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Paese che abiti, congedo paternitÓ che trovi: ecco come cambia negli Stati membri Ue

╚ previsto in tutti e 28 gli Stati membri dove si va dai 2 giorni obbligatori dell'Italia ai 54 giorni della Finlandia. In Italia sono i papÓ della Sicilia che lo utilizzano di pi¨ mentre Veneto e Lombardia sono agli ultimi posti

» Pari opportunitÓ Redazione/GP - 25/01/2017

State per diventare padri? Nulla di più bello, ma attenzione al Paese europeo in cui state mettendo su famiglia. Da questo punto di vista, infatti, le modalità relative ai congedi per i padri cambiano a seconda dello Stato dell’Unione, che così lo classifica in tre categorie: in 14 Stati membri i congedi parentali possono essere divisi tra i due genitori (ad esempio in Germania, Danimarca, Cipro); in 12 Stati membri si tratta di un diritto individuale (tra cui Belgio, Francia, Grecia, Italia); in Portogallo, Svezia e Norvegia i congedi parentali comprendono due parti, una che può essere utilizzata in modalità condivisa e un’altra che non può essere condivisa. Quest’ultima categoria è relativa al periodo ravvicinato al parto e di conseguenza a disposizione della madre per il normale accudimento del bimbo. L’altro è a disposizione delle parti e può essere indifferentemente goduto da padre o madre secondo le necessità.

IL CASO DELL'ITALIA NELLA LEGGE DI BILANCIO. «La Legge di bilancio, che sarà operativa soltanto dal 2018, prevede una giornata in più di congedo facoltativo - spiega Simone Colombo, consulente del lavoro ed esperto di direzione del personale in outsourcing -: il congedo papà arriverà, così, ad un totale di 5 giornate. Per il 2017 sono confermate le due giornate di congedo obbligatorio, assieme alla possibilità di fruire di due ulteriori giorni di congedo facoltativo.» «Le giornate di congedo di paternità obbligatorio non sono fruibili in alternativa all’astensione obbligatoria della lavoratrice madre - aggiunge l’esperto -, ma si aggiungono al congedo di maternità. Cinque giorni sono certamente utili anche solo per il disbrigo delle prime pratiche amministrative e per aiutare la famiglia con la nuova organizzazione ma non sono risolutivi. Probabilmente, fermo restando che la legge fa un primo passo avanti, politiche di orario flessibile o brevi riduzioni di orario avrebbero una maggior efficacia e sarebbero di maggiore aiuto per i padri.»

OBIETTIVO 15 GIORNI DI CONGEDO PAPÀ. In ogni caso si tratta di un risultato importante perché il ‘congedo papà’ non è più un diritto a tempo: prima il giorno di congedo obbligatorio era da riconfermare anno per anno, ora si è stabilita una progressione. L’obiettivo resta quello di arrivare ai 15 giorni di congedo obbligatorio per i papà nei primi cinque mesi di vita del bambino.

I COSTI ITALIANI DEL CONGEDO DI PATERNITÀ. Ma quanto costa il congedo alle casse dello Stato? Ogni giorno obbligatorio costa 10 milioni, mentre quello facoltativo 1,3 milioni. Si tratta di un impegno importante da parte dello Stato. Il governo, quindi, spenderà 20 milioni nel 2017, che saliranno a 40 nel 2018 per i giorni obbligatori, più 1,3 milioni per quello facoltativo (41,3 milioni nel 2018 nel complesso).

LA GEOGRAFIA DEL CONGEDO. In Italia il quadro sottolinea, inoltre, una netta differenza nell’utilizzo del congedo dal nord al sud: in Sicilia il 30 per cento degli uomini chiede il permesso per stare a casa con i figli, segue la regione Lazio con il 18,4 per cento e la Sardegna con il 16,7 per cento. I dati sembrano confermare che le regioni a più alta occupazione pubblica sono quelle dove le richieste di congedo parentale dei papà sono maggiori, confermato dal fatto che le due regioni con maggior occupazione private, Veneto e Lombardia, sono ultime e ferme all’8,1 per cento.

USO MAGGIORE DEI PARI IN CASO DI CONGEDO CONDIVISO. «Laddove i congedi parentali possono essere fruiti in modalità condivisa - sottolinea Simone Colombo - l’utilizzo che ne fanno i padri è piuttosto basso. Nel caso in cui, però, il congedo sia connotato come diritto individuale e relativamente ben retribuito, i padri ne fanno un uso maggiore». Una tendenza confermata dalle legislazioni in materia nei paesi del Nord Europa come Danimarca, Islanda, Norvegia e Svezia che prevedono il congedo parentale come diritto individuale (quota papà) ed un livello di retribuzione che arriva anche al 100 per cento (Norvegia). Nella maggioranza dei casi i congedi di paternità sono retribuiti dal sistema di previdenza nazionale; in Romania e nei Paesi Bassi, in cui sono previsti rispettivamente 5 giorni e 2 giorni di congedo di paternità, la retribuzione spetta per intero ai datori di lavoro.

IL CASO DEL CONGEDO PARENTALE 'PART-TIME'. Un’altra iniziativa attuata per incoraggiare i padri a utilizzare i congedi è quella di offrire l’opzione di usufruire del congedo parentale in modalità part time. Vantaggio di questa opzione è la grande flessibilità. I Paesi Bassi ad esempio prevedono per legge il congedo parentale part time, il tempo pieno è possibile solo con il pieno accordo del datore di lavoro. L’utilizzo del congedo di paternità sta aumentando in quei Paesi che hanno introdotto il congedo di paternità obbligatorio (Italia, Portogallo), che rimane su base volontaria nella maggior parte degli Stati membri. Grandi differenze tra i paesi UE esistono anche sulla lunghezza massima del congedo di paternità (i padri finlandesi hanno un congedo di paternità di 54 giorni, il più lungo in Europa).

LA DISTRIBUZIONE EQUILIBRATA DELLA CURA NEONATALE. Quanto sin qui evidenziato, mette in luce alcuni effetti positivi: garantire il congedo parentale con una quota esclusiva per i padri promuove la paternità soprattutto se il partner non è in congedo nello stesso lasso di tempo della madre e facilita il reingresso della madre nel mercato del lavoro dopo la maternità. Nel momento in cui, quindi, si vengono a creare le condizioni per una distribuzione più equilibrata dei carichi di cura tra entrambi i genitori, si potrebbe contribuire all’aumento della partecipazione delle donne e degli uomini al mercato del lavoro. «È comprovato da studi di settore che un congedo parentale lungo possa avere una ricaduta negativa sulle lavoratrici, qualora non venga il più possibile condiviso con il partner. Le donne - aggiunge Colombo - avendo, infatti, retribuzioni di norma più basse, sono generalmente coloro che usufruiscono di tali congedi, rimanendo quindi più a lungo lontane dal mercato del lavoro, con una ripercussione negativa sulle proprie skill. Questo meccanismo alimenta anche fattori di segregazione orizzontale e verticale e più in generale di discriminazione».

E IN ITALIA? TUTTO GRAVA ANCORA TROPPO SULLE DONNE. In Italia, dove il lavoro non retribuito e i carichi di cura gravano maggiormente sulle donne, è fondamentale, affinché gli interventi siano efficaci, promuovere tutte quelle iniziative che portano ad esempio gli asili in azienda. «Oggi con il nuovo welfare si può pensare anche a progetti condivisi tra più aziende ubicate in zone simile che - conclude Colombo - possono insieme proporre politiche di welfare condivise (asili di prossimità, convenzioni di ogni genere, spazi di coworking) in modo tale da replicare i progetti di società ben più grosse.»