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INTERVISTA - Paolo De Nardis, "l'Eurispes è la coscienza vigile del Paese che cambia"
In occasione dei 30 anni dell'istituto il direttore del comitato scientifico racconta a NanniMagazine.it gioie e dolori della ricerca sociale. "Per avere una visione d'insieme dei problemi - dice - è necessaria l'integrazione di discipline diverse"
Fonte: Immagine dal web
"L'Eurispes ha saputo cogliere i cambiamenti del Paese. La sua attività è stata quella di averlo ascoltato a 'pori' aperti per trent'anni". Così il professor Paolo De Nardis, ordinario di Sociologia all'Università La Sapienza di Roma e direttore del comitato scientifico dell'Eurispes, definisce l'attività dell'istituto che, proprio quest'anno, festeggia i trent'anni di attività. Trent'anni di indagini sul campo, ventiquattro dei quali spesi nella realizzazione del Rapporto Italia, studi, ricerche e osservazioni. Preziose lenti di ingrandimento delle mille sfumature che compongono la società italiana nel suo continuo mutamento.
Una fotografia ad alta definizione, "molto acuta, a volte pungente, di ciò che l'Italia è stata" ed è, resa possibile da una "ricerca sociale integrata" che fonde discipline diverse, lontana dall'individualismo accademico, ma ben proiettata ad una visione d'insieme nella lettura dei fenomeni sociali. Per questo "l'Eurispes è stato spesso un punto di riferimento anche per la classe politica italiana - ci spiega il professor De Nardis - circa provvedimenti e disegni di legge, ma purtroppo solo per alcune aree tematiche come ad esempio la famiglia, l'infanzia, il lavoro, ma mai - sottolinea con vigore il sociologo - come coscienza che potesse bussare alle porte di una visione integrata della politica stessa". NanniMagazine.it ha parlato a lungo con il professor De Nardis proprio per cercare di approfondire l'argomento legato agli studi sociali:
Professore, durante la presentazione del Rapporto Italia, lo scorso 26 gennaio, lei ha affermato che gli anni del Paese sono stati i più difficili, vuole spiegarci perché?
"Perché l'entusiasmo manifestato dopo la seconda guerra mondiale, teso alla ricostruzione del Paese, ad un certo punto era come svanito. C'è stata una difficile transizione iniziata prima con gli anni Ottanta, nello sbrilluccichio rutilante di una Milano da bere e una Roma da consumare che di fatto si è rivelata una bolla di sapone, poi i difficili anni Novanta, subito dopo il periodo di 'mani pulite', in cui è stato difficile poter applicare meccanicamente modelli istituzionali presi dall'estero, ad esempio il sistema maggioritario, ad una situazione come quella italiana che ha una sua storia specifica dal punto di vista istituzionale, economica, sociale e cultuale. Era una soluzione che, di fatto, non rappresentava tutte le istanze sociali e generava malessere nell'Italia. Ecco perché ora, stiamo vivendo una situazione difficilissima. Oggi, purtroppo, i 'non rappresentati' non sono più piccole minoranze, ma intere generazioni, intere classi sociali, intere forme di protesta che dalle torri delle stazioni, ai campanili delle chiese, alle terrazze delle università esprimono tragicamente la loro resistenza alla morsa dell'attuale 'gelo economico e finanziario', che accetta la logica di un mercato globalizzato senza riuscire a trovare altri modelli di sviluppo".
Alla luce quanto ha appena spiegato ed in relazione all'attuale situazione socio-economica descritta dal Rapporto Italia 2012, è corretto pensare che il modello sociale del Paese stia sfuggendo di mano?
"Guardi, da questo punto di vista, il Rapporto Italia dell'Eurispes è una sorta di 'coscienza vigile', molto acuta, a volte pungente di ciò che l'Italia è stata. L'attività dell'istituto è stata quella di ascoltare il Paese 'a pori aperti' per trent'anni. Però attenzione, non è che trent'anni fa molti problemi non ci fossero, indubbiamente però, la lettura che veniva data anche dalla classe politica di allora riusciva in qualche modo a stare dietro alla situazione. Oggi non più. Oggi si delinea uno scollamento tale in termini di fiducia tra società politica e società civile che difficilmente si riesce a stare al passo con i tempi. E questo 'non riqualificare' le proprie visioni alla luce di un presente in ebollizione, fa perdere di vista il modello sociale italiano, la specificità di una storia sociale. Ciò significa perdere di vista l'Italia stessa, l'oggetto sul quale bisogna lavorare e che si deve governare attraverso una democrazia fortemente partecipata. Oggi di tutto questo si rischia di perdere le tracce non solo del modello sociale, ma anche della democrazia tout court".
