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Il ceto medio? In Italia resta ancora un modello di vita malgrado la crisi

Dalla casa all'utilitaria fino ai risparmi: nonostante questi sette anni di difficoltà nel Bel Paese si affacciano nuovi protagonisti della 'middle class'. Il vero nemico, però, restano le disuguaglianze sociali

» Cronaca economica Redazione - 09/02/2015
Fonte: Immagine dal web

Nonostante i sette anni duri della crisi in Italia il “ceto medio” (persone che vivono del loro reddito o esercitano il commercio, l’industria o una professione libera, ndr) vince ancora come mentalità e come modello di vita. Secondo i dati del Censis pubblicati il 7 febbraio scorso, gli italiani si sentono ancora ceto medio. Pensando alla propria condizione economica attuale, il 54 per cento degli italiani si sente ceto medio, il 18 per cento classe lavoratrice e il 16 per cento ceto popolare. Tra gli insegnanti e gli impiegati la percentuale di chi si definisce ceto medio sale al 55 per cento, e supera il 60 per cento tra i pensionati e le casalinghe.

Anche il 31 per cento di operai e contadini si dice ceto medio, sebbene la maggioranza (il 38 per cento) si senta classe lavoratrice, mentre il 53 per cento dei ‘millennials’ (i giovani di 18-34 anni) si autopercepisce come ceto medio, mentre solo il 9 per cento di loro fa coincidere la proprietà identità sociale con la condizione di precario. Persino le persone con un reddito fino a mille euro mensili si definiscono in maggioranza (il 34 per cento) ceto medio, il 28 per cento ceto popolare e il 17 per cento povere. Appartenere al ceto medio vuol dire soprattutto sentirsi simili alle persone che hanno lo stesso stile di vita (lo pensa il 27 per cento degli italiani) nel rapporto con i soldi, nei consumi e nel modo di spendere il tempo libero. Nonostante i sette anni duri della crisi, in Italia il ceto medio vince ancora, come mentalità e come modello di vita.

LA CASA AI PROPRI FIGLI. Resiste il pilastro patrimoniale del ceto medio. Lasciare la casa ai figli è il modo in cui oggi 11,3 milioni di famiglie italiane pensano di dare un aiuto ai loro discendenti. Sono 2,3 milioni le famiglie che li sosterranno dandogli un anticipo per l’acquisto di un’abitazione o fornendo le garanzie per ottenere un mutuo. E 1,1 milioni di famiglie aiuteranno i figli lasciando loro un immobile di proprietà diverso dalla casa. Il mattone come forma di sostegno per il futuro è una propensione antica, confortata dai più recenti segnali di ripresa del mercato immobiliare. Le compravendite di abitazioni sono ripartite: +3,7 per cento nel terzo trimestre del 2014 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e +13,9 per cento i mutui. I tassi di interesse sui mutui ai minimi storici (i variabili all’1,5 per cento, i fissi intorno al 3 per cento) danno una spinta al mercato. E se la ripresa dei consumi ancora non si vede, ciò dipende dal fatto che oggi domina la sobrietà. Il ciclo del consumismo come simbolo di stato si è chiuso per il ceto medio, ma dopo un lungo periodo di stallo tornano i consumi tipici della middle class, come l’automobile nuova. A gennaio le immatricolazioni delle auto piccole, medie e delle utilitarie sono aumentate dell’11,6 per cento rispetto al gennaio 2014, a fronte di un -3,2 per cento registrato nello stesso periodo nel segmento superiore e di alta gamma.

