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'The Hunger Games', quando la violenza diventa uno show

La pellicola di Gary Ross, che sembra richiamare il manga giapponese Battle Royale, punta sulla spettacolarizzazione della violenza e della morte in diretta, tanto che ci si domanda ora quanto il grande schermo sfrutti il concetto di 'death reality'

» Cinema: Recensioni Vito Tripi - 03/05/2012
Titolo: Una scena del film
Fonte: www.comingsoon.it

Per 'distopìa' (o antiutopìa, pseudo-utopia, utopìa negativa o cacotopia) s'intende una società indesiderabile sotto tutti i punti di vista. Un futuro fosco, alle volte non troppo distante, purtroppo, dalla realtà. L'uscita del film The Hunger Games diretto da Gary Ross e ispirato all'omonimo romanzo di Suzanne Collins, ci mostra un esempio di distopia fondata sulla telecrazia, o videocrazia se si preferisce. La storia è ambientata nella nazione di Panem, successore di un'America post-apocalittica, in cui si trova la ricca Capitol City, circondata da dodici distretti più poveri. Ogni anno, come condanna per essersi ribellati nel passato, ogni distretto deve scegliere attraverso una lotteria un ragazzo e una ragazza di età compresa tra i dodici e i diciotto anni da inviare come partecipante agli Hunger Games, un evento nel quale i concorrenti devono combattere tra loro in un'arena controllata da Capitol fino a quando uno solo dei partecipanti rimane vivo.

Una pratica, quella descritta nel libro prima, nella pellicola poi, che riporta a ben guardare nel lontano Oriente, nella terra del Sol Levante, e non sarebbe la prima volta, e neanche l'ultima, che in America i film traggono ispirazione da prodotti nipponici. Già perché in questo specifico caso, quanto descritto in The Hunger Games, sembra richiamare direttamente 'Battle Royale', che non è lo stile di lotta wrestling, ma un grande successo editoriale, sia manga che libro, che ha avuto un certo richiamo anche sul video con due pellicole.

La trama di Battle Royale è la seguente: nella Repubblica della Grande Asia, uno stato totalitario geograficamente localizzato nel Giappone della realtà, vige il BR Act. Secondo tale legge, ogni anno viene scelta tramite sorteggio una classe di terza media per partecipare al cosiddetto Programma. Il gioco consiste in una lotta all'ultimo sangue in cui i giovani partecipanti, in tutto sono 42, 21 maschi e 21 femmine, devono impugnare l'arma affidatagli a caso dentro uno zaino e uccidersi a vicenda in un luogo scelto appositamente dal governo, precedentemente evacuato. L'obiettivo è che rimanga un solo superstite, l'unico che potrà fare ritorno a casa. Di somiglianze tra il manga giapponese e la pellicola The Hunger Games sembrano esserecene molte e tutte perfettamente combacianti. Anche se poi, nella versione nipponica, in Battle Royale si spinge molto sul pedale del sangue e del sesso, rasentando a tratti la pornografia, tanto da essere stato in patria oggetto di discussioni parlamentari, mentre in altri paesi è stato censurato a causa della sua eccessiva violenza.


[Jennifer Lawrence sul set di The Hunger Games. Fonte: www.comingsoo.it]

Di fronte a questo viene da domandarsi quanto i media, in particolar modo il cinema, sfruttino il concetto della 'death reality', della violenza reale sul video. Se volessimo essere pignoli, andando molto indietro nel tempo, troveremmo un primo esempio nella frase 'panem et circensem' e negli spettacoli dei gladiatori al Colosseo. Ma restando ai nostri giorni, il primo caso di un certo spessore arriva nel 1975 con Rollerball di Norman Jewison, in cui viene mostrato il mondo nel 2018 in cui non esistono più nazioni, povertà, guerre, crimini e violenza; i governi sono sostituiti da Corporazioni dirette da Dirigenti che controllano capillarmente la vita di tutto il pianeta; l'unica valvola di sfogo è rappresentata dal Rollerball, uno sport estremamente violento in cui due squadre, composte da corridori in pattini a rotelle e da motociclisti, si affrontano all'interno di una pista circolare con lo scopo di segnare punti infilando una sfera di acciaio in una buca magnetica. Protagonista della pellicola era Jonathan E, interpretato da James Caan, veterano del Rollerball simbolo dell'uomo che prevale sul sistema per scuotere le masse dall’indottrinamento e dall'omologazione. Nel 2002 venne realizzato un remake diretto da John Mc Tiernan che spostò, però, l'attenzione sulla mafia russa, dando una certa attualità alla storia.


[Una scena del film giapponese 'Battle Royale]

Ma anche in Italia non mancano esempi che seguono il filone del cinema e violenza: nel 1983, infatti, Lucio Fulci diresse 'I guerrieri dell'anno 2072' e in maniera quasi profetica dipinse una Terra futura completamente controllata dalla televisione, in cui imperversava una guerra spietata tra le principali reti pur di assicurarsi la massima audience, tanto da organizzare una lotta di gladiatori scelti tra i condannati a morte. Ancora una volta Fulci si dimostra un "terrorista di generi", mescolando fantascienza a scene molto gore in un prodotto decisamente buono per quegli anni.

A livello internazionale, fu poi la volta de 'L'implacabile', un film del 1987 diretto da Paul Michael Glaser. Liberamente tratto dal romanzo 'L'uomo in fuga' di Stephen King, il film vede nel cast Arnold Schwarzenegger nel ruolo del protagonista Ben Richards e altri attori d'eccezione come il lottatore di wrestling Jesse Ventura, la leggenda del football americano Jim Brown. La vicenda è ambientata negli anni 2017 e 2019, quando un collasso economico ha trasformato gli Stati Uniti d'America in un regime autoritario. Richards è un pilota di elicotteri che si rifiuta di fare fuoco sui civili a Bakersfield, in California, durante una sommossa per il cibo. Viene incastrato dalla propaganda di stato per il risultante massacro. Imprigionato, riesce ad evadere, ma viene catturato e costretto a giocare a L'uomo in fuga, uno show televisivo in stile gladiatorio in cui dei "corridori" tentano di sopravvivere mentre vengono cacciati dagli "inseguitori" una sorta di wrestler in costume. Richards creerà un gruppo di corridori che lotteranno contro il network TV organizzatore del crudele gioco. Interessante il dialogo finale tra Richards e il bieco produttore Killian nel quale questi dice "Critichi la televisione? Ma noi ci cresciamo i bambini con la Tv! È un sistema ormai".

Questi film dovrebbero smuovere un po' le coscienze o, comunque, far riflettere. I mezzi di comunicazione oggigiorno sono sempre più potenti, alle volte quasi invasivi, inizia sempre di più a contare l'idea di apparire della veridicità in diretta foss'anche la morte. Pertanto dobbiamo ricordarci che il cinema e la Tv sono finzione, che la vita vera è altra e loro, i mass media, sono solo dei mezzi che dovrebbero farci crescere, migliorare e non regredire o peggio ancora, in qualche caso abbrutire.