Inchiesta: Archeologia subacquea

Archeologia subacquea, Coffa: "Servono finanzieri specializzati e nuove tecnologie"

Il militare ha un progetto ambizioso: dotare i Guardacoste di strumenti per poter ispezionare i siti sommersi in modo da contrastare il danneggiamento e i furti.

Archeologia Francesco Amorosino — 19/04/2011
Fonte: www.atlantide.it

Il progetto Archeomar, ovvero il censimento dei siti archeologici presenti nelle acque del nostro Paese, dal mare fino a fiumi e laghi, sta mettendo in luce una realtà finora solo ipotizzata: l'Italia è ricchissima di siti non solo sulla terraferma, ma anche sottacqua, luoghi preziosi difficili da monitorare e spesso già depredati. Diventa dunque importante coinvolgere le forze dell'ordine nella missione di preservare questo patrimonio, per troppo tempo rimasto in disparte. Tra le persone coinvolte all'interno del progetto c'è Andrea Coffa, comandante del Guardacoste G204 Garulli, dislocato in Sardegna, che oltre a essere un finanziere è anche un archeologo subacqueo:

Come è nato il coinvolgimento della Guardia di Finanzia nel progetto Archeomar?
"Come Guardia di Finanza abbiamo sempre lavorato per la repressione dei reati contro il patrimonio culturale, anche se la primaria competenza è quella tributaria. C'è un gruppo di tutela predisposto presso il nucleo di polizia tributaria di Roma, ma si tratta di lavori prevalentemente a terra, atti a reprimere, ad esempio, il traffico di opere d'arte rubate. Io sono dislocato sul mare, una realtà ben strutturata, con oltre 500 unità navali e 100 aerei e nuclei di sommozzatori. Oggi la tecnologia ci porta ad avere necessità di una specializzazione più ampia, così ho proposto un mini team di finanzieri specializzati per la tutela del patrimonio archeologico sommerso, che si occupi non solo del mare, ma anche di laghi e fiumi".

Come agirebbe questo nuovo team?
"Avrebbe competenza nazionale, la prima esperienza la possiamo individuare proprio con Archeomar 2. Il team è composto da sommozzatori della Guardia di Finanza che si occupano della parte tecnica, mentre io curo gli aspetti scientifici. Quando ci sono richieste dalle varie soprintendenze locali si convoca questa squadra già formata. L'anno scorso a Ventotene, sempre per Archeomar 2, abbiamo instaurato un ottimo rapporto con la soprintendenza e così anche il ministero dei Beni Culturali ha preso coscienza che la Guardia di Finanza non è solo un supporto logistico, ma ha anche conoscenze scientifiche".

Come si opera nel caso ci si imbatta in un reperto?
"I nuovi dispositivi tecnologici sono di grande aiuto: con le prime immagini dello scan sonar, ad esempio, siamo riusciti a individuare un relitto con anfore tardo repubblicane. Ormai, però, non si parla più di recupero come negli anni Settanta, perché decontestualizzare i reperti dal luogo non ha senso dal punto di vista scientifico e i musei non hanno bisogno di nuove anfore. Chi trova fortuitamente un reperto non deve assolutamente spostarlo dal luogo: la legge dice che bisogna lasciare l'oggetto dove lo si trova e avvisare subito le autorità competenti, altrimenti si può applicare il codice penale per danneggiamento. Ormai è difficile trovare reperti importanti sottacqua, però è necessario che sia i cittadini, sia le autorità e i militari siano consapevoli dell'importanza di lasciare a un archeologo il compito di occuparsi dei ritrovamenti. In passato sono stati compiuti dei danni, per questo è importante il team che vorrei creare, così come il progetto di avere archeologi a disposizione in ogni regione, in modo da poter operare nel modo migliore".

Come si fa a difendere dai furti i siti sommersi, così difficili da individuare e raggiungere?
"Prima di tutto sono importanti gli accordi con le soprintendenze, per cui si informano i comandi di determinate aree, in modo che si aumentino i controlli delle unità navali in zone particolari. Per questo è necessario il progetto Archeomar che, attraverso la mappatura e il censimento dei siti sommersi, è uno strumento utile per individuare le aree. La Convenzione Unesco in materia ha affidato allo Stato la tutela di 12 miglia oltre il mare territoriale, e quindi occorre capire come tutelare il patrimonio archeologico in alto fondale. Il MiBac non ha i mezzi, mentre la Guardia di Finanza sì, per questo le nostre unità vanno dotate di strumenti per fare delle verifiche, che tra l'altro non hanno dei costi eccessivi, come lo scan sonar che restituisce le immagini tridimensionali del fondale, e i rov, robot che vanno a vedere le anomalie del fondale da vicino. Così, sotto la supervisione di un archeologo, si possono già operare delle prime valutazioni e informare il ministero. Questa soluzione si può adottare soprattutto ad alte profondità, dove magari i reperti non vengono rubati, perché servirebbe qualcuno dotato di rov per farlo, ma una rete a strascico potrebbe rovinare il sito. Queste tecnologie, tra l'altro, sarebbero utili non solo per l'archeologia, ma anche per operazioni di polizia giudiziaria o soccorsi in mare".

Lei è archeologo subacqueo e finanziere, come concilia queste attività e qual è stato il suo percorso?
"Ho intrapreso studi artistici, ma mi piaceva fare il sommozzatore, così ho unito le due cose, poi ho fatto carriera come finanziere e intanto ho preso una laurea in archeologia. Quindi ho lavorato per il riconoscimento della mia qualifica all'interno della Guardia di Finanza, e il comando generale, qualche anno fa, ha voluto prevedere la qualifica di archeologo subacqueo all'interno della struttura. Certo, con tutte le cose cui dobbiamo pensare, dal traffico di droga all'immigrazione clandestina, sembra strano doversi preoccupare anche di questo, invece è una cosa da cui non si può prescindere e già il fatto di essere invitato alle conferenze e ai vari progetti lo dimostra".

Adesso non resta che aspettare che Archeomar arrivi anche in Sardegna, no?
"Certo, Archeomar deve arrivare anche qui in Sardegna dove tra l'altro c'è già un corso di archeologia subacquea. Essendo la nostra isola al centro del Mediterraneo, c'è tanto da scoprire, inoltre la Guardia di Finanza locale ha molte navi e quindi sarebbe un buon appoggio per Archeomar, che potrebbe andare avanti molto più in fretta e con costi minori. Dobbiamo colmare i ritardi accumulati, perché non si può tutelare se non si conosce il territorio, e in Italia la cartografia digitale non è ancora considerata ufficiale, mentre è importante aggiornare le mappe, includendo ad esempio siti industriali particolarmente pericolosi. Più che il fattore economico, per ora, a mancare è stato lo spirito di iniziativa, ma è giunto il momento di cambiare".