SOBRIETÀ: UNA VOCAZIONE DA FORMICHE SALVERÀ L’ITALIA. Se si vuole preservare lo status da ceto medio, si deve continuare a risparmiare e consumi più sobri aiutano. Sono 26,3 milioni gli italiani che, se oggi avessero più soldi, li utilizzerebbero per metterli da parte su un conto corrente, mentre 14 milioni li destinerebbero ai consumi. Non a caso, la propensione al risparmio è salita al 10,8 per cento nel terzo trimestre del 2014, con un flusso di 29,5 miliardi di euro di denaro accantonato: il valore trimestrale più alto dal 2009. Al centro dello stile di vita del ceto medio non c’è più il consumo. Nel post-crisi vince la sobrietà e la voglia di rifare patrimonio dopo sette anni di difficoltà.

MA QUANTO CETO MEDIO SI ALIMENTA DI SOMMERSO? Il 41 per cento degli italiani che nell’ultimo anno hanno fatto ricorso ai servizi di artigiani (idraulici, elettricisti, imbianchini, falegnami, ecc.) ha pagato in nero, senza fattura. Anche il 22,5 per cento di chi si è rivolto a qualche professionista (avvocati, geometri, architetti, ingegneri, ecc.) ha saldato in contanti e in nero la parcella. Come pure il 19 per cento di chi ha richiesto prestazioni a strutture e professionisti sanitari (medici, dentisti, laboratori di analisi, ecc.). Spuntare prestazioni a prezzi più abbordabili tagliando la quota della fiscalità, produrre porzioni di reddito attraverso una ri-sommersione nel nero: anche questo fa ceto medio.

SOGLIE BASSE DI INGRESSO: ECCO DA DOVE NASCE IL NUOVO CETO MEDIO. Le aziende, oggi, muoiono meno che in passato: nell’ultimo anno le cessazioni sono state 340.261, cioè 31.541 in meno rispetto al 2013 (il dato più basso dal 2010), mentre sono nate 370.979 nuove imprese. Si avvertono tenui segnali di ripresa e qualcosa comincia a muoversi per il ceto medio. Si aprono soglie basse di ingresso in settori un tempo blindati o resi inavvicinabili dalla crisi. A decollare nell’ultimo anno sono state soprattutto le iniziative a dai con costi di avviamento contenuti nelle attività di alloggio e ristorazione (+10.910 imprese), nei servizi di supporto alle imprese (+9.290) e nel commercio (+7.544). Settori che si presentano come i veri incubatori in cui dal basso si va ricostituendo il nuovo ceto medio. Magari con il supporto dei soldi dei genitori, nel caso dei giovani, o di interi gruppi familiari, nel caso degli immigrati, si formano germi di nuovo ceto medio in attività d’impresa visibili a occhio nudo nel quotidiano. Nel boom della ristorazione, i take away, le friggitorie, i punti vendita di cibi da asporto sono aumentati di oltre 9.200 unità locali nei quattro anni di crisi 2009-2014 (+29 per cento, oggi sono 41.200). Come pure nella vendita al dettaglio per corrispondenza, tramite internet e distributori automatici (oltre 9.600 unità locali in più, ovvero +30 per cento, e oggi sono quasi 41.200). E nelle gelaterie e pasticcerie (oltre  2mila unità locali in più, cioè +9 per cento, e oggi sono più di 25mila).

LE DISUGUAGLIANZE SOCIALI IL VERO NEMICO DEL CETO MEDIO. Se dal basso si prova a rifare ceto medio, stonano le diseguaglianze sociali crescenti, segnate dai picchi di reddito e di patrimonio solo di alcuni, che anche nella crisi hanno continuato a guadagnare o comunque hanno perso meno degli altri. Tra il 2007 e il 2013 il 10 per cento di italiani più ricchi ha subito una diminuzione media annua del reddito disponibile dell’1,6 per cento in termini reali, mentre quello del 10 per cento di italiani più poveri si riduceva mediamente del 3,8 per cento ogni anno (due volte e mezza di più). Oggi il reddito di quel 10 per cento di italiani più ricchi è pari a 11,1 volte quello del 10 per cento di italiani più poveri, e la forbice si è allargata negli anni della crisi, perché nel 2007 i primi superavano i secondi “solo” 9,8 volte.