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Donne senza uomini: arriva il film Leone d'Argento a Venezia di Shirin Neshat
L'Iran magico e problematico di una visual artist alla sua prima opera come regista
Fonte: Immagine dal web
Quasi sette anni di lavorazione, portati avanti anche grazie alla collaborazione di suo marito, l'artista Shoja Azari. Tratto dall'omonimo romanzo della scrittrice iraniana Shahrnush Parsipur, 'Donne senza uomini' è uno dei film esteticamente più curati e sofisticati passati all'ultima Mostra del Cinema di Venezia.
Luci e colori ricoperti da una patina polverosa, quasi vintage, si alternano alla luminosità abbagliante di tonalità sature e vicine allo psichedelico: un avvicendamento che serve a esteriorizzare il percorso mesto e drammatico di quattro donne verso la liberazione dalle proprie paure e dalle imposizioni della società.
Ambientato in Iran durante il colpo di stato che riportò al potere lo Scià nel 1953, 'Women Without Men' intreccia gli eventi storici con le storie personalissime di figure femminili emblematiche e metaforiche, tutte alla ricerca di un Paradiso irraggiungibile in terra, se non quei pochi istanti in cui si comprendono i propri errori e si trova il coraggio di superarli con un atto estremo di autoaffermazione.
Un film che riesce a colpire e rimanere impresso con delicatezza, come se dagli occhi dei suoi personaggi provenisse un grido silenzioso dalla potenza assordante. E naturalmente una pellicola che permette di riflettere molto sulla realtà iraniana di oggi, in cui i temi della libertà di espressione e dei diritti umani sono più alla ribalta che mai con le continue repressioni perpetrate dal governo nei confronti del movimento democratico e dei registi come Jafar Panahi, arrestato con l'accusa di essere in procinto di girare un film sovversivo.
Shirn Neshat, che relazione c'è tra il film e le proteste che hanno avuto luogo in Iran negli ultimi mesi?
"È uno scherzo del destino: la realizzazione del film è stata molto lunga, continuava a prendere sempre più tempo. Quando finalmente, dopo più di 6 anni, abbiamo deciso che era arrivato il momento di farlo uscire, è esplosa la protesta. Ci siamo sentiti subito parte degli eventi, era strano vedere tutte quelle immagini di cortei e così tante donne in prima linea, proprio come uno dei nostri personaggi. Oggi molti manifestanti vengono picchiati e feriti perché cercano la libertà e democrazia, esattamente come nel 1953, epoca in cui è ambientato il film. In effetti, uno degli obiettivi di 'Donne senza uomini', era proprio quello di ricordare che il popolo iraniano è da sempre in lotta contro la dittatura. Qualche volta abbiamo perso, ma non ci siamo mai arresi. Siamo dei veri combattenti e andremo avanti. Penso che per chi è nato dopo la Rivoluzione islamica, sia importante guardare al passato di questa nazione e sentire il legame con le passate generazioni di iraniani che hanno perso la loro vita per la libertà. Ma per me era importante anche mostrare agli occidentali, specie gli americani, che prima del '79 in Iran esisteva già una possibilità di democrazia, spazzata via intenzionalmente dall'intervento statunitense e britannico".
I colori: in 'Donne senza uomini' ne fa un uso molto particolare.
"Il film è ambientato negli anni '50, e ho pensato che sarebbe stato bello elaborare le immagini per farle somigliare a quelle d'epoca. Mi ricordo che in quel periodo andavano le pellicole e le foto colorate a mano ed erano bellissime. Per questo ho voluto usare colori antichi, anche se in realtà li ho impiegati in modo molto vario. Le scene di protesta, ad esempio, sono diverse, quasi in bianco e nero. Essendo una visual artist, ho voluto curare il colore di ogni singolo fotogramma, rendendolo simile a una fotografia dipinta a mano. Come nella sequenza girata all'interno dell'hammam, in cui è stato difficilissimo trovare un bilanciamento tra la tinta del sangue e quella del bagno. Devo ringraziare il direttore della fotografia [Martin Geschlacht, ndr]che mi ha aiutato in questo lavoro. È stata una scelta estetica molto importante, anche perché di solito non amo il colore".
