Fondi pensione: come funzionano e le regole base per sceglierli


Il 30 giugno 2007 anno è stata dipinta da più parti come una data epocale per il sistema previdenziale italiano poiché circa undici milioni di lavoratori del settore privato si sono trovati davanti a una sorta di ultimatum sulla destinazione del Trattamento di fine rapporto, il “Tfr maturando”: meglio lasciarlo in azienda  o investirlo nei fondi pensione?

Se, da un lato, col Tfr  (la famosa “liquidazione”) gli italiani avevano preso una certa confidenza, dall’altro lato i fondi pensione esistevano, a dire il vero, dall’oramai lontano ’93 ma mai, forse come oggi, si dibatte e ci si aggroviglia sugli stessi, come testimoniato da temi caldi quali la “portabilità” del fondo o l’effetto delle crisi di Borsa sugli stessi o dall’avvio di iniziative quale quella della “bussola previdenziale”.

Alla luce di quanto detto siamo davvero sicuri che i lavoratori cui i fondi sono diretti ne abbiano una piena comprensione prima che una piena coscienza? Da questa domanda parte la volontà di tracciare un quadro generale semplice che chiarisca i punti fondamentali del funzionamento dei fondi pensione e stabilisca una serie di regole pratiche che dovrebbero guidare la scelta una volta che si decide di aderirvi. Partiamo col definire cos’è e cosa fa un fondo pensione.

Un “fondo pensione” è un organismo che ha lo scopo di erogare ai lavoratori iscritti una pensione aggiuntiva rispetto a quella resa dal sistema obbligatorio pubblico. Le risorse raccolte dai fondi pensione vengono investite dal gestore degli stessi nei mercati finanziari al fine di produrre un rendimento che va ad aggiungersi ai contributi versati nelle posizioni individuali (cioè alla “pensione pubblica o obbligatoria”). Non esiste tuttavia un unico tipo di fondo. In base alle loro modalità istitutive, si distinguono infatti fondi negoziali (o chiusi), fondi aperti, Piani Individuali Pensionistici (Pip) di matrice assicurativa, fondi pensione preesistenti, che unitamente considerati stabiliscono il “Sistema della Previdenza Complementare”. Il singolo lavoratore, che decide di aderire a un fondo pensione, si troverà ad affrontare una serie di momenti cruciali per il proprio destino previdenziale. Ripercorriamoli, punto per punto, segnalando gli aspetti fondamentali per il lavoratore.

1) INFORMAZIONE E (EVENTUALE) ADESIONE AL FONDO. E’ sicuramente la fase più delicata perché come insegna l’esperienza e il senso comune “non ci si può orientare senza prima conoscere”. E’ qui infatti che, attraverso la lettura della Nota informativa, il cui rilascio è obbligatorio per tutte le forme di previdenza complementare d’interesse, che il lavoratore viene a conoscenza delle caratteristiche e delle politiche d’investimento del fondo pensione nonché di performance passate, rischi, costi , possibilità di anticipazioni e riscatto e prestazioni offerte. E’ una fase, questa, molto importante per la valutazione del lavoratore che dovrebbe quanto meno prestare un’attenta lettura alla cosiddetta “scheda sintetica” che accompagna la Nota informativa e che contiene i dati necessari per confrontare le diverse forme previdenziali. In particolare, uno sguardo va sicuramente dato agli indicatori di costo; attenzione, inoltre, a che il fondo sia multicomparto e non monocomparto e si tenga ben presente, nel guardare ai rendimenti passati, che il fondo che ha fatto meglio ieri non è detto sia il migliore per il proprio domani.  Una volta scelto il fondo, per aderirvi esplicitamente è necessaria da parte del lavoratore la sottoscrizione del modulo di adesione recante le caratteristiche del lavoratore, le sue scelte di investimento e la contribuzione in percentuale del reddito.

2) CONTRIBUZIONE. In questo caso occorre considerare che la contribuzione è a discrezione dell’aderente per i fondi aperti e per i Pip, mentre nei fondi negoziali le quote minime di contribuzione sono stabilite dalle parti istitutive in sede di contrattazione collettiva.
 
3) ACCUMULAZIONE. I contributi versati periodicamente da lavoratori e loro datori sono trasferiti dal conto del fondo al conto che il gestore sottoscrive con la banca depositaria (organo che vigila sulla legittimità delle operazioni stabilite dal fondo oltre ad esserne il materiale esecutore) affinché il gestore provveda a investirle nel rispetto dei vincoli prefissati. Occhio, quindi, al valore unitario che via via assumono le quote del fondo e che è sintomatico della bontà redditizia del fondo (ma si badi bene non della sua rischiosità!).

4) PENSIONE. Raggiunta l’età per la pensione pubblica di vecchiaia il lavoratore avrà cumulato, coi propri versamenti e con la gestione finanziaria del fondo, un certo numero di quote del fondo che moltiplicate per il loro valore di mercato del momento danno luogo al montante che questi ha cumulato. A questo punto, se il lavoratore è iscritto al sistema di previdenza complementare da meno di 5 anni deve chiedere la liquidazione dell’intero montante; se, invece, è iscritto da almeno  5 anni ha facoltà di scegliere tra una rendita vitalizia rivalutabile per l’intero montante e una forma che prevede invece la riscossione di un capitale pari a una percentuale(al massimo del 50%) del montante e una rendita vitalizia rivalutabile per la parte restante.

