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Voci dal buio della violenza: così il 'Myself' di James La Motta emoziona il Teatro Totò

Successo per il testo dell'attore e regista napoletano che ha messo d'accordo tutti, dando voce a tante donne ma anche agli uomini abusati. Un trionfo gli applausi dei tantissimi giovani presenti che hanno colto il grande messaggio finale di speranza

» Teatro Francesca Nanni - 10/03/2018

di FRANCESCA NANNI - In teatro non vola una mosca. Silenzio. Eppure sono ragazzi, giovani, di casino potrebbero farne. Parlare tra loro, giocare col cellulare, ridacchiare per un nonnulla. Invece no. Sono attenti, e quel buio improvviso, inaspettato e sospeso, a sipario aperto dopo le prime due scene, li ha disorientati. E adesso? Adesso è veloce. Un occhio di bue illumina di colpo un uomo seduto, quasi avvilito, su un vecchio barile di benzina. In un luogo non luogo, quasi transitorio, ha inizio il suo racconto fatto di ricordi che cuciono insieme attimi di una vita segnata dalla violenza alla ricerca di un perché.

Un’anima a tinte fosche, che vive il suo caos interiore già dall’infanzia, da quel gioco con le Barbie e i tacchi della mamma, oggetto di palpate da parte dei compagni di scuola, rinchiuso per ore negli armadietti costretto a cantare le canzoni di Marylin. Bullismo infantile autorizzato dagli insegnanti, inermi assenti, omosessualità da grande vissuta con talmente tanta rabbia e strafottenza da risultare fin troppo deviante e agghiacciante: una convivenza a base di droghe, nessun lavoro, il mantenimento della famiglia. Poi lo stop ai soldi e il via alla fame. Solo e con l’acqua alla gola…Solo prostituzione!

Sono frammenti dettagliati della violenza maschile quelli portati in scena l’8 Marzo scorso al Teatro Totò di Napoli dall’attore e regista James la Motta nel suo spettacolo ‘Myself’. Un monologo “devastante” per la sua durezza narrativa, che esplora il lato meno visibile dei maltrattamenti, quelli subiti, appunto, da un uomo. Impegnativo da scrivere in chiave teatrale, difficile da raccontare in questa recensione, il monologo di La Motta è un gesto artistico sentito e dovuto a quel ragazzo che un giorno, avvicinandolo, gli ha chiesto: «Ma tu perché nei tuoi spettacoli parli sempre di violenza femminile…Anche i ragazzi vengono violentati, non lo sai?» Per questo giovane, e per tutto il sommerso maschile, il regista riscrive il testo, sostituendosi lui stesso ad una delle due attrici originarie, dando corpo, anima e voce a chi fa poca notizia con struggente intensità interpretativa.

Ancora buio improvviso. I ragazzi in teatro sono attenti fino all’inverosimile. Una giovane si commuove, a capo chino, tenendosi il naso con le dita…Chissà, magari sa esattamente di cosa si sta parlando. Lo spettacolo prosegue perché ‘Myself’ è così, un collage di monologhi aventi come filo conduttore la violenza di genere: da quella infantile e familiare dove l’uomo nero arriva a luce spenta a quella inquieta e rabbiosa degli adulti, passando per la discriminazione omosessuale. Sul palco accanto al regista, Anna Soares De Oliveira, Noemi Cognigni, Lorenza Pisani, Fernanda Pinto, magistralmente dirette da un La Motta che del suo ‘Myself’ ha fatto un testo-manifesto di tanti, troppi abusi. Una visione resa in scena da una corda stretta a due personaggi: un capo La Motta, un capo Anna Soares De Oliveira, anima gemella di un sodalizio artistico che qui trova la sua massima espressione, intensa e travolgente. Il tutto impreziosito da camei canori di Fabiana Russo con l’amichevole partecipazione del musicista e cantante Fabio Serino.

Lo spettacolo finisce, le luci si accendono. Il cuore del pubblico è stato toccato e il seme della riflessione depositato. Il silenzio è rotto da un tripudio di applausi scroscianti e di “bravi” infiniti. Il successo più grande? Mentre regista e attori scendono a salutare il pubblico, la giovane ragazza che si era commossa in platea si avvicina a La Motta sussurrandogli nell’orecchio: "Ho deciso di ribellarmi e di denunciare l’uomo che mi violenta. Grazie!"