Cosa l'ha spinta a passare al cinema?
"Prima ero conosciuta come fotografa, poi ho cominciato a fare video e per me è diventato molto naturale passare da un mezzo espressivo all'altro. Sono interessata soprattutto a raccontare storie e, sia come fotografa che come video maker, di solito tratto i miei personaggi come delle icone, come se fossero delle sculture. Nei miei video non mi sono mai soffermata sulle persone in se stesse, ma solo in quanto simbolo di qualcos'altro, per cui fino ad ora non avevo affrontato il problema della loro psicologia. La sfida più grande nel passare al cinema è stata quindi la costruzione dei personaggi. È stato difficile anche uscire dalle mura delle gallerie e dei musei e inoltrarmi in un medium democratico come il cinema, ma come artista mi piace molto l'idea di entrare nella cultura popolare, di essere più vicina al pubblico che per vedere la mia opera deve solo pagare una piccola somma di denaro, e non comprarla e appenderla al muro. Questa transizione verso l’espressione cinematografica è stata dunque anche una forma di resistenza politica nei confronti del mondo dell’arte".
È stato davvero complicato adattare il 'magico realismo' del romanzo 'Donne senza uomini' sul grande schermo?
"Sì, mi hanno detto che ero pazza ad aver scelto proprio quello per il mio esordio alla regia. Ma l'ho scelto proprio perché dentro c'era sia la magia che il realismo. In altre parole, tiene un piede nella realtà storica, sociale e politica - elemento ricorrente nei miei precedenti lavori - e un altro nel 'giardino', cioè in questioni filosofiche ed esistenziali di sempre maggior importanza. Non c'è solo il tema dell'Iran e della religione, ma anche quello delle donne come singoli individui. Molti mi avevano messo in guardia consigliandomi di tenermi alla larga da questo libro, perché il realismo magico è la cosa più complicata da tradurre in una sceneggiatura, e infatti prima di trovare quella giusta, ne abbiamo fatte almeno 80 versioni. Ci siamo messi in discussione senza tregua in modo da essere sicuri che il pubblico non fosse troppo confuso".
Avete apportato delle modifiche ai personaggi rispetto al libro?
"In realtà ne abbiamo dovuto eliminare uno. Nel romanzo c'è una donna che rifiuta a tal punto la sua natura umana da piantarsi a terra e diventare un albero. Era bellissimo, ma ho pensato che fosse davvero troppo… in compenso ci ho fatto un video. Per il resto, l'intenzione era di dedicare la stessa attenzione a tutti i personaggi, anche se per molti quella che emerge più di tutte è la figura di Munis, in quanto guida spirituale delle sue compagne e anello che congiunge la loro storia personale a quella del paese, diventando il simbolo delle donne in lotta per la libertà. In un certo senso è il narratore, ma ci sono altre donne che hanno più tempo sullo schermo. L'intenzione era di mostrare chiaramente i problemi di ciascuna delle protagoniste, ma anche il rapporto esistente tra di loro".
Ha sempre basato la sua attività artistica sulla rappresentazione delle donne in Iran, ma come vede le donne dell'Occidente?
