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INTERVISTA - Expo, vino e dintorni. Cotarella: "La ricerca è il perno della nuova era vitivinicola"

Il neo eletto presidente dell'UIOE fa un'analisi di questo settore in rapida evoluzione, una sorta di "rinascimento" grazie anche alla conoscenza. L'Expo? "Un importante percorso mediatico ed emozionale in cui sentire i colori e gli odori della vigna"

» Cronaca economica Fabiola Di Sotto - 22/04/2015
Fonte: www.winechannel.it

Il vino come valore familiare, come scuola di vita e settore che stimola la conoscenza e la ricerca, ma anche come mercato economico rivolto al consumatore più che al produttore. Quella dell'enologo Riccardo Cotarella, neo presidente dell'Unione Internazionale degli Enologi (UIOE), che raggruppa e rappresenta oltre 15mila tecnici del settore che operano in più di 8mila aziende, È un'analisi a tutto tondo del settore enologico e vitivinicolo. Fondatore nel 1979 insieme al fratello Renzo, l'Azienda vinicola Falesco, in questa intervista disegna un quadro dalle tante sfumature che aiuteranno a comprendere dall’interno della propria esperienza cosa significa crescere e lavorare in un settore come questo:

Com’è iniziata la sua passione per il vino?
"Provengo da una famiglia che produce vino da cinque generazioni, continuare a lavorare in questo settore per me è stato naturale. Tuttavia, sono convinto che questa fosse davvero la mia strada, perché, oltre a darmi soddisfazioni professionali, mi ha sempre stimolato verso la ricerca di nuove avventure, anche ora che ho 67 anni. Mi guida una forte passione, che mi arricchisce soprattutto da un punto di vista umano".

È a capo del Comitato vitivinicolo di Expo 2015. Cosa rappresenta quest'evento per il nostro Paese e per il nostro vino?
"Innanzitutto mi sforzo di far sapere che cosa 'non è' l'Expo: non è una fiera, non è un posto dove fare trattative o semplicemente degustare vini. Lo ritengo un luogo di meditazione e una sorgente di cultura per chi ha sete di sapere e soprattutto di conoscere l'Italia nel vino. L'Italia ha una storia ampia e variegata e ci vorrebbero molto più di sei mesi per poterla raccontare. Siamo il paese più ricco di biodiversità, di vitigni e territori. Ecco ciò che dirà l'Expo: questa è la nostra storia, la nostra attualità e speriamo che sia anche il nostro futuro. E lo mostrerà attraverso una serie di percorsi mediatici ed emozionali nei quali sentiremo i colori e gli odori della vigna".

L'Expo si muove tra naturalità e innovazione: il vino dove si pone?
"Chi non considera il vino naturale non lo conosce. La vite produce uva e il procedimento con cui i grappoli vengono trasformati in vino è 'naturalissimo': le componenti dell'uva sono trasferite completamente nel prodotto finale. Logicamente, in questa trasformazione, la conoscenza scientifica può aiutarci a capire dove e come possiamo controllare e migliorare, attraverso la tecnologia sana, il processo".

In questo settore, dunque, la ricerca è importante?
"È fondamentale: è il perno su cui è nata la nuova era vitivinicola. Se abbiamo avuto un 'rinascimento' dei vini italiani lo dobbiamo, oltre che ai produttori, a studiosi, tecnici, agronomi ed enologi che si sono avvicinati al vino attraverso la conoscenza. Chi non fa questo e si accosta senza cognizione di causa a questo mondo avrà un risultato finale casuale, e oggi le aziende non possono reggersi sul caso: hanno bisogno di un programma che non vuole improvvisazione, ma punti alla qualità".

La concorrenza estera si fa sentire: come può affrontarla l'Italia? In questo senso l'Expo può essere un'occasione?
"L'Expo è un'occasione unica. La Cina ci considera a livello del Cile e del Sud Africa, per i cinesi il vino è 'Francia'. Perché? Perché noi non sappiamo dire chi siamo e che cosa facciamo, mentre per la Francia la comunicazione è la prima arma. Eppure la qualità dei vini francesi non è superiore alla nostra, è solo una questione di marketing. In Francia sono stati bravissimi a capire, prima di noi, che il mercato è del consumatore e non del produttore: è importante conoscerlo e sapergli raccontare tutto ciò che si ha da offrirgli. Su questo piano la nostra proposta è immensa. La Francia ha tre zone vitivinicole importanti: Champagne, Bourgogne e Bordelais, noi ne abbiamo centinaia. Basta raccontare la nostra storia e biodiversità per dimostrare la nostra 'superiorità'. Se il ruolo dell'Italia nel vino non verrà compreso in questa occasione dovremo rassegnarci a un ruolo di comparsa, nonostante le nostre maggiori potenzialità".

Lei svolge anche diverse attività di solidarietà, ce ne vuole parlare?
"Sono ormai 18 anni che seguo la Comunità di San Patrignano, otto che seguo in Palestina la bellissima azienda dei salesiani e devo dire che è molto più quello che prendo io da queste attività rispetto a quanto do. San Patrignano è una casa, una famiglia per giovani che hanno smarrito la strada. É una comunità di vita che accoglie quanti sono afflitti dalle dipendenze e dall'emarginazione, per aiutarli a ritrovare la propria strada attraverso un cammino di recupero che è soprattutto un percorso d'amore. Tutti i miei studenti sono andati in visita a San Patrignano e ne sono tornati arricchiti. Sono convinto che chi nella vita ha avuto tanto debba ridare agli altri. E non parlo di denaro, ma di vita. Dare significa riprendersi qualcosa anche se indirettamente, è una delle lezioni che il vino mi ha impartito".

(Intervista pubblicata sull'Almanacco della Scienza del Cnr, n.4  del 22 aprile 2015)