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Piccole botteghe artigiane addio: ecco come la crisi sta uccidendo gli antichi mestieri

Caduta dei consumi, aumento della pressione fiscale e del costo degli affitti, avvento delle tecnologie: questi per la CGIA di Mestre alcuni motivi che hanno spinto fuori mercato molte attività. In Veneto nel 2015 hanno chiuso quasi 22mila imprese

» Cronaca Lavoro Redazione/TB - 16/02/2016
Fonte: Photo ©Enrico Bruniera

Un "piccolo mondo antico", fatto di sapiente maestria artigiana che rendeva unico e raro ogni oggetto realizzato. Intere vie popolate di piccole botteghe dove prendevano vita mobili, sedie, cornici, ceramiche, tessuti. Un popolo di armatori, pellettieri, intagliatori, maestri del legno e del ferro battuto, ma anche barbieri che oggi, nemmeno a dirlo, sta subendo l'oda d'urto della crisi economica che rende questi lavori mestieri in via d'estinzione. A gettare un focus su questo fenomeno è la CGIA di Mestre che evidenzia come anche nell'ultimo anno le imprese attive sono diminuite di 21mila 780 unità, mentre dall’inizio della crisi (2009) il numero complessivo è crollato di 116mila attività. Inoltre, al 31 dicembre 2015 il numero complessivo delle aziende artigiane presenti in Italia è sceso sotto quota 1 milione 350mila.

ZABEO: "BOTTEGA CHE CHIUDE, DEGRADO E IMPOVERIMENTO DEL TESSUTO SOCIALE". A spiegare le ragioni di questa moria è il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA, Paolo Zabeo: "Moltissime attività artigiane sono state spinte fuori mercato a causa della caduta dei consumi delle famiglie e la loro lenta ripresa, dell'aumento della pressione fiscale e dell'esplosione del costo degli affitti. Senza contare che l'avvento delle nuove tecnologie e delle produzioni in serie che hanno relegato in posizioni di marginalità molte professioni caratterizzate da un'elevata capacità manuale". "Ma oltre al danno economico causato da queste cessazioni – aggiunge Zabeo - c’è anche un aspetto sociale molto preoccupante da tenere in considerazione. Quando chiude definitivamente la saracinesca una bottega artigiana, la qualità della vita di quel quartiere peggiora notevolmente. C'è meno sicurezza, più degrado e il rischio di un concreto impoverimento del tessuto sociale".



LE IMPRESE ARTIGIANE MAGGIORMENTE COINVOLTE NELLA CRISI. In valore assoluto, l'edilizia (- 65.455 imprese) e i trasporti (-16.699) sono le categorie artigiane che hanno risentito maggiormente degli effetti negativi della crisi. In sofferenza anche le attività manifatturiere, in particolar modo le imprese metalmeccaniche (-12.556 per i prodotti in metallo e -4.125 per i macchinari) e gli artigiani del legno (-8.076 che diventano -11.692 considerando anche i produttori di mobili). Per contro, invece, parrucchiere ed estetiste (+2.180), gelaterie-rosticcerie-ambulanti del cibo da strada (+ 3.290) e le imprese di pulizia e di giardinaggio (+ 11.370) sono aumentate di numero.

MASON: "ARTIGIANI COLPITI DA AUMENTO DEL CARICO FISCALE/CONTRIBUTIVO". "Ricordo che nell'ultimo comma dell'articolo 45 della nostra Costituzione si è stabilito che la legge deve provvedere alla tutela e allo sviluppo dell'artigianato – fa poi notare il segretario della CGIA Renato Mason -. In questi ultimi decenni, invece, questo principio spesso è stato disatteso, in particolar modo dalle norme in materia fiscale che hanno aumentato in maniera sconsiderata il carico fiscale/contributivo sugli artigiani".

GEOGRAFIA DELLA CRISI ARTIGIANA. A livello territoriale sono state le regioni del Sud ad aver "patito" le difficoltà maggiori: Sardegna (-14,1 per cento), Abruzzo (-12 per cento) e Basilicata/Sicilia (entrambe con -11,1 per cento) hanno subito le contrazioni più importanti. In questi ultimi 6 anni nessuna delle 20 regioni italiane ha fatto segnare una variazione positiva e, anche nell'ultimo anno, il segno meno compare per tutte le regioni.

I MESTIERI IN VIA D'ESTINZIONE. Nell'analisi della CGIA spicca anche la graduatoria dei mestieri artigiani che hanno sofferto maggiormente la crisi. Tra il 2009 e il 2015 le professioni che hanno subito la riduzione del numero di iscritti più importante sono stati i piccoli armatori (-35,5 per cento), i magliai (-33,1 per cento), i riparatori audio/video (-29,4per cento), i lustrini di mobili (-28,6 per cento), i produttori di poltrone e divani (-28,4 per cento), i pellicciai (-26 per cento), i corniciai (-25,7 per cento), gli impagliatori (-25,2 per cento), i produttori di sedie (-25,1 per cento), i camionisti (-23,7 per cento) e i falegnami (- 23,2 per cento). Alcune di queste attività sono così poco numerose che nel giro di una dozzina di anni rischiano di sparire. "Vuoi per le profonde trasformazioni che i rispettivi settori stanno subendo o per il fatto che i giovani non si avvicinano più a questi mestieri, alcune professioni storiche dell'artigianato stanno scomparendo – conclude Mason -. I barbieri, i calzolai, i fabbri, i fotografi gli ottici o i corniciai, ad esempio, sono in via di estinzione e oltre a perdere saperi e conoscenze che non recupereremo mai più, la chiusura di queste attività sta peggiorando il volto urbano dei nostri paesi e delle nostre città".