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INTERVISTA - Politiche fiscali: Balestrieri, "per riformare il settore serve una rivoluzione copernicana "
Il presidente dell'Osservatorio permanente dell'Eurispes non ha dubbi: perché tutto funzioni a dovere, "bisogna creare un sistema per dare effettività alle norme tributarie, donando loro il rango e l'importanza che meritano oggi"
Fonte: Immagine dal web
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Creare un codice tributario italiano attraverso una riorganizzazione efficiente delle normative in campo fiscale, fare in modo che l'amministrazione pubblica sia più snella dal punto di vista burocratico ed avviare una serie di politiche incentivanti per gli investitori stranieri in modo da rendere più attrattivo e competitivo il Paese. Questi, secondo Stefano Balestrieri, presidente dell'Osservatorio permanente sulle politiche fiscali dell'Eurispes, sono alcuni provvedimenti urgenti per riformare il settore fiscale italiano. Una vera "rivoluzione copernicana" che, visto il momento storico-economico non è più possibile rimandare.
Quando si parla di politiche fiscali, uno dei problemi principali che il governo si trova spesso ad affrontare in materia fiscale per cercare di raggiungere i propri obiettivi di bilancio, è quello dell'evasione fiscale. Da questo punto di vista, infatti, la necessità primaria riguarda un atteggiamento diverso delle istituzioni preposte ai controlli. È necessario, infatti, che diventino un fulcro importante per il rilancio e la crescita del Paese e non, come spesso accade oggi, uno strumento di intimidazione che, spesso, tende a frenare lo sviluppo. Per cercare di capire un po' meglio lo stato dell'arte delle politiche fiscali italiane, NanniMagazine.it ha parlato a lungo con il presidente dell'Osservatorio permanente sulle politiche fiscali dell'Eurispes che ha da poco pubblicato il Rapporto Italia in nero:
Dottor Balestrieri, dai dati oggi a disposizione, qual è lo stato di salute delle politiche fiscali in Italia?
"Abbastanza malaticcio direi, ma questo lo sappiamo già. Quello italiano purtroppo è un sistema di politiche fiscali estremamente ampolloso, incerto e complesso, composto da norme, tante direi, che si sovrappongono, determinando in questo modo grandissime diversità di interpretazione, soprattutto per il carico enorme di contenziosi che ci sono attualmente, derivati dagli accertamenti. Di fatto è un sistema inefficiente. Basti pensare che le norme fiscali italiane si muovono a colpi di decreti legge e lei stessa può immaginare che grado di instabilità tutto questo dia al sistema nel suo complesso".
Riguardo l'evasione fiscale, lei distingue tra quella di "sussistenza" e quella di "arricchimento", preferendo quasi la prima alla seconda: perché questa provocazione?
"Attenzione! A questa provocazione io ho fatto una premessa ben precisa, e cioè che l'evasione è un illecito e come tale deve essere assolutamente contrastato. Dal Rapporto Eurispes-Istituto San Pio V emerge che il fenomeno non riguarda solo il professionista o l'imprenditore, perché evasore è anche chi fa ad esempio, un doppio lavoro. Quindi è necessario affrontare il discorso in materia seria, non bisogna giustificare certi fenomeni, ma almeno cercare di capirli per poi agire. Un esempio pratico è il negoziante o il piccolo artigiano che ha un carico contributivo importante, che però ha minori entrate a causa della crisi, ma deve pagare comunque l'affitto dei locali, le utenze che aumentano, il carburante che sale ogni giorni, l'Iva che cresce. Da una parte, quindi, abbiamo uno Stato che giustamente nella sua potestà impositiva chiede che venga pagato quanto dovuto a livello di imposta, ma questo spesso avviene in modo pesante e va a colpire quei soggetti hanno tutta la volontà di risanare la loro posizione ma che, obiettivamente, non ce la fanno. Così siamo oltre la crisi economica, qui siamo ai confini di una crisi sociale".
