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'I Giganti della Montagna', gioco pirandelliano di realtà inverse tra mito e musiche tzigane

L'opera lasciata incompiuta dal drammaturgo siciliano perché sopraggiunta la morte, rivive sul palco del Teatro dell'Orologio di Roma nella suggestiva e potente interpretazione degli allievi del Teatro Azione

» Teatro Francesca Nanni - 30/01/2015
Titolo: Emanuele Gabrieli nelle vesti del Mago Cotrone
Fonte: ©Photo Tiziana Tomasulo

Continuare a restare seduti, guardando il palcoscenico oramai vuoto, a fine spettacolo, nella speranza che gli attori escano di nuovo e si ricominci daccapo. Emozioni forti, difficili da dimenticare, che scavano nell’anima del pubblico per depositare il loro seme, cullate dalle nomadi note di una musica tzigana. Dalla prima all’ultima battuta è un gruppo undici giovani attori, allievi a più livelli della scuola  di recitazione Teatro Azione di Roma, a scatenare gli applausi scroscianti della platea. Il palcoscenico è quello del Teatro dell’Orologio, l’opera è  ‘I Giganti della Montagna’ di Luigi Pirandello, il dramma scritto nel 1933 e lasciato incompiuto perché sopraggiunta la morte, qui nell’adattamento e nella regia essenziale, delicata, quasi in punta di piedi, di Kira Ialongo.

Messo in scena per primo dal grande Giorgio Strehler, ‘I Giganti della Montagna’ è una storia senza tempo in un luogo non luogo. Là dove il giorno e la notte s’incontrano, in una villa detta ‘La Scalogna’, abitata dagli Scalognati mendicanti e reietti guidati dal Mago Cotrone, trova riparo un gruppo di teatranti un cerca di fortuna. Guidata da Ilse, la Contessa, la Compagnia porta in scena ‘La favola del figlio cambiato’ che il mondo rifiuta. Cotrone intuisce da subito che l’incontro i due mondi degli Scalognati e quello dei teatranti, (due facce della stessa medaglia), potrebbe far nascere una nuova via. Le immagini-fantasma create dagli uni, unita al mestiere degli altri, potrebbe essere forse la risposta ad un mondo che si è inaridito, che ha perso lo “spirito”.

Intensa, struggente a tratti ironica, ‘I Giganti della Montagna’ è un’opera in cui l’ultimo Pirandello s'interroga sulla morte di cui sente avvicinarsi l’ombra, ritrovando la sua dimensione onirica che sfocia nel “mito”. Non più maschera, dunque, bensì "la verità che viene dalla vita, con tutte le sue contradizioni e forme misteriose, trovando nell'arte la possibilità di rappresentarne luci ed ombre". Ed Ilse è la vita che vive nell'arte sua vocazione, "nel sangue, di nascita", Cotrone è l'arte che vive nella vita. Dal loro incontro nasce il teatro in un ambiente, la Villa, che diventa lo spazio drammatico in cui ciò si realizza.

Un lavoro teatrale monumentale costellato di variazioni recitative diverse non semplici da rendere. Soprattutto su un  palco spoglio di scenografia; solo una tenda bianca centrale che diventa tetto, muro, stanza e perfino un bosco pieno lucciole. Una scelta audace ma che, di fatto, permette a questi giovani allievi di mettere in pratica le varie tecniche di laboratorio teatrale magistralmente diretti dalla Ialongo. Già dalla scena iniziale, infatti, a loro spetta il compito più difficile per un attore, materializzare nella mente e negli occhi del pubblico ciò che sul palcoscenico non c’è e che viene visto solo da chi recita. Quel “guardare vedendo” che fa la differenza, che fonde lo sguardo con le espressioni del viso, unendo la tecnica recitativa ad un’umanità disarmante.

Suggestive ed incisive le interpretazioni degli undici ragazzi, amalgamati da una solida passione per il teatro che sul palco si traduce in pura bravura. Tanto da risultare addirittura inquietanti quando alcuni di loro, da umani nella realtà, si trasformano in “fantocci” nel sogno, e dalla loro posizione fissa iniziano a muoversi commentando l’agire degli uomini. Burattini robotici che nella visione di Pirandello altri non sono che i personaggi che vivono di vita propria senza il bisogno della mediazione dell’attore divenuto, a sua volta, un guscio vuoto. In un gioco di realtà inverse, dalla realtà al sogno, sono i fantasmi ad essere più veri che mai. 

Timoniere di questo gioco delle parti, un Mago Cotrone unico e appassionato che ha la personalità recitativa intensa e potente di Emanuele Gabrieli. Passando per registri interpretativi multiformi, come multiformi sono le visioni fuse tra sogno e realtà che animano l’opera di Pirandello, questo giovane attore dona al pubblico un testo fatto proprio a tal punto da restituire emozione pura. E poi lei Ilse, che ha il volto rigato dal realistico pianto scenico di Chiara Oliviero, superba Contessa nella sua crociata di riportare la Poesia tra gli uomini. Se è vero, come diceva Konstantin Stanislavski, che “L'attore non recita le parole ma i sentimenti, ché la parte è fatta non di parole ma del sottofondo affettivo: è quella la parte nascosta da scoprire dell'attore”, questo gruppo di giovani attori se l'è cavata alla grande, riuscendo ad "essere" il personaggio interpretato e restituendolo al pubblico con un pò di loro stessi. 
 

CAST: LA COMPAGNIA DELLA CONTESSA
Ilse: Chiara Oliviero
Il Conte: Emanuele Natalizi
Diamante: Caterina Salerno
Cromo: Davide Sapienza
Spizzi: Federico Caiazzo
Battaglia: Francesco Soleti

CAST: GLI SCALOGNATI
Cotrone: Emanuele Gabrieli
Duccio Doccia: Domenico Casamassima
La Sgricia:  Francesca Ceci
Milordino:  Daniele Bianchini
Mara-Mara:  Martina Catuzzi

PRODUZIONE
Adattamento e regia Kira Ialongo
Aiuto regia: Serena Mosso
Assistente alla regia: Domenico Casamassima
Ideazione scenica: Germana Angelini
Consulenza al movimento scenico: Luca Ventura