Inchiesta: Disagio mentale

Malattie mentali: luci e ombre a trent'anni dalla Legge Basaglia

I malati di mente sono entrati nel mondo civile, ma non sempre sono stati i benvenuti

Patologie Sandro Foschi — 23/05/2008
Fonte: Foto di Carla Cerati

"M’hanno piombata in una puzzolentissima cella chiusa a catenaccio senz’aria, che chiedevo per pietà; fra i pazzi furiosi, fra urla demoniache, rubate le vesti".  Così scriveva nel 1926 dal manicomio di Pergine, in provincia di Trento, Ida Dalser, rinchiusa non perché pazza, ma perché scomoda: era l’amante di Benito Mussolini.  Per liberarsi di lei è bastato un certificato medico. I manicomi d’altra parte servivano a difendere la parte sana della società: chi vi entrava perdeva il contatto con la realtà.  E viceversa.  Come nel caso di Ida Dalser, gli ospedali psichiatrici avevano il potere di cancellare le persone: le loro storie, all’esterno, non esistevano più.  Questo fino a trent’anni fa, quando la legge n. 180 del 1978, conosciuta come legge Basaglia, ha decretato la fine dei manicomi: le persone con disturbi psichici sono uscite e le loro storie si sono intrecciate con quelle di tutti gli altri.

RIVOLUZIONE CULTURALE.  Nel 1978, quindi, il malato di mente smette di essere una persona pericolosa e diventa una persona che deve ricevere cure negli ospedali pubblici.  La legge 180, infatti, vieta ogni nuovo internamento e stabilisce l’intenzionalità della cura.  L’Italia diventa, e resta tuttora, l’unico paese al mondo senza manicomi. Un principio approvato sia dal Libro verde sulla salute mentale dell’Unione europea del 2005, sia dall’Organizzazione mondiale della sanità che in un Rapporto sui diritti dei malati di mente denuncia: "La maggior parte delle legislazioni sulla salute mentale inizialmente perseguiva la salvaguardia della gente dai pazienti pericolosi, isolandoli piuttosto che promuovendo i loro diritti".

DALLA TEORIA ALLA PRATICA. La 180 è una legge quadro che deve essere recepita dalle varie regioni.  I suoi principi si realizzano nel Paese a macchia di leopardo, anche se molti manicomi restano attivi per lungo tempo e la qualità di vita dei ricoverati non migliora.  Per superare lo stallo, nel 1994 viene emanato un "Progetto obiettivo" che fissa regole chiare e denuncia l’attività degli ospedali psichiatrici: "…si deve purtroppo rilevare che in alcune realtà tale problema non è stato affrontato con la necessaria decisione, determinando così uno stato di abbandono e di inaccettabile degrado della condizione di vita dei ricoverati". Successivamente nuove leggi impongono la chiusura definitiva dei manicomi e prevedono sanzioni. Nella seconda metà degli anni Novanta, uno dopo l’altro, tutti gli ospedali psichiatrici d’Italia chiudono e i malati di mente entrano in contatto con la società.  Ma la società è pronta ad ospitarli?

I PROBLEMI.  Nel trattamento della salute mentale restano forti disuguaglianze a livello regionale.  Il Ministero della Salute con le Linee di indirizzo nazionali per la salute mentale, stabilite nel marzo 2008, denuncia: "Le differenze sono evidenti quando si consideri la disponibilità di strutture attive nel territorio, i tempi di apertura, i percorsi abilitativi, formativi, di inserimento lavorativo e le risorse impegnate, la qualità e quantità dei posti residenziali, le differenze, molto marcate, di risposta all’emergenza e alla crisi".  Ancora più critico è il Documento conclusivo della Commissione Igiene e Sanità del Senato del 2006 che riscontra il “carattere tendenzialmente episodico e discontinuo di programmi e trattamenti, che riescono a coprire solo una frazione della domanda dei pazienti; l’impossibilità di garantire un’assistenza sanitaria specifica nel medio-lungo periodo evidenzia la condizione di sostanziale abbandono in cui ancora oggi sono lasciati tali pazienti, con tutti i problemi di gestione quotidiana che risultano così riversati sulle famiglie".

LE FAMIGLIE.  Dopo la chiusura dei manicomi le famiglie diventano il punto di riferimento dei malati di mente.  E a volte si trovano abbandonate.  In un’audizione del 2006 alla Commissione  Sanità del Senato, il presidente dell’Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale (Unasam), Gisella Trincas, ha dichiarato: "Alcuni servizi territoriali di salute mentale sono attivi 24 ore su 24, garantendo cure, interventi riabilitativi ed emancipativi, lavoro di rete; in molti altri, invece, l'unico intervento (quando non di totale abbandono) è di tipo ambulatoriale (pochi giorni di apertura per poche ore), con interventi prevalentemente di tipo farmacologico (poco o quasi per nulla monitorati), che non migliorano le condizioni di salute delle persone interessate e lasciano le famiglie nella disperazione".

STORIE RITROVATE.  Una donna e il figlio trovati morti nel letto, il marito è stato trovato morto per infarto nella sua auto.  Sarebbe lui l’assassino, in un suo biglietto la verità: "Adesso è finita la malattia, la sofferenza". La coppia non sapeva come affrontare la malattia del figlio, che soffriva di disturbi psichici.  Questo episodio è avvenuto in una periferia romana nel 2005.  Non è un episodio isolato, basta digitare "disturbi mentali" nel motore di ricerca di un giornale on-line e si scoprono centinaia di episodi di cronaca: omicidi, suicidi, abusi.  Dopo la chiusura dei manicomi, le storie dei malati di mente si sono intrecciate con quelle del mondo: molti hanno trovato strutture, famiglie e società pronti a riceverli e a scrivere nuove pagine insieme; altri no.

DOCUMENTI RELATIVI
- Legge Basaglia (n. 180 del 1978)
- Progetto obiettivo "Tutela salute mentale"
- Linee di indirizzo nazionali per la salute mentale del Ministero della Salute
- Libro verde dell’Unione Europea sulla salute mondiale
- Rapporto sui diritti umani e legislazioni relativi alla salute mentale dell’Oms

LINK UTILI SULLA SALUTE MENTALE

- Ministero della Salute
- Unione Europea
- Organizzazione mondiale della Sanità
- Unione nazionale delle Associazioni per la salute mentale