Da alcuni anni l'Eurispes ha attivato una serie di studi e di incontri a livello europeo: qual è il modello sociale, comunitario e italiano, che emerge da questo confronto?
"Innanzitutto il modello sociale italiano è fortemente determinato dalla nostra Costituzione che è più aperta, democratica, per certi versi positivamente 'avveneristica' rispetto ad altri modelli europei che, per quanto avanzati possano essere, non si avvicinano al nostro. C'è però un 'fil rouge' che li unisce, al di là di tutto, ed è il concetto di 'solidarietà' preponderante nel nostro Paese che si lega a tante altre realtà europee. A livello sociale l'Italia potrebbe davvero essere per l'Europa, ciò che è la Germania a livello economico, un punto di riferimento. Il tutto, però, tenendo ben presente le storie e le realtà istituzionali e sociali degli altri Paesi membri. Altrimenti si rischierebbe lo stesso errore fatto dai nostri governanti negli ultimi quindici anni, ovvero applicare meccanicamente modelli sociali stranieri ad una situazione tutta nostrana. Noi dobbiamo, invece, cercare di esportare il nostro modello sociale e costituzionale alla luce delle specificità degli altri Paesi".
Quanto, secondo lei, le ricerche da voi elaborate in questi anni, oltre a fornire un quadro evolutivo del Paese, sono servite davvero alla classe politica per elaborare soluzioni e provvedimenti concreti?
"La ringrazio per questa domanda che mi dà modo di spiegare un concetto ben preciso: spesso succede che il tecnico, il sociologico, lo psicologo, l'economista fornisca pareri e diagnosi ai politici che, dopo varie presentazioni, finiscono spesso nei cassetti delle scrivanie della classe dirigente. E lì rimangono. Come Eurispes, almeno nella prima fase, questo non è avvenuto, tanto da rappresentare spesso un punto di riferimento per soluzioni e disegni di legge, anche se solo per alcune aree tematiche come la famiglia, l’infanzia, il lavoro, ma mai come coscienza che potesse bussare alle porte di una visione integrata della politica italiana. E questo è un po' il grande dramma che di cui sono ancora oggi protagoniste le scienze sociali empiriche".
Da questo punto di vista, infatti, uno dei meriti dell'Eurispes è senza dubbio l'aver creato un "rapporto interorganizzativo" tra l'istituto stesso e le università per portare avanti quella che lei stesso definisce una "scienza sociale integrata": può spiegarci meglio cosa intende?
"Ci sono due punti chiave per rispondere a questa domanda, il primo riguarda la definizione di 'rapporto interorganizzativo' con cui intendo il lavoro pratico, e non solo formale, che in questi anni è stato fatto. Insieme al presidente dell'Eurispes Gian Maria Fara, abbiamo in qualche modo attivato questa collaborazione tra organizzazioni che avevano come comune denominatore la ricerca sul campo. Da qui siamo partiti, e questo è il secondo punto, per favorire fortemente una 'ricerca sociale integrata' lontana dalla metafisica delle etichette accademiche, cioè solo la sociologia, solo la psicologia sociale, l'antropologia culturale, la filosofia ma che, diversamente, si fondesse in un tutt'uno al di là della divisione del lavoro sociale oggi, purtroppo, fortemente determinata da un modello economico e di sviluppo determinato dal capitalismo".
Professore, dal punto di vista della logica dell'indagine come sono cambiati nel tempo, se così è stato, gli strumenti metodologici da voi utilizzati per effettuare le ricerche?
"Allora come ricercatori nel rigore epistemologico della logica dell'indagine e nel rigore metodologico, abbiamo cercato di adeguare le nostre tecniche non soltanto alla luce di una realtà sociale che cambia, ma anche rispetto al dibattito metodologico e tecnico più attuale e più accreditato. Quindi, ferme restando le basi analitiche della ricerca pienamente soddisfacenti dal punto di vista dei risultati, come ad esempio l'osservazione partecipante, lo scarto quadratico, il test del chi-quadro, ci siamo poi inventati altre tecniche come l'osservazione partecipata, la messa in discussione del ricercatore sul campo, il metodo etnografico mescolato alla metodologia dell'indagine più tradizionale. E questa sorta di 'meticciamento' di tecniche, comunque rigoroso nel metodo, che fossero adeguate a realtà a volte estremamente complesse è stata una sorta di scommessa sull'utilizzo delle novità in campo analitico che hanno portato, posso dirlo, ad un buon grado di soddisfazione nei risultati".
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