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Eugenio Scalfari: Repubblica e il compleanno di "barbapapà"

Il fondatore del quotidiano romano compie 85 anni. Gli auguri e un piccolo ricordo di chi ha avuto la fortuna di esser diretto da lui e la sfortuna di esserlo stato per troppo poco tempo.

» Editoria Daniele Chieffi - 03/04/2009
Fonte: dal web

Avevo un bicchiere di carta in mano e la timidezza mi confinava in un angolo remoto della grande stanza, mi seccava la gola e mi stampava un mezzo sorriso ebete sulla faccia. Continuavo a chiedermi cosa ci facessi lì, giovanissimo collaboratore di Repubblica, al brindisi per festeggiare il compleanno del direttore, Eugenio Scalfari.

In realtà ci ero finito quasi per sbaglio, trascinato da un caporedattore con il quale stavo discutendo un articolo. Camminavamo e parlavamo, parlavamo e camminavamo e non mi ero reso conto di dove fossi finito fino a quando qualcuno non mi aveva messo un bicchiere di carta in mano ed era partito il brindisi augurale.

Questo è il ricordo che mi è riaffiorato quando ho pensato che il 6 aprile di quest'anno Eugenio Scalfari avrebbe compiuto 85 anni. Un ricordo intenso e affettuoso di parecchi anni fa. Erano, infatti, i tempi della discesa in campo di Berlusconi, della svolta di Fiuggi per l'Msi, e delle prime sentenze di mani pulite.

Io ero un giovanissimo giornalista che quasi non riusciva a credere che ogni mattina lo lasciassero entrare indisturbato nel palazzo di piazza Indipendenza e magari gli facessero anche scrivere qualcosa, magari pubblicandolo, anche. Ed Eugenio Scalfari era, ed è ancora, uno dei principali protagonisti del giornalismo e della cultura politica italiani.

Una quindicina di anni dopo mi trovo ancora a fare gli auguri al direttore, che taglia il traguardo degli 85. Questa volta con meno timidezza, va da sé, ma sempre con il rimpianto di non aver potuto vivere, per evidenti ragioni di ordine anagrafico, la fenomenale stagione di Repubblica, dall'inizio, dalla fondazione, nel 1976. E sempre con il rimpianto di essere approdato al quotidiano romano praticamente appena in tempo per vedere l'abbandono della direzione da parte di Scalfari.

Avrei voluto vedere da vicino, e non studiare sui libri, la parabola di questo grande del giornalismo, che è stato sì penna arguta e tagliente ma anche protagonista politico e culturale dell'Italia del dopoguerra.

Ha iniziato da fascista, su un giornale che si chiamava proprio “Roma fascista” ma poi il regime lo ha cacciato fuori a pedate perché i suoi articoli erano troppo poco allineati. D'altronde a un libertario la camicia nera non può che star stretta e il giovane Eugenio libertario lo è sempre stato. 

Quando lavorava in banca e collaborava con giornaletti come Il Mondo di Pannunzio e l'Europeo di Arrigo Benedetti, tanto libertario da essere licenziato dalla Bnl per alcuni articoli poco graditi. E tanto libertario da essere fra i fondatori del Partito radicale per poi confluire nel Psi ed essere eletto, nel 1968, in Parlamento.

Ma è il giornalista che mi ha sempre appassionato. Il giornalista imprenditore, che, nel 1968, prende il timone dell'Espresso e in soli cinque anni gli fa superare il milione di copie e che fonda un quotidiano, Repubblica nel 1976, e lo conduce a farlo diventare il primo e il più letto d'Italia. Contemporaneamente però, trova il tempo di smascherare con i suoi articoli, il "Piano Solo" di De Lorenzo per il colpo di Stato in Italia.

Di Scalfari si può dire che è sia stato quello che meglio di ogni altro abbia interpretato il ruolo del giornalismo all'italiana: a metà fra informazione e politica. Con i suoi articoli ma, soprattutto, con il suo giornale, Scalfari ha influito tanto sulle vicende italiche, sostenendo Governi e abbattendo carriere politiche, tanto che per molti Repubblica era un "Giornale-partito".

Eppure i suoi giornalisti lo chiamavano "barbapapà", parafrasando, è vero, il nome di alcuni personaggi dei cartoni animati degli anni '70 ma, soprattutto come crasi fra i nomi di due sue caratteristiche: la barba garibaldina e l'atteggiamento paterno, a volte burbero ma molto, davvero molto generoso, nei confronti dei "suoi" giornalisti che coccolava, redarguiva e proteggeva proprio come un padre farebbe con i figli.

Oggi, che si concede ai piaceri della speculazione filosofica e lascia andare la sua penna al vetriolo solo sulle "messe cantate", come affettuosamente i colleghi chiamano i suoi editoriali della domenica, a Repubblica sono in parecchi a sentirne la mancanza, io fra questi anche se, come molti altri, ho lasciato il giornale ormai da parecchio. Ma il rispetto e l'affetto per questo "padre nobile" del giornalismo è rimasto assolutamente intatto. Tanti auguri, direttore!

LINK
- Lezione di giornalismo di Eugenio Scalfari (parte 2)