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Il lavoro nero? Colpito anche lui dalla crisi. Per i lavoretti domestici si ritorna al 'fai da te'

Per la CGIA sono 106mila i posti di lavoro irregolari persi tra il 2007 e il 2012, mentre i lavoratori in nero sono poco sotto i 3 mln. Bortolussi: "Se l'irregolarità non è criminale, costituisce un paracadute per chi non riesce ad arrivare a fine mese"

» Cronaca Lavoro Redazione/GP - 07/06/2014
Fonte: Immagine dal web

Dalle piccole manutenzioni ai lavori di giardinaggio, passando per le riparazioni domestiche di vario genere. Se prima per questi lavoretti casalinghi si ricorreva spessissimo al dopolavorista o all'abusivo, oggi, causa crisi economica che ha tagliato drasticamente la disponibilità di spesa delle famiglie italiane, gli italiani riscoprono il piacere del 'fai da te' domestico. Un vero e proprio boom relativamente al quale il segretario della CGIA di Mestre, Giuseppe Bortolussi, tiene a precisare che se da una parte "sono moltissime le persone che di fronte ad un guasto o a una rottura si sono messe a fare l'idraulico, l'elettricista, il fabbro o il falegname, dall'altra non tutti i settori hanno subito una contrazione della presenza degli abusivi". "Penso ad esempio al settore della cura alla persona (parrucchieri, estetiste, massaggiatori, etc.), nella riparazione delle auto, moto o cicli e nel trasporto persone l'aumento degli irregolari è stato esponenziale".

Resta comunque il fatto che dai dati registrati proprio dalla CGIA, i posti di lavoro irregolari persi tra il 2007 e il 2012[1] ammontano ad oltre 106mila unità, e l'esercito dei lavoratori in nero, o meglio delle unità di lavoro standard irregolari presenti nel nostro Paese, sono scese poco sotto i 3 milioni, precisamente 2 milioni 862mila 300[2]. Sul fronte geografico si evidenziano, ancora una volta, forti differenze tra Nord e Sud Italia: se tra il 2007 e il 2012 nel Centro Nord il calo delle unità irregolari è stato molto consistente (- 67mila 500 nel Nordovest, 50.300 nel Centro e 38.900 nel Nordest) al Sud si è registrato un deciso aumento: +50mila 400. "Rispetto al resto del Paese nel Sud la presenza dell'economia sommersa è più diffusa e strutturata - prosegue Bortolussi -. A differenza del Centro-Nord, dove, in linea generale, il lavoratore irregolare opera prevalentemente da solo e in piena autonomia, nel Mezzogiorno l'economia sommersa riguarda molte filiere dei servizi e del produttivo. Pertanto, è presumibile che la crisi abbia rafforzato il peso e la dimensione di quelle attività e di quei settori che tradizionalmente operano nella cosiddetta area grigia o sono controllati dalla criminalità organizzata".



Ma c'è una sfumatura che resta comunque impenetrabile, quella del sommerso. Un aspetto che costa alle casse dello Stato 45 miliardi di euro di gettito l'anno. Secondo le stime dell'Ufficio studi della CGIA, infatti, il valore aggiunto prodotto a livello nazionale dall'economia sommersa è pari a poco più di 100 miliardi di euro all'anno. Una situazione che procura un mancato gettito fiscale pari a quasi 45 miliardi di euro all'anno. La CGIA, comunque, ritiene utile precisare un aspetto che spesso non viene colto in sede di analisi di questo fenomeno: "Con la presenza del sommerso - continua Bortolussi - la profonda crisi che sta colpendo il Paese ha, probabilmente, effetti economici e sociali meno pesanti di quanto non dicano le statistiche ufficiali".


[Stima della distribuzione del valore aggiunto sommerso derivante dal lavoro irregolare e dal gettito evaso er il 2012 (3)]

"È evidente che chi pratica queste attività irregolari fa concorrenza sleale nei confronti degli operatori economici regolari che non possono o non vogliono evadere. Ma nel Mezzogiorno e nelle aree più in difficoltà del Paese il sommerso costituisce un vero e proprio ammortizzatore sociale". "Sia chiaro, nessuno di noi vuole elogiare il lavoro nero, spesso legato a doppio filo con forme inaccettabili di sfruttamento, precarietà e mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro. Tuttavia - conclude il segretario della CGIA -, quando queste forme di irregolarità non sono legate ad attività riconducibili alle organizzazioni criminali o alle fattispecie appena elencate costituiscono in questi momenti così difficili un paracadute per molti disoccupati, cassaintegrati o pensionati che altrimenti non riescono ad arrivare alla fine del mese".

NOTE
[1]
Ultimo anno in cui le statistiche sono disponibili
[2] Ovvero, come se 2.863.300 persone lavorassero per otto ore al giorno in maniera irregolare
[3] La somma del PIL delle aree territoriali differisce dal totale Italia a causa della quota di PIL extraregionale non ripartibile. I dati si riferiscono al 2012 (ultimo anno disponibile). Si è ipotizzato che la composizione del valore aggiunto sommerso e la sua incidenza sul PIL non sia mutata rispetto all'ultima stima dell’ISTAT che risale al 2008. L'ultimo dato disponibile sui lavoratori irregolari presenti in Italia si riferisce al 2012. Secondo le rilevazioni dell'ISTAT il numero di unità di lavoro irregolari nel 2012 è pari a 2.862.300 unità. Sulla base degli ultimi dati di fonte ISTAT (riferiti al 2008) il valore aggiunto prodotto da questi lavoratori sommersi è pari a circa il 6,5 per cento del PIL. Una cifra che si aggira attorno ai 100 miliardi di euro. Si è proceduto ipotizzando che l’incidenza del valore aggiunto sommerso da lavoro irregolare del 2012 sia la medesima di quella rilevata dall'ISTAT nel 2008.