Inchiesta: I tagli alla cultura

Tagli alla cultura: spettacolo e informazione contro il Milleproroghe

Si moltiplicano le iniziative a sostegno di tutti i settori dell'arte e della conoscenza. Ma tra le categorie del cinema ricominciano anche gli attriti.

Cronaca Italia Laura Croce — 03/02/2011
Fonte: Immagine dal web

La protesta del mondo del cinema e della cultura non si ferma e allarga il campo d'azione. La polemica si era riaccesa già il 22 dicembre scorso, dopo la decisione del Governo di confermare gli incentivi fiscali tax credit e tax shelter solo per sei mesi, fino al 30 giugno, tramite il decreto soprannominato 'Milleproroghe' (la cui discussione al Senato per la conversione in legge è intanto slittata al 9 febbraio). Altro clamore  è stato poi sollevato dalla mozione di sfiducia contro il ministro della Cultura Sandro Bondi, sostenuta dalle forze di sinistra, da Fli e dal Terzo Polo, ma respinta al voto del 26 gennaio alla Camera con una solida maggioranza (314 no contro 292 sì).

L'accusa, tanto dell'Opposizione quanto del mondo dello spettacolo, era quella di non essere riuscito a mantenere gli impegni presi nei mesi scorsi, in particolare il rinnovo delle misure fiscali a sostegno del cinema e il reintegro del FUS, condizione ritenuta necessaria per sostenere la ripresa del settore. Ripresa che, per quanto riguarda il grande schermo, in questo inizio 2011 è stata fortemente spinta dal successo dei 'big' comici italiani come Checco Zalone e Antonio Albanese, ai quali si può attribuire il repentino aumento della quota di mercato del cinema nostrano, schizzata dal 30 al 65 per cento.  Un risultato "stellare", come lo ha definito Riccardo Tozzi , presidente dei produttori dell'Associazione delle industrie cinematografiche italiane (Anica), eppure non così determinante da garantire per un intero sistema produttivo e distributivo che soffre ancora di intrinseca debolezza, tanto da non potersi permettere sperimentazioni né dal punto di vista artistico né da quello tecnologico.  

Il prolungamento di tax credit e tax shelter per soli sei mesi, in particolare, è stato giudicato come una misura estemporanea e inadeguata ai tempi della produzione cinematografica, criticata tanto dai sindacati, che temono la delocalizzazione dei set per far fronte all'aumento dei costi derivante dal ritardo e dalla breve durata degli incentivi, dalle associazioni di categoria come Anec (esercenti) e Anica, quanto da singole personalità di rilievo della settima arte (vedi l'intervista realizzata da Repubblica a Carlo Verdone ad inizio gennaio) e da altri organismi di rappresentanza come i '100Autori', il movimento 'Tutti a Casa' e varie realtà nate dalla 'mobilitazione di ottobre' contro i tagli indiscriminati al cinema e allo spettacolo.

Che la protesta sia montata di nuovo in realtà non stupisce. A suscitare maggiore interesse sono però  le nuove sfumature  di cui si è tinta, coinvolgendo altre fette importanti del mondo dell'arte e della conoscenza. I tagli del Governo, infatti, non riguardano solo il cinema: il decreto 'Milleproroghe', oltre a stralciare l'atteso reintegro del Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS), fermo così a 258 milioni di euro e quasi dimezzato rispetto alle cifre del 2008), ha  tagliato di netto anche quello per l'editoria, portandolo da 100 a 50 milioni di euro, con conseguenze prevedibilmente nefaste per le testate di minori dimensioni e per molti professionisti del giornalismo.

Ecco perché, nel corso di gennaio, a riunirsi non sono stati solo i lavoratori della settima arte,  ma un nuovo soggetto più ampio e variegato, che si è dato il nome di 'Comitato per la libertà, il diritto all'informazione, alla cultura e allo spettacolo' e che nelle scorse settimane ha organizzato un primo incontro presso la sede capitolina della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI), a dimostrazione dell'unità di settori prima distaccati e distanti tra loro. Un'occasione per discutere non solo le rivendicazioni di ciascuna categoria, ma soprattutto per evidenziare tutte le criticità legate al tema più generale della cultura in Italia, per mettere a fuoco linee comuni e dare voce anche a realtà locali, come i comitati che si sono costituiti a Roma contro la chiusura dello storico cinema Metropolitan, a due passi da Piazza del Popolo.

Non una semplice sala come tante, ma quello che viene definito un 'presidio culturale' a difesa non solo dell'arte cinematografica in quanto tale, ma anche del diritto alla parità, essendo uno dei pochissimi cinema capitolini a proiettare film in lingua originale e con sottotitoli per non udenti. Una struttura con quasi un secolo di storia che rischia di venire  sostituita dall'ennesimo negozio di abbigliamento (o chissà, magari da un Bingo o da un supermercato, come è accaduto a molte altre sale cittadine), per la cui salvezza sono state raccolte in poco tempo 9mila firme, si sono mobilitate  testate internazionali come 'Le Monde' e si è voluto aprire simbolicamente l'incontro del Comitato, poi proseguito con gli interventi di rappresentanti dello spettacolo, dell'informazione e dell'istruzione universitaria. Tra i primi a prendere la parola è stato Gaetano Azzariti, ordinario di diritto Costituzionale alla Sapienza di Roma, che ha inquadrato il problema dei tagli alla cultura dal punto di vista della nostra legge fondamentale, evidenziandone la natura non meramente economica e di bilancio, bensì di principio.

