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Terzani, le confessioni di un padre a un figlio e il cerchio che si chiude

Intensa, commovente, avvolgente nella densità delle parole e degli sguardi. La pellicola 'La fine è il mio inizio' rappresenta un testamento per immagini. C'è dentro l'eredità morale del grande scrittore toscano.

» Cinema: Recensioni Paola Alagia - 13/04/2011

Una vita intera tramandata al figlio e attraverso lui a tutti. È l'eredità che Tiziano Terzani, il grande giornalista toscano morto nel 2004, lascia a chiunque abbia voglia di riceverla, prima con il libro 'La fine è il mio inizio', pubblicato subito dopo la sua scomparsa, e poi con l'omonimo film. Un dono che la famiglia, ma soprattutto il figlio ha generosamente messo a disposizione della collettività. D'altronde, in una conversazione con Nannimagazine.it, Folco Terzani aveva sottolineato di conoscere ormai tutto di suo padre: "Lo faccio per gli altri, soprattutto per i più giovani". È così che arriva a noi il messaggio di impegno e coraggio che ha impregnato l'intera esistenza di Tiziano Terzani. Un messaggio di amore per la vita disinteressato, panico, come panico è, alla fine, l'equilibrio interiore che Terzani ha raggiunto e cerca di trasmettere a suo figlio.

Con il libro prima e poi con il film, sono in tanti oggi ad avere l'occasione di scoprire cosa passasse nella mente dello scrittore toscano, profondo conoscitore delle terre d'Oriente. Dall'inizio a una fine che, appunto, diventa un nuovo inizio. È così che il 'cerchio' si chiude, sia in senso metaforico che visivo. La macchina da presa, siamo alle prime scene del film, si sofferma proprio su un eccezionale Bruno Ganz (è lui che interpreta l'anziano Terzani) mentre disegna a mano un cerchio su un foglio di carta di riso col suo pennino intinto nell'inchiostro. La mano di Ganz si ferma un attimo prima che la circonferenza sia completa perché ancora non è il momento di chiuderla. Un'immagine potente ed efficace più di quanto lo sia nel libro, dove occupa le pagine finali. 

Una scelta certo non casuale, visto che dietro essa si cela l'incontro di Terzani con la morte, morte che lui non vede affatto come una dama vestita di nero con una falce in pugno. Ma piuttosto come un sollievo, una liberazione. Terzani-Ganz lo spiega a suo figlio, interpretato in modo delicato da Elio Germano, e il messaggio arriva a tutti. L'incontro con la morte rimane sullo sfondo del lungometraggio. È un sottofondo che si trasforma in sinfonia nelle ultime scene, quando il cerchio si chiude davvero, quando cioè Terzani, come lui stesso ama dire, può "abbandonare il corpo al suo destino".  



L'intensità dei dialoghi ipnotizza. Terzani figlio e Terzani padre si scambiano domande e risposte. Non c'è un attimo di pausa e non c'è spazio per distrarsi. Come nel libro, insomma, il giornalista ha fretta di raccontarsi a suo figlio e sa che deve farlo in poco tempo perché poco tempo gli rimane. Gli spettatori partecipano e tifano perché Bruno Ganz riesca a realizzare il suo obiettivo di raccontare tutto di sé. Anche la natura è schierata. Anzi, è coprotagonista del film come, in fondo, della vita stessa del giornalista. 

E così, nel dialogo a due tra padre e figlio, capita che prendano la parola i grilli con il loro frinire, i gatti che miagolano e gli uccelli che cinguettano. Nell'obiettivo della macchina da presa, però, tra lo sguardo appassionato di Ganz che racconta e il luccichio degli occhi di Germano che ascolta, si insinua la bellezza della vallata toscana. Il resto lo fa la fotografia: è come se i monti, le nuvole i fiori partecipassero alla storia di Terzani. Il risultato finale è un film armonico in tutte le sue parti. Una pellicola che non annoia, nonostante non ci sia affatto azione. 



Le scene in movimento, infatti, si contano sulle dita di una mano. C'è, ad esempio, la passeggiata in montagna: Bruno Ganz, rigorosamente vestito di bianco e col suo passo sofferente, in compagna del figlio, si inerpica in cima ai monti. Scene che rappresentano senza dubbio un diversivo rispetto all'impostazione fissa di tutta la pellicola e che rapiscono per la profondità delle immagini. Non cambiano, però, la predisposizione dello spettatore che continua a essere affabulato dalle parole, dal racconto. In totale apnea e senza annoiarsi. E poco importa se manca il movimento. I veri effetti speciali, d'altronde, sono le storie di vita vissuta che Terzani narra, l'evoluzione del suo approccio all'essere e al mondo. 

Le scoperte e le delusioni di quell'Oriente che come pochi è riuscito a penetrare, dalla Cina inesplorata degli anni di Mao al Vietnam dilaniato dalla guerra, fino alla Cambogia sotterrata da Pol Pot. Tiziano Terzani, col suo taccuino e la macchina fotografica, ma soprattutto con una sterminata curiosità, è arrivato fin qui, ma poi è andato oltre. Quando questi posti sono divenuti meno impossibili, infatti, ha virato verso nuove mete proibite, dove l'Occidente, con la sua presenza ingombrante, non si era ancora insinuato. Fino all'ultimo viaggio che, per sua stessa ammissione, era davvero l'unico che gli rimaneva ancora da compiere.