere di che cosa egli  si occupi. Credo che questo sia un risultato in parte dovuto agli sforzi compiuti in questi anni da FIR e SIN affinché il confronto degli italiani con questa categoria di specialisti non si riducesse al momento della diagnosi per conclamata malattia, ma si alimentasse di appuntamenti standard di prevenzione».