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INTERVISTA - «I Talent show? Una bella possibilità ma con un progetto musicale solido»

Il consiglio per i giovani che si affacciano alla musica è della live band romana Noise From Nowhere al suo debutto discografico. «Molti i gruppi validi in Italia, poca la considerazione. Lavorate tanto sulle canzoni e sul contatto con il pubblico»

» Musica Francesca Nanni - 15/05/2017
Titolo: La live band Noise From Nowhere

di FRANCESCA NANNI - «Fare seriamente il musicista non è un gioco, come si può pensare, sottovalutando la questione. Il mondo della musica è molto duro, a volte spietato e ingiusto, pieno di competizione e di ostacoli. Ma con impegno, sacrificio, studio, dedizione, passione, talento e un pizzico di fortuna si può emergere, se si punta in alto.» Sono giovani ma hanno già le idee molto chiare i Noise From Nowhere, live band del panorama musicale romano. Quattro ragazzi, quattro musicisti che si esibiscono da anni, in Italia e in Europa, ed arrivati oggi al loro debutto discografico con “This World So Sick”. Li ho incontrati una sera per caso ed ho iniziato a parlare con loro per cercare di capire un po’ di più del loro universo. Ecco cosa mi hanno raccontato:

Da quanto suonate insieme e come è nato il vostro gruppo?
MARCO: «I Noise From Nowhere sono nati nel 2011 “in famiglia”: io (voce/batteria) e Simone (voce/chitarra) infatti siamo fratelli tra i 22 e i 24 anni. Ad un certo punto delle nostre vite abbiamo sentito il bisogno di unire il nostro amore per la musica, creando una band tutta nostra. Abbiamo iniziato come fanno tutti, dalle cover, per poi scrivere brani inediti e intraprendere un lungo percorso che ci ha portati fin qui. Dopo vari cambi di line-up si sono aggiunti Cristiano (chitarra) e Valeria (basso).»

Qual è stato il percorso che vi ha portato alla realizzazione del vostro nuovo album?
«“This World So Sick”, questo è il titolo, dà seguito al lavoro iniziato nel 2012 con l’Ep “The Right Chance”. Oltre che per una grande necessità personale, quella di scrivere musica, il disco è stato creato con l’obiettivo di proporre le nostre canzoni in tutto il mondo e, appunto, dare continuità al progetto. Il che è alla base di ogni artista».



Il nome del gruppo è “Noise From Nowhere” perché questo nome e che significato ha?
«La traduzione letterale “Rumore dal nulla” indica che siamo nati in un paese, l’Italia, in cui il nostro sound rock duro non esiste. A differenza di altri stati europei o, soprattutto, americani in cui è molto più valorizzato. É anche vero che ci piaceva, e ci piace, molto come suona il nome “Noise From Nowhere”».

Quali sono le influenze artistiche che vi hanno formato musicalmente?
«Nei Noise From Nowhere c’è l’aria oltreoceanica di band come Breaking Benjamin, Nickelback, Skillet, Three Days Grace, Foo Fighters, Bring Me The Horizon, Of Mice & Men e di tutta la scena alternative metal/post grunge di Canada e USA. A livello personale siamo anche influenzati (e ascoltiamo) da pop, rock, metal, hard rock, punk e progressive».

Parlatemi un po' del vostro repertorio:
«Il nostro repertorio è formato da due venature diverse, che hanno però una linea comune. Nel nostro ultimo album “This World So Sick” ci sono canzoni dal sound aggressivo, ma anche brani più dolci e melodici, ballad che ti entrano nella testa e nel cuore. Il nostro obiettivo è arrivare sia alle orecchie delle persone che preferiscono un muro di suono pesante, sia a quelle che desiderano farsi trasportare emotivamente».

Voi componete, arrangiate e ovviamente suonate brani vostri: come nascono e in cosa trovate ispirazione?
SIMONE: «Io mi occupo della fase compositiva dei brani e trovo ispirazione dal mio stesso stato d’animo. Ci sono momenti più delicati in cui riesco a tirar fuori un pezzo strappalacrime e altri, invece, in cui tramuto il mio bisogno di sfogo in riff più prepotenti. Marco si occupa invece dei testi, basandosi molto su ciò che suscita emotivamente la musica. Da lì ha la scintilla. Cerca di ritrarre spezzoni di vita personale o tematiche che possano stimolare o suscitare riflessioni in chi ascolta».