Da qui l'altra sua provocazione, ovvero che "l'evasione è madre della pressione fiscale":
"È così perché quello italiano è un sistema vizioso. Un esempio è la conferma da parte dei ministri dell'aumento dell'Iva al 23% per il prossimo ottobre, una decisione pesante che avrà forti ripercussioni su tutti. Se vuole le faccio un altro esempio: l'imposizione indiretta sulle transazioni immobiliari che avrà come valore catastale di base una cifra più alta rispetto quella attuale. Insomma, io vedo tante impostazioni che hanno come unico obiettivo, giustamente, l'aumento del gettito, quindi delle entrate, ma in modo molto scoordinato, non vedo una visione di insieme, di sistema".
Lei sostiene che "la politica fiscale di un paese non riguarda solo cercare gli strumenti per ridistribuire la ricchezza, ma è anche un modo per rendere più competitivo il Paese": in una situazione del genere, però, è chiaro a tutti che gli investitori esteri da non ci vengono:
"No, ovviamente non ci vengono, e anche qui bisogna essere piuttosto pragmatici. Se come paese straniero dovessi investire, lo farei verso un sistema efficiente nell'esercizio delle proprie funzioni e dei servizi di assistenza a chi opera nel settore economico, anche perché devo avere poi una convenienza in termini di utili. Guardi quello di cui stiamo parlando non è una cosa folle. Molti paesi europei hanno basato la propria crescita su una politica fiscale incentivante, di attrazione degli investimenti esteri. Uno di questi, ad esempio, è l'Estonia che ha registrato crescite del Pil che vanno dall'8 al 12 per cento annuo grazie a provvedimenti quali la detassazione totale dei dividendi societari".
Quali strumenti servono allora all'Italia per diventare un Paese attraente per gli investitori esteri?
"Fermo restando il fatto che le politiche fiscali non possono non essere nell'agenda di un governo che vuole rilanciare l'attrattività e la competitività di un Paese, occorre da un lato, una capacità di spesa da parte del mercato tale da dare una prospettiva di utile a che investe, dall'altro una Pubblica Amministrazione efficiente dal punto di vista burocratico anche per le pratiche relative ai documenti di chi vuole aprire un'attività. Guardi a questo proposito le lancio un'altra provocazione: l'Italia sta diventando un paese poco attraente non solo per gli investitori esteri, ma anche per quelli italiani. Questo perché le politiche fiscali degli altri paesi permettono agli imprenditori ad esempio la defiscalizzazione per i primi tre anni degli utili realizzati con la propria attività o concedono loro permessi di costruire su concessioni demaniali per realizzare strutture in cui realizzare i propri prodotti a canoni molto agevolati. Queste sono le politiche di attrazione e di investimento. Ecco, oggi bisogna chiedersi se l'Italia abbia davvero una politica fiscale che va verso questa direzione. Io non credo".
Quindi, da ultimo, il settore delle politiche fiscali italiani dovrebbe essere riformato e quali strumenti dovrebbe adottare per poter funzionare?
"Guardi dovrebbe essere una rivoluzione copernicana che permetta di mettere sul tavolo tutta la produzione normativa in campo fiscale e creare, finalmente, un codice tributario italiano, riformare la norma sul processo tributario rendendola un processo vero e proprio e toccare, magari, anche la composizione dei giudici tributari rendendoli di conseguenza giudici togati. Quindi cercare di creare un sistema tale per cui si dia effettività alla norma fiscale, dandole di fatto il rango e l'importanza che merita oggi".
NOTE
[1] La "politica fiscale" è una delle linee di azione adottata dal governo ed espressa all'interno delle leggi finanziarie, per far fronte alle uscite dello Stato, cioè la spesa pubblica per beni e servizi, attraverso adeguate entrate nelle casse statali, ottenuta tramite il ricorso al cosiddetto "sistema fiscale". Quest'ultimo viene definito a sua volta come il livello di pressione fiscale e la modalità di ripartizione di tasse e tributi ottenute attraverso l'imposizione o prelievo fiscale su tutti i suoi cittadini contribuenti. Uno dei problema fortemente limitanti che il governo si trova spesso ad affrontare in materia fiscale per cercare di raggiungere i propri obiettivi di bilancio, è quello dell'evasione fiscale.
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