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234 giorni per una autorizzazione, ecco cosa frena il mercato edilizio italiano

Secondo le stime del Censis, gli affari in questo settore sono dimezzati, così il volume di scambi torna al 1984. Sceso del 40% in 5 anni il fatturato dove pesa la burocrazia. Roma: "Tagli al bilancio statale e stop al credito rendono tutto molto critica"

» Crisi economica Redazione - 10/09/2014
Fonte: Immagine dal web

“La situazione in Italia è diventata paradossale. In una fase di profonda crisi dell’economia immobiliare e dell’industria delle costruzioni, calano gli investimenti pubblici e privati. I primi a causa dei tagli al bilancio statale, i secondi per ragioni di mercato e di credito”: così Direttore Generale del Censis, Giuseppe Roma, ha commentato i dati dell’Istituto che disegnano un quadro a tinte fosche del mercato edilizio italiano. Secondo il dossier diffuso il 10 settembre dal Censis e dalla Rete Urbana delle Rappresentanze (Rur), dopo aver conosciuto un decennio ruggente (1997-2007), con la crisi il mercato immobiliare del Bel Paese, si è letteralmente dimezzato. Nel settore residenziale, ad esempio, si è passati dalle 807mila abitazioni compravendute nel 2007 alle 403mila del 2013. Un volume di scambi come quello del 1984: un arretramento di trent’anni. Anche nel confronto con il 2008, il primo anno di forte flessione del mercato residenziale, il calo al 2013 è comunque molto rilevante, con un fatturato che è passato da 112 miliardi di euro ad appena 68 miliardi (-39,7 per cento).

UNA CRISI GENERALIZZATA IN TUTTO IL SETTORE EDILIZIO. Anche gli altri segmenti del mercato non residenziale registrano dinamiche simili: tra il 2008 e il 2013 -50,9 per cento il fatturato per il settore uffici, -55,1 per cento per il settore commerciale (negozi), -50,6 per cento per il mercato dei capannoni industriali. Il fatturato del mercato immobiliare non residenziale è passato tra il 2008 e il 2013 da 25,4 miliardi di euro ad appena 12,1 miliardi. In definitiva, il fatturato complessivo del settore immobiliare (residenziale e non residenziale) è diminuito dai 137,3 miliardi di euro del 2008 ai 79,6 miliardi del 2013, con una riduzione di 57,7 miliardi, che equivalgono a tre volte il fatturato della Fiat e a quasi la metà dell’Eni. È come se in questi anni i quattro principali gruppi della grande distribuzione in Italia (Coop, Conad, Selex ed Esselunga) fossero scomparsi.

UNA POSSIBILE RIPRESA? FORSE NEL 2015. Nonostante alcuni segnali positivi, la previsione del Censis è che per il 2014 ci possa essere solo un modesto segnale di inversione di tendenza nel mercato immobiliare, con un volume di compravendite stimabile in circa 419mila unità a fine anno, cioè un valore appena superiore a quello registrato nel 2013. Quest’anno va considerato di transizione. Lo smottamento verso il basso si sta fermando, ma il mercato non ha ancora la forza di risalire. La possibile inversione di tendenza non è prevedibile possa avvenire prima della metà del 2015. Tra i fattori positivi si segnalano un incremento nell’erogazione dei mutui, che a luglio 2014 ha riguardato 118mila famiglie rispetto alle 90mila dell’anno precedente, e i provvedimenti di incentivo dello ‘SbloccaItalia’, che però avranno effetto dal prossimo anno. Sul lato negativo ci sono la mazzata autunnale di tasse sulla casa (Imu, Tari e Tasi) e soprattutto la riduzione del reddito disponibile delle famiglie (-9,8 per cento dal 2008), che continua a determinare una debolezza della domanda solvibile.

GOODBYE EDILIZIA? L’ITALIA NON PUÒ PERMETTERSELO. Il valore aggiunto prodotto dall’industria edilizia in Italia nel 2013 è inferiore, in termini reali, del 26,7 per cento rispetto a quello del 2007, l’anno precedente all’inizio della crisi. Per l’Unione europea a 28 Paesi la riduzione è stata molto inferiore (-18,8 per cento), mentre la sola Germania ha visto un’ulteriore espansione del settore (+3,6 per cento). Un andamento analogo ha riguardato gli investimenti, passati in Italia dai 174 miliardi di euro del 2007 ai 142 miliardi del 2013, con una caduta in termini reali del 28,7 per cento. Nell’edilizia residenziale si registra non solo un ridotto volume di nuovi interventi, ma anche il progressivo passaggio dall’attività costruttiva a una prevalenza di manutenzione e recupero diffuso, che rappresenta attualmente il 69 per cento degli investimenti complessivi in edilizia residenziale. Ciò spiega la grave crisi delle imprese edilizie strutturate e dell’occupazione regolare, e al contrario la crescita del sommerso. Secondo un’indagine del Censis condotta a marzo 2014, 1,7 milioni di famiglie avevano effettuato lavori di ristrutturazione della propria abitazione nell’anno precedente, ma ben 4,5 milioni, pur avendoli programmati, li avevano rinviati a un periodo successivo.

DALLA BUROCRAZIA IL COLPO DI GRAZIA PER EDILIZA E TRASFORMAZIONI URBANE. “Laddove gli investitori fossero interessati a trasformare immobili esistenti, valorizzare il patrimonio demaniale, riqualificare ambiti urbani o realizzare nuove strutture, la barriera più difficile da superare – ha inoltre sottolineato il Direttore del Censis Giuseppe Roma - è proprio l’atteggiamento inquisitorio delle autorità pubbliche, la non chiarezza delle regole del gioco, i continui aggiustamenti richiesti da una pletora di soggetti, detentori di piccoli o grandi poteri autorizzativi”. Per la costruzione di un semplice edificio (tipo capannone industriale), ad esempio, in Italia sono necessari in media per le sole autorizzazioni 234 giorni, mentre in Germania ne bastano 97 e in Gran Bretagna 88. E nel 2014 il nostro Paese ha perso ben 11 posizioni rispetto al 2013 quanto a tempi per le autorizzazioni edilizie, collocandosi nella fascia dei Paesi meno efficienti. La burocrazia, con i suoi numerosi passaggi procedurali, rappresenta un fattore di scoraggiamento all’investimento immobiliare, con effetti deleteri sull’industria delle costruzioni e sull’occupazione. Mentre nei Paesi europei per arrivare dal progetto al cantiere per medi interventi di riqualificazione urbana si impiegano fra i 10 e i 14 mesi, in Italia occorrono in media più di 3 anni.