Lo scorso Dicembre è uscito il vostro album “This World So Sick” (Questo mondo così malato), parlaci un po' di questo progetto?
«“This World So Sick” è composto da 10 brani in inglese. Il titolo dell’album, così come la copertina realizzata da Alessandro Alimonti di Overload, ritrae un mondo in decomposizione che si ammala ogni giorno di più. E non ci riferiamo solo alla questione ambientale, ma soprattutto all’arroganza, alla prepotenza e alla brama di soldi e di potere degli uomini disposti a tutto pur di raggiungere i loro scopi personali, dalle cose più piccole alle più importanti. Senza preoccuparsi degli altri, di valori sacri come il rispetto, l’amore, l’amicizia, il sacrificio. Viviamo in un mondo pessimo, in questo senso e temiamo che sarà sempre peggio».

Da chi siete prodotti?
«La nostra attuale etichetta discografica è This Is Core, una label indipendente, che ha pubblicato “This World So Sick”. Inoltre il booking e il management della band sono curati dall’agenzia Truck Me Hard».

Il rapporto con il pubblico per voi è…?
«I nostri concerti sono uno scambio continuo di energia con il pubblico. Sul palco diamo noi stessi, d’altronde facciamo della presenza scenica uno dei punti di forza. E vedere il pubblico divertirsi ai nostri show ci dà sempre più carica per quelli successivi. Oggi è molto apprezzato il coinvolgimento artista/pubblico che si riflette anche nei social: Facebook ad esempio, attraverso le dirette, sta dando modo alle due parti di venirsi incontro e sentirsi più vicine. Oltre a questo siamo anche molto attenti a riprodurre dal vivo, nel modo più fedele possibile, ogni canzone».

Da giovani, cosa pensate del panorama italiano della musica emergente?
«In Italia esistono centinaia di band valide, che hanno davvero qualcosa da dire ma che faticano a trovare spazio, sia che cantino in italiano che in inglese. A causa della mancanza di live club - o di sfruttamento artistico di quelli che ci sono - in cui esibirsi e di una mentalità che tiene lontani dai concerti. Così si soffocano le band che tentano di emergere, costringendole a guardare all’estero dove c’è una maggior voglia di scoprire e di accogliere musicisti dagli altri paesi».

Cosa pensate dei talent show?
«I talent show sono la vetrina più immediata e potente al momento in circolazione, nonché l’unico posto in cui etichette discografiche e produttori pescano al giorno d’oggi per lanciare nuovi artisti. Nel novanta per cento dei casi, però, chi emerge dai talent dopo qualche anno di visibilità si ritrova nell’anonimato, abbandonato a se stesso per far spazio a un nuovo volto da promuovere. É un continuo “usa e getta” che fa il bene unicamente delle case discografiche, non (alle lunghe) degli artisti. Comunque, se si ha davvero talento ed un progetto forte con buone basi il talent può rappresentare una bella spinta».

Un messaggio o un consiglio da dare ai tantissimi giovani che vogliono vivere il mondo della musica:
«Fare seriamente il musicista non è un gioco, come si può pensare, sottovalutando la questione. Il mondo della musica è molto duro, a volte spietato e ingiusto, pieno di competizione e di ostacoli. Ma con impegno, sacrificio, studio, dedizione, passione, talento e un pizzico di fortuna si può emergere, se si punta in alto. I nostri consigli sono di lavorare tanto sulle canzoni e l’immagine di una band, trovare una caratteristica che possa far spiccare un progetto e tenere sempre vivo, soprattutto nell’era dei Social, il contatto con il pubblico. Non mollare mai se veramente ci si crede».

Obiettivi da raggiungere?
«Siamo molto ambiziosi, puntiamo a fare dei Noise From Nowhere il nostro mestiere. La musica è ciò che ci coinvolge, appassiona e sprona di più nella vita. Quindi, gradino dopo gradino, contiamo di arrivare sempre più in alto, continuando ad emozionare le persone che ci ascoltano. Intanto ci spingeremo sempre di più verso l’estero e tra qualche mese andremo in tour fuori dall’Italia».

Se i Noise from Nowhere potessero scegliere una band o un artista con cui collaborare, chi sceglierebbero
«Breaking Benjamin, Adam Gontier (ex cantante dei Three Days Grace), Chad Kroeger (voce dei Nickelback), A Day To Remember, Bring Me The Horizon. Ma sarebbe stimolante anche lavorare con cantanti come Myles Kennedy (Alter Bridge), David Draiman (Disturbed), Matt Shadows (Avenged Sevenfold), Jacoby Shaddix (Papa Roach) e Johnny Hetherington (Art of Dying)».

Un'ultima domanda: perché una lunga lacrima nera sul viso?
«É un elemento scenico, quasi teatrale e particolare che abbiamo scelto per colpire il pubblico e distinguerci dal punto di vista dell’immagine».

INFORMAZIONI
Sito Web:  Noise From Nowhere
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