Inchiesta: Crisi economica europea

Eurocrisi, Ferraguto: "Il medico tergiversa e il malato si aggrava"

La Grecia rischia il baratro e l'economista della Bocconi dice a Nannimagazine.it: "Si arriverà prima o poi a una qualche forma di ristrutturazione del debito. Il contributo delle banche? Alla fine chi paga sono comunque i cittadini".

Crisi economica Ulisse Spinnato Vega — 21/06/2011
Fonte: Immagine dal web

La Grecia è sull'orlo del baratro. Sono giorni decisivi per la sorte dell'euro e, di riflesso, per i destini dell'economia italiana. Rinviata a luglio l'erogazione della quinta e ultima tranche (12 miliardi) del prestito da 110 miliardi deciso in favore di Atene da parte dell'Ue e dell'Fmi, ora si attende che il nuovo governo Papandreou ottenga la fiducia dopo il rimpasto. E soprattutto ci si aspetta che la Grecia sia in grado di mantenere gli impegni di risanamento, mentre all'ombra del Partenone si invoca già un nuovo prestito di 90-100 miliardi o forse più. 

L'Eurogruppo di domenica notte non ha consentito di superare le divergenze. I privati potranno partecipare al salvataggio, ma solo su base volontaria. La tensione rimane altissima e i mercati scontano le indecisioni, i rinvii, i messaggi contraddittori che arrivano dalle autorità politiche. "Si tergiversa sulla scelta di una qualche ristrutturazione del debito greco, si perde tempo e la situazione si aggrava", dice a Nannimagazine.it Giuseppe Ferraguto, docente di Macroeconomia alla Bocconi di Milano:

Professore, serve un default controllato?
"Dovrà venir meno qualche genere di obbligazione. Si potrà lavorare sulla durata o sul tasso. Ora si parla della tranche di luglio, ma poi verrà agosto e poi l'anno prossimo: in ogni caso il problema si ripresenterà. Atene ha bisogno dei prestiti per rimborsare i bond in scadenza e gli interessi sul debito, ma anche per gli stipendi dei dipendenti pubblici, per i farmaci... Un po' per tutto". 

Che genere di ristrutturazione sarebbe più opportuno operare: un riscadenzamento dei tempi o un vero e proprio 'haircut' (taglio del valore nominale dei titoli)?
"L'haircut darebbe inizio a un'altra spirale, con le banche che dovrebbero iscrivere al passivo di bilancio le perdite su titoli. In ogni caso, i mercati non sono stupidi e hanno capito. C'è un medico pietoso che attende e rinvia l'intervento chirurgico, somministrando farmaci che sono palliativi. Il problema è che, con il passare del tempo, l'intervento richiesto si fa più invasivo. All'inizio della crisi greca, il debito di Atene equivaleva al 2-3 per cento del PIL dell'Area euro. Lo si poteva ricomprare tutto senza grossi sforzi e forse avremmo risolto. Anche se mi rendo conto che avrebbe pesato l'azzardo morale e il cattivo esempio per gli altri Paesi traballanti".

C'è la Germania che mette sempre i bastoni tra le ruote.
"Prima c'erano motivi legati alle tornate elettorali locali. Ora si cerca comunque di lisciare il pelo al cittadino-elettore. Ma la mancata decisione costa cara".

È giusto far pagare anche ai privati?
"Il grosso del debito greco sta nelle banche francesi e tedesche. Se non si fa nulla, Atene fallisce e chi sopporta le perdite sono proprio gli istituti di credito. Dunque i governi hanno un bell'argomento per convincerli a partecipare: o le banche consentono a luglio al governo greco di rimborsare i titoli ricomprandoli oppure la Grecia va gambe all'aria e non rimborsa più nulla alle aziende di credito. Se gli istituti sborsano, i governi possono non chiedere al contribuente di pagare in prima persona. Tuttavia, se i bilanci delle banche poi si appesantiscono, chi ne paga le conseguenze? Di certo il contribuente dovrà in ogni caso sostenere il salvataggio delle aziende di credito".

È concepibile l'ipotesi di un'uscita greca dall'euro e un ritorno alla dracma?
"Nulla di male, in teoria, a riconoscere la fine di una partecipazione monetaria. Un Paese che ha una propria valuta può monetizzare il debito: stampa moneta, crea inflazione e svaluta. Dunque non si blocca nulla e si può attendere che cambi la congiuntura o riprenda fiato l'economia. Nel caso della Grecia, però, loro non possono nemmeno materialmente stampare le dracme. Inoltre, sembra difficile realizzare un nuovo cambio e rimettere in circolazione le vecchie monete. È il primo caso assoluto di uno stato che rischia l'insolvenza e che non ha la propria moneta".

Draghi ha fatto il paragone con l'Italia del '92.
"Era diverso. Noi avevamo bisogno di una politica monetaria più espansiva per crescere. Mentre c'era la Germania che era alle prese con l'unificazione, con l'inflazione e necessitava di scelte restrittive. Non c'era un problema diretto di default per noi. Il default si sarebbe potuto verificare, eventualmente, in un secondo momento con l'innalzarsi dei tassi. Però lo scenario era del tutto differente, noi svalutammo la moneta e alla fine fu un successo".
 
Dopo Standard&Poor's anche Moody's ha 'avvisato' l'Italia. Quanto rischiamo davvero?
"Il nostro vero guaio è la bassa crescita abbinata all'alto debito. Ci troviamo ora invischiati in una situazione che all'inizio poteva essere gestita meglio. Di certo, adesso, dobbiamo tranquillizzare i mercati. E dobbiamo farlo in fretta, aggiustando i conti in modo coerente fino al pareggio di bilancio".