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Giovani precari oggi, anziani poveri domani: il 65% andrà in pensione con meno di mille euro

La 'generazione mille euro' avrà ancora meno a fine carriera. Con pensioni molto basse, in caso di non autosufficienza chi pagherà le badanti per tutti? Il futuro grigio dei giovani in un Paese che invecchia nell’analisi del Censis

» Cronaca economica Redazione - 24/02/2015
Titolo: Vignetta di Arnald
Fonte: diversamenteoccupati.it

La ‘generazione mille euro’ avrà ancora meno a fine carriera. Oggi il 40 per cento dei lavoratori dipendenti di 25-34 anni ha una retribuzione netta media mensile fino a mille euro. E in molti si troveranno ad avere dalla pensione un reddito più basso di quello che avevano a inizio carriera. L’invecchiamento della popolazione e le riforme pensionistiche rendono più complesso il quadro delle variabili che incidono sulla longevità, per cui il Censis e la Fondazione Generali hanno avviato un percorso di ricerca sul welfare di domani. Il Censis stima che il 65 per cento dei giovani occupati dipendenti 25-34enni di oggi avrà una pensione sotto i mille euro, pur con avanzamenti di carriera medi assimilabili a quelli delle generazioni che li hanno preceduti, considerando l’abbassamento dei tassi di sostituzione. E la previsione riguarda i più “fortunati”, cioè i 3,4 milioni di giovani oggi ben inseriti nel mercato del lavoro, con contratti standard. Poi ci sono 890mila giovani 25-34enni autonomi o con contratti di collaborazione e quasi 2,3 milioni di Neet, che non studiano né lavorano. Se continua così, i giovani precari di oggi diventeranno gli anziani poveri di domani. È quanto emerge dalla ricerca realizzata dal Censis in collaborazione con Fondazione Generali.

CONTRIBUTI PURI VS CONTRIBUTI REALI: QUALCOS NON QUADRA. Il regime contributivo puro cozza con la reale condizione dei millennials. Il 53 per cento dei millennials (i giovani di 18-34 anni) pensa che la loro pensione arriverà al massimo al 50 per cento del reddito da lavoro. La loro pensione dipenderà dalla capacità che avranno di versare contributi presto e con continuità. Ma il 61 per cento dei millennials ha avuto finora una contribuzione pensionistica intermittente, perché sono rimasti spesso senza lavoro o perché hanno lavorato in nero. Per avere pensioni migliori, l’unica soluzione è lavorare fino ad età avanzata, allo sfinimento. Ma il mercato del lavoro lo consentirà? Intanto l’occupazione dei giovani è crollata. Siamo passati dal 69,8 per cento di giovani di 25-34 anni occupati nel 2004, pari a 6 milioni, al 59,1 per cento nel 2014 (primi tre trimestri), pari a 4,2 milioni. In dieci anni, ci sono stati 1,8 milioni di occupati in meno tra i giovani, con un crollo di 10,7 punti percentuali. Una perdita di occupazione giovanile che, tradotta in costo sociale, è stata pari a 120 miliardi di euro, cioè un valore pari al Pil di tre Paesi europei come Lussemburgo, Croazia e Lituania mesi insieme.

È L’INVECCHIAMENTO NON AUTOSUFFICIENTE CHE TERRORIZZA I GIOVANI. A far paura non è l’invecchiamento, ma il rischio di perdere l’autonomia. Solo il 35 per cento degli italiani ha paura di invecchiare: il 15 per cento combatte gli effetti dell’invecchiamento e il 20 per cento si rassegna. Il 65 per cento invece non teme l’invecchiamento: perché lo considera un fatto naturale (53 per cento) o perché pensa che invecchiando si migliora (12 per cento). A far paura è la perdita di autonomia. Pensando alla propria vecchiaia, il 43 per cento degli italiani giovani e adulti teme l’insorgere di malattie, il 41 per cento la non autosufficienza. E il 54 per cento degli anziani fa coincidere la soglia di accesso alla vecchiaia proprio con la perdita dell’autosufficienza, il 29 per cento con la morte del coniuge e il 24 per cento con il pensionamento. La fragilità legata all’invecchiamento terrorizza i giovani. Pensando a quando saranno anziani e bisognosi di cure, il 32 per cento di giovani e adulti si preoccupa perché non sa bene che cosa accadrà, il 22 per cento è incerto e disorientato, e solo il 16 per cento si sente tranquillo, perché si sta preparando a quel momento con risparmi e polizze assicurative, o semplicemente conta sul supporto della propria famiglia.

