Inchiesta: Crisi economica europea

Eurolandia in fibrillazione: cade anche il Portogallo

Lisbona ha provato a resistere, ma gli attacchi della speculazione internazionale hanno fatto volare i rendimenti sui titoli. Ora si prepara un intervento Ue-Fmi per 70-80 miliardi in tre anni. Declassate sette banche lusitane

Crisi economica Ulisse Spinnato Vega — 07/04/2011
Titolo: Il premier socialista portoghese Josè Socrates

L'effetto domino prosegue e stavolta è il Portogallo a crollare. Dopo Grecia e Irlanda, anche Lisbona è finita in ginocchio di fronte agli attacchi della speculazione internazionale contro i debiti sovrani della periferia di Eurolandia.

ALMENO 70 MILIARDI DI AIUTI. Il premier dimissionario Socrates non era riuscito a far passare, il mese scorso, le misure addizionali di austerità presentate. Il suo governo aveva quindi perso la fiducia e ciò ha aggravato lo stato dei conti portoghesi. Ora si invoca il sostegno del fondo europeo salva-Stati (Efsf): la cifra complessiva del bailout dovrebbe aggirarsi sui 70-80 miliardi in tre anni e accanto all'Ue interverrà probabilmente anche il Fondo monetario internazionale. La richiesta degli aiuti di Socrates ha ricevuto l'assenso dell'opposizione, tuttavia adesso i lusitani dovranno sottostare a condizioni piuttosto severe di risanamento del bilancio per poter accedere alla boccata d'ossigeno finanziaria internazionale. Tra l'altro, non è chiaro in che tempi potrà effettuarsi il negoziato per il prestito, visto che il 5 giugno il Paese andrà al voto politico generale.

SOCRATES GETTA LA MASCHERA. Il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, anch'egli portoghese, ha assicurato che la richiesta di Lisbona di attivazione del meccanismo di supporto "sarà elaborata nella maniera più rapida possibile, nel rispetto delle regole". Socrates, dal canto suo, ha provato a resistere, ma poi "abbiamo raggiunto un momento in cui non prendere questa decisione implicherebbe rischi che il Paese non si può permettere". Lo stesso commissario europeo agli Affari economici e monetari, Olli Rehn, ha definito la richiesta rossoverde "una mossa responsabile". I rendimenti sui titoli di Stato, infatti, erano arrivati alle stelle e le agenzie di rating stavano silurando a ripetizione l'affidabilità del debito sovrano portoghese.

L'ANDAMENTO DEI BOND. Ieri Lisbona aveva piazzato oltre un miliardo di euro di bond. Il titolo a sei mesi, collocato per 550 milioni di euro, aveva visto un rendimento medio in salita al 5,117% dal precedente 2,984%; il bid-to-cover si è assestato a 2,3 dal precedente 2,6. Il dodici mesi era stato invece collocato per 455 milioni di euro, con rendimento medio al 5,902% dal 4,331; il bid-to-cover era passato a 2,6 da 2,2. Due giorni fa, Moody's aveva abbassato ancora di una nota il rating sul debito del Portogallo (da A3 a Baa1), avvicinandolo al livello "junk" e mettendolo sott'occhio per possibili ulteriori declassamenti. Venerdì scorso, Fitch aveva fatto altrettanto, mantenendo il rating watch negativo. E il 29 marzo c'era stata la mazzata anche da Standard & Poor's.

GERMANIA E FRANCIA PREOCCUPATE. Il declassamento di Moody's, peraltro, ha riguardato pure sette banche lusitane. Secondo l'agenzia, lo Stato portoghese non può più aiutarle e dunque la loro condizione finanziaria si è indebolita. Il downgrade include il taglio di una o più note del debito senior e del rating sui depositi. Gli istituti di credito locali, inoltre, avevano espresso forti riserve sull'ipotesi di continuare a finanziare l'esposizione del Tesoro. E forse è stato anche questo aspetto a convincere il governo rossoverde a bussare alla porta dell'Europa. Intanto, persino nei grandi Paesi europei la questione portoghese suscita una qualche apprensione. Le banche tedesche, ad esempio, sono esposte per un volume pari all'1,3% del PIL lusitano. Gli istituti francesi arrivano addirittura all'1,8%. Impatto decisamente modesto, invece, per i gruppi italiani (0,2%).

LE MOSSE DELLA BCE. I riflettori sono ora puntati sulla decisione in merito ai tassi di interesse da parte della Banca centrale europea, che probabilmente alzerà il costo del denaro di 25 punti base (dall'1 all'1,25%) per bloccare la dinamica inflattiva degli ultimi mesi. La scelta è considerata da molti rischiosa: la crescita economica in Eurolandia è ancora debole e l'innalzamento dei tassi non potrà che creare ulteriori problemi ai debitori e alle banche che devono ricapitalizzarsi in vista di Basilea III. I fautori del ritocco, invece, sostengono che bisogna bloccare la trasmissione dell'inflazione importata (per esempio sulle materie prime energetiche) a quella interna e sottolineano che la Bce si muove in linea con le altre grandi banche centrali (in Cina si stanno alzando i tassi e probabilmente anche Fed e Banca d'Inghilterra faranno la stessa cosa).