Inchiesta: Rom in Italia

Rom, sinti e quei campi nomadi da superare

"Sono una risposta politica ormai datata. Risalgono agli anni '70 e non tengono conto che gli stili di vita di queste comunità sono cambiati". Parola di Paolo Ciani della Comunità di Sant'Egidio. L'udienza dei nomadi col Papa? "Un evento storico".

Immigrazione Paola Alagia — 17/06/2011
Titolo: Album di 'giorgio 1972'
Fonte: Flickr Common License

Sono pochi se rapportati a quelli che vivono nel resto d'Europa. Eppure stanno ai margini. I rom in Italia sono circa 170mila contro i 12 milioni di nomadi che si sono stanziati all'interno dei confini Ue e rappresentano circa lo 0,2 per cento della popolazione totale. È la fotografia scattata da un'indagine avviata nel 2009 dalla commissione Diritti umani del Senato. Un rapporto approvato all'unanimità lo scorso 9 febbraio che traccia un identikit di queste comunità, giovani e nella maggior parte dei casi senza cittadinanza. 

Solo il  50 per cento di loro, infatti, è cittadino italiano, mentre ben il 40 per cento di rom e sinti è costituito da minori di 14 anni, e il 60 per cento non ha la maggiore età. In circa 40mila vivono nei campi di accoglienza, allestiti soprattutto nelle grandi città come Roma e Milano. La Capitale, per esempio, stando alle stime del 'Piano nomadi' capitolino del 2009 ne conta 7mila 200. All'ombra della Madonnina, invece, sono più o meno 4mila, esclusi altri due-tre mila della provincia.  

I campi nomadi, appunto: l'unica risposta che le istituzioni del Belpaese sono state in grado di fornire agli zingari. Una soluzione che non è al passo con i tempi, ma soprattutto con i cambiamenti di queste comunità "più stanziali rispetto al passato", come spiega a Nannimagazine.it Paolo Ciani, responsabile delle attività per rom e sinti della Comunità di Sant'Egidio:

Ciani, l'11 giugno papa Ratzinger ha ricevuto in udienza una delegazione di circa 1400 tra rom, sinti, manuches, kale, Yenish e travellers d'Europa e d'Italia. Qual è stata la portata di questo appuntamento?
 "È stato un evento storico che oltre ad avere una valenza spirituale ne ha una sociale e culturale. Si inserisce nel solco di quell'attenzione speciale che la Chiesa ha nei confronti di queste popolazioni".

Ci sono dei precedenti?
"Nel '65 Paolo VI si recò a Pomezia in un campo che accoglieva rom e, dieci anni dopo, tenne un'udienza generale a Castel Gandolfo. Anche Giovanni Paolo II incontrò diversi gruppi gitani in udienze generali e poi, nel 2000, in occasione del Giubileo, chiese perdono per le responsabilità dei cristiani nei confronti di queste comunità. Non va dimenticato neppure l'omaggio reso da Benedetto XVI, dopo la visita al campo di concentramento di Auschwitz nel 2006, alla memoria dello sterminio di vittime sinti. È in questo solco che si colloca l'incontro di sabato scorso tra papa Ratzinger e le popolazioni nomadi. Un evento eccezionale perché, tra l'altro, si è trattato di un'udienza privata".

Nei confronti dei popoli gitani e zingari qual è l'atteggiamento prevalente, l'indifferenza o il razzismo?
"Le popolazioni rom e sinti sono tra quelle che subiscono le maggiori discriminazioni. L'Europa deve fare i conti con quello che noi abbiamo definito l'antigitanismo. L'Italia non fa eccezione. Nessuno può dimenticare gli episodi di aggressione ai campi nomadi di Ponticelli, le discriminazioni a scuola subite dalle popolazioni dell'Est. Anche nella Penisola, dunque, paghiamo il prezzo di anni di predicazioni del disprezzo. E le campagne elettorali sono solo gli esempi più recenti, con forti conseguenze sulla società e su quel senso di antipatia che si è consolidato tra i cittadini nei confronti dei nomadi. Si tratta di sentimenti che, purtroppo, sono spesso frutto di ignoranza, fonte di pregiudizi".

La soluzione politica dei campi rom che risultati ha prodotto?
"I campi nomadi sono il frutto di leggi regionali degli anni '70 e '80. Rappresentano la risposta abitativa a delle comunità che oggi, invece, diventano sempre più stanziali". 

Vuole dire che si tratta di una riposta datata?
"È una risposta che non tiene conto del fenomeno di 'sedentarizzazione' di queste comunità e che, inevitabilmente, ha portato al passaggio dal campo alla baraccopoli. Un conto, infatti, è pensare alla permanenza in un campo per dieci-dodici mesi, un altro per 20 e più anni. Occorre superare la logica dei  campi, ormai sempre più luoghi della separazione e della segregazione. È ora di dire basta a simili discariche umane che generano devianza".

Nel suo discorso, Benedetto XVI ha evidenziato il desiderio di istruzione da parte delle nuove generazioni rom. Qual è il livello di scolarizzazione raggiunto da queste comunità?
"Non esistono dati certi perché ci sono anche rom che non vivono in campi ma in abitazioni proprie. Nelle grandi città si è investito molto attraverso campagne di sensibilizzazione. Il punto di svolta adesso è passare dalle iscrizioni a scuola all'effettiva scolarizzazione, a una formazione di qualità".