BADANTI OGGI OK, MA DOMANI? In casa propria, accuditi dai familiari o da una badante: è questo oggi il modello di assistenza agli anziani non autosufficienti. Le badanti sono più di 700mila (di cui 361.500 regolarmente registrate presso l’Inps con almeno un contributo versato nell’anno) e costano 9 miliardi di euro all’anno alle famiglie. Finora il modello ha funzionato, per il futuro però potrebbe non essere più un servizio low cost. Sono 120mila le persone non autosufficienti che hanno dovuto rinunciare alla badante per ragioni economiche. Il 78 per cento degli italiani pensa che sta crescendo la pressione delle badanti per avere stipendi più alti e maggiori tutele, con un conseguente rialzo dei costi a carico delle famiglie. Per tanti l’impegno economico diventa insostenibile: 333mila famiglie hanno utilizzato tutti i risparmi per pagare l’assistenza a un anziano non autosufficiente, 190mila famiglie hanno dovuto vendere l’abitazione (spesso la nuda proprietà) per trovare le risorse necessarie, 152mila famiglie si sono indebitate per pagare l’assistenza. E sono oltre 909mila le reti familiari che si ‘autotassano’ per pagare l’assistenza del familiare non autosufficiente. E anche quando si ricorre alla badante, l’85 per cento degli italiani sottolinea che è comunque necessario un massiccio impegno dei familiari per coprire giorni di riposo, festivi, ferie, ecc.

SE LA CASA DIVENTA UNA TRAPPOLA PER GLI ANZIANI...Quando la casa diventa una trappola per gli anziani. Sono 2,5 milioni gli anziani che vivono in abitazioni non adeguate alle loro condizioni di ridotta mobilità e che avrebbero bisogno di interventi per essere trasformate. E sono 1,1 milioni quelli che vivono in case inadeguate ma non adattabili alle esigenze di una persona anziana con problemi di mobilità. In questi casi rimanere in casa può diventare un boomerang.

...MA LE RESIDENZE PER ANZIANI NON PIACCIONO AGLI ITALIANI. Le residenze per anziani? Purché non siano parcheggi per vecchi. Oggi le residenze per anziani (case di riposo e simili) non piacciono agli italiani. Sono ospiti di strutture residenziali 200mila anziani non autosufficienti, mentre 2,5 milioni vivono in famiglia, in casa propria o di parenti. Le residenze per anziani oggi non hanno appeal perché sono solo parcheggi per vecchi che provocano malinconia. Ma 4,7 milioni di anziani sarebbero favorevoli ad andare in residenze se la loro qualità migliorasse. Il 55 per cento di loro pensa che una buona residenza per anziani deve garantire l’accesso rapido alle cure sanitarie e infermieristiche in caso di bisogno, per il 36 per cento deve mostrare una sensibilità speciale per il lato umano degli ospiti, per il 27 per cento deve favorire l’apertura verso l’esterno con attività alle quali possono accedere anche persone da fuori, per il 23 per cento deve disporre di spazi comuni in cui realizzare attività ricreative che incoraggino le relazioni tra gli ospiti. In Italia esistono esempi virtuosi di residenzialità per longevi, tra cui il Civitas Vitae della Fondazione Opera Immacolata Concezione di Padova, prima infrastruttura di coesione sociale in Italia fatta di strutture e servizi intergenerazionali, piena apertura al territorio con accesso ai suoi servizi per tutti i cittadini, impegno di longevi attivi, intenso uso di nuove tecnologie Ict.