A questo punto è lecito chiedersi, dunque, perché i fondi pensione meritino così tanta premura e perché tanta ponderazione debba essere prestata nella scelta sopratutto da parte dei più giovani. Al riguardo basti pensare che se prima della riforma delle pensioni pubbliche, era normale per il lavoratore lasciare la sua occupazione con un grado di copertura compreso tra il 70 e l’80%  dell’ultima retribuzione (ossia 2 punti l’anno , garantiti dallo Stato, moltiplicati per il numero di anni di lavoro) dopo la riforma, terminati i tempi della manna pubblica, quello che era un risultato fisiologicamente acquisibile è invece divenuto un obiettivo da colmare (e certamente non facile da raggiungere senza “sudare”) attraverso lo strumento della previdenza complementare.

Questa considerazione maggior rilievo se si pensa che una serie di ricerche mostrano come molti lavoratori tendano a sovrastimare la pensione pubblica a cui avranno diritto e conseguentemente a sottostimare la necessità di dotarsi di forme di previdenza complementare idonee. Ecco allora, per chi non ha ancora risolto il problema della scelta (vuoi perché sta per accingersi al mondo del lavoro o  perché vuole, e può, tornare sui suoi passi), una serie di ragionamenti semplici ma essenziali, che si legano alle variabili direttamente in mano al lavoratore per colmare la distanza tra pensione attesa e pensione obbligatoria (al riguardo il lavoratore ricordi che l'ammontare delle prestazioni previdenziali cui avrà diritto dipenderà  dai contributi versati, del periodo di permanenza nel fondo e dal rendimento ottenuto dall'investimento del patrimonio).

a) La prima scelta fondamentale per il lavoratore è decidere quanto è necessario accantonare anno per anno al fondo pensione. Al riguardo occorre svolgere ragionamenti differenziati a seconda che trovi applicazione il vecchio sistema retributivo (applicabile, per chiarire le idee, per chi lavora già da tempo), che sebbene meno generoso che in passato garantisce gradi di copertura della pensione pubblica sopra il 60% dell’ultima retribuzione,  o, il sistema contributivo che trova applicazione per i più giovani e che presenta per taluni coperture anche inferiori al 30%. Ciò permette di affermare che la linea di discrimine sia segnata dall’età (o meglio dagli anni che mancano al pensionamento): a lavoratori più giovani si accompagnano gap rispetto alla “quota 80” più alti e corrispondentemente la necessità di accantonamenti più corposi. Un altro punto importante che incide sulla contribuzione totale e che il lavoratore dovrebbe quantomeno pesare nelle proprie valutazioni è la contribuzione da parte del proprio datore al fondo. Occhio al fatto, dunque, che mentre il contributo datoriale è sempre previsto per i fondi chiusi, sui fondi aperti non è sempre così (occorre in sostanza che le parti sociali lo abbiano previsto in sede di contrattazione collettiva).

b) Ciò si lega anche alla seconda variabile in gioco nel determinare il montante, ossia la durata del piano pensionistico, che necessariamente influenza la scelta del tipo e della composizione del fondo da parte del lavoratore. Al riguardo il consiglio di molti consulenti è quello di propendere per fondi monetari se alla pensione mancano tra 0 e 3 anni; per fondi obbligazionari tra i 3 e i 5 anni; per fondi bilanciati obbligazionari tra i 5 e i 10 anni; per fondi bilanciati tra i 10 e i 15 anni; per fondi azionari bilanciati tra i 15 e i 20 anni; per fondi azionari oltre i 20 anni. In sostanza dunque si ribadisce il concetto che più lontani si è dalla pensione più occorrerà ottenere, ma per ottenere di più occorrerà necessariamente rischiare altrettanto perché sul mercato finanziario non esistono pranzi gratis.

c) L’ultimo elemento che incide sul montante è infine il rendimento della gestione che si lega allo specifico prodotto prescelto. Diversi studi mostrano come il rendimento della gestione sia dato per circa il 95% conti dalla “Asset allocation”, ossia la linea di investimento seguita e solo per il 5% dalla bravura del gestore. Attenzione dunque alla composizione del fondo (ossia al punto 2) più che allo specifico fondo prescelto.

Un consiglio pratico per finire. Con l’avvio della  “bussola previdenziale”, su iniziativa della Commissione di vigilanza sui fondi pensione (Covip) e con la conseguente omogeneizzazione delle ipotesi per il calcolo da parte dei vari operatori del settore, vi è da parte del lavoratore l’opportunità di testare, anche tramite motori di ricerca sui siti web dei vari fondi, l’efficacia della propria strategia previdenziale e confrontare strategie alternative potenziali (ad es. modificando l’importo della contribuzione).

Donato Guarino  (01/12/2008)