"Credo che non bisognerebbe fare distinzioni. 'Donne senza uomini' non è solo sulle musulmane, vuole avere un carattere simbolico universale. Fakhri è una signora di mezza età, con un matrimonio senza amore alle spalle, che desidera rifarsi una vita, essere ancora attraente, amata, ammirata, rispettata, ma allo stesso tempo questo la fa essere anche superficiale. La sua storia è quella di una donna che guarda sempre all'esterno, cercando l'ammirazione degli altri, senza rendersi conto che quello di cui abbiamo bisogno si trova dentro di noi e questa è una questione universale. Zarin è una prostituta che ha un rapporto conflittuale col suo corpo, soffre di anoressia. Si ferisce per esprimere il proprio malessere, e questa è una tipica cosa da donne: puniamo il nostro corpo per protestare contro il mondo, e non si tratta di un problema solo iraniano. Anche il tema della prostituzione e della colpa è presente in un po' tutte le religioni, così come cercare la redenzione, appellarsi all'aiuto di un Dio che continua a non rispondere. Poi c'è Munis, che si interessa di giustizia sociale e vuole impegnarsi per il rispetto dei diritti umani e civili: il suo è il problema di tutte le donne che vivono in società tradizionali dove, di solito, si tende a scoraggiare il coinvolgimento femminile nella politica. Infine c'è Faezeh, che desidera solo una vita normale, ma subisce uno stupro, un trauma che distrugge tutti i tuoi principi morali e sconvolge l'ordine dei tuoi valori. Il film parla di questa devastazione, e della difficoltà di superarla quando sei una donna all'antica. Tutti questi personaggi femminili si ritrovano in un giardino, che potrebbe essere quello dell'Eden, quindi un riferimento alla cultura cristiana. Bisogna stare attenti a giudicare 'Women Without Men', perché se si guarda bene, in fondo non racconta affatto una storia iraniana. Come ho già detto, ha un piede nelle vicende del mio Paese, ma permette a chiunque di identificarsi con i suoi personaggi e il loro vissuto. Non è sulle donne mediorientali o su quelle occidentali, è sulle donne".
Il libro da cui è stato tratto il film è stato già bandito in Iran, e probabilmente il film non uscirà nel suo Paese.
"Purtroppo tutti noi, sia il cast che i tecnici e la troupe, siamo abituati a lavorare in esilio. Chi conosce la realtà iraniana sa bene che c'è un problema enorme con la libertà d'espressione, anche in campo artistico. Perfino se non fai nulla di male sei comunque considerato un criminale. Molti di noi, inoltre, negli ultimi mesi sono stati molto attivi nel denunciare le atrocità commesse dal Governo: ormai è molto difficile essere artisti rimanendo estranei alle questioni politiche".
Secondo lei cosa significa l'arresto del regista Jafar Panahi?
"Prima di tutto, dimostra quanto il Governo iraniano sia spaventato dall'arte, dai registi, dai giornalisti. Da chiunque non ha paura di esprimere il proprio pensiero: non sanno come gestirli. E questo è molto strano in un Paese come l'Iran, dove le autorità di solito non concedono la minima attenzione all'arte. Ma ultimamente gli artisti come Panahi hanno cominciato ad assumere un certo rilievo e una certa influenza proprio per il loro sfoggio di libertà e questo deve aver spiazzato il regime. Ora lo hanno arrestato e di sicuro si inventeranno qualche assurdo capo d'accusa, come quello di preparare un film contro il governo: rischia qualcosa come 10 anni di prigione, è davvero tremendo. Ma almeno è la prova evidente di quanto gli artisti siano vicini al popolo iraniano: non c'è scollamento tra gli intelletuali e le masse, come avviene spesso in occidente. Gli artisti sono davvero la voce del popolo".
Cosa succederà secondo lei al movimento democratico?
"Naturalmente non posso prevedere il futuro ma credo sia inarrestabile. L'unica strategia adottata finora dal Governo è stata quella di infliggere punizioni esemplari a pochi per connvincere i molti a restarsene a casa, ma evidentemente non ha funzionato, la gente continua a tornare in piazza. D'altra parte è un meccanismo assurdo: se fai male ai miei cari, ai miei fratelli o a qualsiaai altro, io mi arrabbio ancora di più è non ho più paura di niente. Queste persone che continuano a lottare per i propri diritti non hanno paura, perciò redo che il processo democratico sia inarrestabile".






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