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FOCUS - Chernobyl 30 anni dopo: ciò che resta di una tragedia dimenticata

È stato uno dei disastri ambientali e umani più devastanti dopo Hiroshima. Oggi, tre decenni dopo l’esplosione del reattore n.4, il Cnr analizza cause e conseguenze. "Attualmente sono ancora in funzione 11 reattori in Russia e 442 nel mondo"

» Asia e Medio Oriente Benedetta Scifo (*) - 19/04/2016

Il 26 aprile 1986. Quella notte, nella Centrale nucleare di Chernobyl, gli occhi di esperti e ricercatori sono puntati sul reattore numero 4 sul quale viene condotto un test per cercare di garantire l'erogazione dell'energia elettrica utile a mantenere costante la temperatura e la quantità del liquido refrigerante, anche in caso di un guasto al sistema che svolge questa funzione. Ma qualcosa va storto. "La richiesta dell'autorità di controllo di Kiev di ritardare di alcune ore il test fece sì che il personale, appositamente addestrato, fosse ormai fuori turno - spiega Carlo Sozzi dell'Istituto di fisica del plasma (Ifp) del Cnr -. Inoltre, il funzionamento prolungato del reattore, in condizioni inusuali di potenza ridotta, ne determinò il comportamento instabile". "Il personale di turno effettuò a questo punto una serie di manovre - aggiunge -, per ristabilire il livello di potenza richiesto per l'esperimento, escludendo gran parte dei sistemi automatici di sicurezza".

A causa di queste anomalie, lo spegnimento d'emergenza provocò un incremento transitorio della potenza di dieci volte superiore al normale e la temperatura aumentò al punto da causare l'esplosione del circuito di raffreddamento. "A rendere ancora più grave l'evento, fu l'assenza di un appropriato guscio di contenimento per il reattore e - prosegue il ricercatore - il ritardo con cui furono prese le misure atte a proteggere la popolazione e i lavoratori intervenuti". "Oggi sono ancora in funzione 11 reattori dello stesso tipo nel territorio dell'ex Unione Sovietica a cui sono state apportate significative modifiche in seguito all'incidente di Chernobyl. Nel mondo sono in esercizio 442 reattori, con elevati standard di sicurezza, nei quali gli incidenti anche di piccolo rilievo sono estremamente rari".



L'esplosione del reattore comportò la fuoriuscita di una nube di materiale radioattivo e di combustibile, che contaminò la zona circostante. A diffondere il materiale fuoriuscito nel resto dell'Europa contribuirono anche le precipitazioni dei giorni successivi all'incidente. L'incidente ha avuto per anni ripercussioni sull'ambiente e ancora oggi, a 30 anni dal disastro, sono rintracciabili le conseguenze. "L'incidente di Chernobyl comportò la fuoriuscita e la dispersione di molti radionuclidi, alcuni dei quali possono ancora essere trovati nelle aree più colpite dalle ricadute - evidenzia Chiara Cantaluppi dell'Istituto per l'energetica e le interfasi (Ieni) del Cnr -. Tra i più 'longevi', il Cesio-137 che ha un tempo di dimezzamento di 30,07 anni, ciò significa che ora, la sua attività si è solo dimezzata". "Il Cesio-137 residuo si trova in buona parte fissato nel suolo, in una forma poco o per nulla biodisponibile, cioè non più assorbibile da parte della vegetazione, quindi non entra più nella catena alimentare".

Tuttavia, concentrazioni elevate di alcuni radionuclidi possono ancora essere rilevate in alcune specie di frutti di bosco, funghi e muschi spontanei o in alcune specie di selvaggina che si nutre di prodotti del sottobosco. "Nel 2013 - precisa Cantaluppi - in alcuni campioni di carne di cinghiale provenienti dalla Val Sesia e dal Friuli Venezia Giulia - aree alpine note per la maggior contaminazione del suolo in seguito all'incidente - fu registrata la presenza di Cesio-137". "Anche ipotizzando un elevato consumo annuo, considerando le concentrazioni di Cesio-137 più elevate registrate - conclude la ricercatrice -, si rimarrebbe comunque al di sotto della soglia di rilevanza radiologica". La contaminazione da Cesio-137 riguarda anche il pellets di importazione: il problema fu segnalato in Italia nel giugno 2009 su una partita proveniente dalla Lituania.

(*) Da Almanacco della Scienza Cnr n.4 del 6 Aprile 2016