Inchiesta: I tagli alla cultura

Tagli alla cultura: il settore tiene ma perde il sostegno del capitale privato

Secondo il rapporto Federculture 2010, crescono i visitatori di musei, cinema, concerti e siti archeologici, ma stentano a decollare gli investimenti, il turismo e la stessa immagine internazionale del Paese.

Cronaca Italia Laura Croce — 20/05/2011
Titolo: Una rappresentazione dell'Aida di Giuseppe Verdi
Fonte: Immagine dal web

Tagli, collasso, luci spente, chiusure: lo spettro del drastico ridimensionamento del sostegno pubblico al mondo della cultura aleggia ancora nel panorama italiano, seppur quietato dal salvifico quanto improvviso reintegro del Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS) costituito presso il ministero per i Beni e le attività culturali (Mibac). Il 2010 è stato un anno caldo, pieno di mobilitazioni che hanno temporaneamente riunito tutti i settori coinvolti nella vita artistica e intellettuale (per non dire intellettiva) del Paese, dai Comuni ai teatri, dalla stampa alla settima arte, dalla ricerca universitaria alla musica. Ora tale convergenza sembra meno evidente e le armi di questo eterogeneo soggetto molto più spuntate, eppure le tracce del suo passaggio non sembrano essere scomparse del tutto. 

Federculture, l'associazione nazionale degli operatori pubblici e privati che gestiscono le attività legate alla cultura e al tempo libero, negli scorsi mesi ha avuto un ruolo determinante nell'organizzare il fronte, e così anche per la presentazione del suo studio annuale sull'andamento  settore, non ha perso l'occasione per rinnovare il suo impegno già a partire dal titolo  dell'opera: 'La cultura serve al presente'.

Il dato principale al centro del rapporto 2010 (edito da Etas e curato da Roberto Grossi, con la prefazione di Carlo Azeglio Ciampi) consiste infatti nella buona tenuta e addirittura nella crescita di alcuni comparti dell'industria culturale, come teatro e musica, che ne conferma la natura anticiclica e la capacità di reggere sia agli scossoni dell'economia che a quelli dello Stato. Ciononostante, non si possono ignorare indicatori negativi come il 49esimo e ultimo posto in Europa per l'investimento in istruzione superiore, formazione universitaria e post-universitaria, il penultimo nella classifica Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse) per l'investimento in istruzione rispetto al PIL, pari al 4,5 per cento a fronte di una media del 5,7 per cento.

Dal punto di vista meramente economico, preoccupa inoltre la discesa del nostro Paese nelle classifiche internazionali quale il World Economic Forum 2010 (dove l'Italia rimane dietro a tutti i principali partner europei, piazzandosi in 48esima posizione) ma anche un dato molto più domestico come il calo degli investimenti privati in cultura, praticamente inevitabile data la troppa incertezza sui finanziamenti pubblici. Tutti trend che rischiano di trascinare con sé flessioni né endemiche né tantomeno inevitabili viste le buone performance della domanda culturale espressa dalle famiglie italiane, che continuano a dedicare al settore il 7 per cento del proprio budget a fronte di una contrazione generalizzata dei consumi.

Nel dettaglio, a fare registrare i risultati migliori, come anticipato, sono il teatro (+13,5 per cento), i concerti di musica classica (+5,9 per cento), mostre e musei (+3,8 per cento) e i siti archeologici (+2,3 per cento). Inversione di tendenza rispetto agli ultimi due anni anche per i siti statali, che vedono aumentare più del 6 per cento i visitatori e del 7,49 per cento gli introiti, riallineandosi con quella crescita costante che negli ultimi 15 anni ha fatto aumentare di circa il 30 per cento gli utenti di questi luoghi di cultura. Nell'ultimo anno il più frequentato è stato il Museo Nazionale di Castel Sant'Angelo, seguito a ruota dalla martoriata Pompei, che supera il dramma dei crolli con un buon +11,1 per cento.

Confortanti anche i dati provenienti dallo spettacolo dove, nel primo semestre 2010, la spesa del pubblico (la maggior parte della quale è costituita da spesa al botteghino, cioè per l'acquisto di biglietti e abbonamenti) ha superato i 1.662 milioni di euro, con un incremento dell'8,3 per cento rispetto all'anno precedente e un aumento anche in termini di affluenza (126 milioni di ingressi, pari a +5,7 per cento). In un quadro tutto sommato positivo, diminuisce però una parte sostanziale dell'indotto. È una perdita del -2,5 per cento quella che si registra infatti nel volume di affari complessivo generato dal settore (2.233 milioni di euro), in cui non è compreso solo il numero degli spettatori e il loro esborso per gli spettacoli, ma anche altri elementi fondamentali come la pubblicità, le sponsorizzazioni, i finanziamenti, i diritti televisivi.

Scendendo più nel dettaglio, è da notare come le cifre migliori siano quelle del cinema, che vede aumentare di quasi il 50 per cento il numero di proiezioni, del 13,2 per cento gli ingressi e soprattutto del 25,6 per cento la spesa del pubblico. Nonostante sia stato come sempre uno dei più attivi nel sostenere la protesta contro i tagli al FUS, il comparto della settima arte si conferma anche uno di quelli con le performances più significative, che tra il 2010 e l'inizio 2011 lo hanno portato a rimontare quote di mercato fino a competere quasi alla pari con le major statunitensi.

Sul fronte dell'incremento della spesa del pubblico, si registra però la superiorità di mostre ed esposizioni, che anno visto i ricavi balzare del 43,8 per cento rispetto al 2009. In uno stato più critico si trova il teatro, che nonostante il buon numero di ingressi ha visto diminuire in maniera sostanziale l'offerta di spettacoli (-7,7 per cento): segno evidente della drastica cura dimagrante imposta dal Governo, così come evidente è la crescente disaffezione degli investitori privati, che hanno diminuito il proprio contributo economico del 9,6 per cento, portandolo a un valore complessivo di 1.454 milioni di euro. Seguono la scia anche le Fondazioni bancarie, che rappresentano comunque quasi il 30 per cento del capitale non statale a disposizione del settore cultura.

Se il fenomeno non bastasse, da solo, a tenere acceso il campanello d'allarme, ci sono poi le flebili variazioni nel settore turistico (2 per cento circa l'aumento dei viaggiatori stranieri, + 2,16 quello dei ricavi), accompagnate da un decisivo crollo dell'immagine-paese. Se la spesa totale in turismo arriva comunque a 29,1 miliardi di euro, l'Italia è finita al 12esimo posto nelle classifiche di gradimento stilate dal Country Brand Index 2010, perdendo in un solo anno più di 6 posizioni. Il rapporto Federculture la chiama perdita di competitività, ma tradotto significa semplicemente incapacità di proiettarsi nel futuro investendo in idee e progetti.  Compito che, se non adeguatamente svolto dalle istituzioni, difficilmente potrà essere sobbarcato da un mercato già ampiamente provato da una crisi molto più lenta ad andarsene di quanto fosse stato prospettato all'inizio di questo periodo nero dell'economia e della cultura italiana.