"I tagli messi in atto dal Governo non sono in linea con la Costituzione", ha spiegato il professore, perché a differenza di altre, la nostra 'Grundnorm' non si limita a sancire una libertà generica ma impone precisi obblighi alle istituzioni affinché si realizzino le condizioni per permettere a tutti di fruire dei diritti costituzionali. Se lo Stato diserta questo compito, ha continuato Azzariti, "favorisce la cultura dominante, sorretta dalle forze economiche e da soggetti che si impongono come determinanti", con conseguenze che la Storia ha messo ben in evidenza agli occhi di tutti. Perché "quando la cultura si arresta allo status quo, muore. E diventa un'altra cosa".

I tagli sono poi una questione di 'sistema', come ha sottolineato Emidio Greco, regista e consigliere nel direttivo dell'Associazione Nazionale Autori Cinematografici (Anac), mettendo in evidenza prima di tutto qualche cifra: "Se il FUS rimarrà a 258 milioni, al cinema spetterà il 18,50 per cento degli stanziamenti, vale a dire meno di 48 milioni, con cui si dovrà intervenire a favore della produzione, della distribuzione, dell'esercizio, per finanziare il Centro Sperimentale di Cinematografia, Cinecittà-Istituto Luce, la Mostra di Venezia, il Museo del cinema di Torino, la Cineteca di Bologna, il David di Donatello e tutte le altre centinaia di istituzioni e iniziative culturali legate al cinema. Per avere un'idea dell'inadeguatezza del finanziamento dello Stato italiano, si pensi che la Francia nel 2010 ha speso 576 milioni e nel 2011 ne spenderà 750".

Un film italiano - ha continuato Greco -  costa molto meno della metà di uno francese, e il numero delle opere prodotte oscilla sempre intorno al centinaio, senza significative variazioni di lungo periodo, mentre di queste cento, solo una sessantina hanno una diffusione che si può definire nazionale e solo 40 di una distribuzione degna di questo nome. Lo stesso discorso vale, secondo l'autore, per la quantità di biglietti staccati in un anno - sempre arroccati intorno ai 100 milioni, cioè la metà che in Francia - e per i risultati al box office del prodotto italiano, mediamente stabile al 20-25 per cento del mercato, con picchi che fanno superare il 30 per cento ma che per Greco sono da considerarsi temporanei e non indicativi di un trend.

Il cinema italiano sembrerebbe dunque incapace di spiccare il volo, frenato non solo dalle difficoltà nel comparto produttivo-distributivo ma anche dalla difficoltà di coltivare la domanda di pellicole italiane e non, osteggiato in questo fondamentale obiettivo dalla presa di distanza delle televisioni, dove la visibilità dei film di ogni nazionalità (tranne naturalmente made in Usa) è diminuita in maniera significativa. Quello che le categorie di settore chiedono è dunque un finanziamento, ma non a fondo perduto, bensì destinato a correggere gli squilibri di un mercato dei media in cui non è arduo individuare l'attore dominante e dove i lenti progressi del cinema italiano – assicura Greco – non bastano a giustificare gli entusiasmi di chi snocciola le ultime cifre del botteghino salutando prematuramente la fine della crisi.

"La soluzione sulla quale è concorde la parte più attiva e fattiva degli operatori  - ha sottolineato  Greco - è l'idea, elaborata ormai quasi cinque anni fa, di una nuova legge di sistema, incentrata sulla creazione del Centro Nazionale Cinematografico (CNC), sulla falsariga di quello francese. Un organismo che sia garantito dall'automatismo dei finanziamenti, indipendente nella gestione economica e negli indirizzi culturali, e totalmente emancipato dalla politica. Ma affinché si realizzi è necessaria l'introduzione di una tassa di scopo applicata a tutti i soggetti che utilizzano le opere cinematografiche a vario titolo e con diverse tecnologie, dal digitale terrestre, al satellite, alla telefonia e Internet. Il fine è quello di ricavare una massa critica rilevante di risorse per far fronte ai compiti previsti".

Se da ottobre si sente parlare soprattutto di tax credit e tax shelter, i nuovi movimenti nati dalla mobilitazione generale dello spettacolo tornano invece a chiedere con forza anche una riforma radicale del sistema, incentrata su normative che non vadano a  incidere solo sulla forma del finanziamento (tanto il FUS che gli sgravi fiscali provengono infatti dal bilancio dello Stato), ma sulla sua ratio e la sua origine. Ed è qui che si incappa sempre nel solito scoglio: 'tassa di scopo' o 'prelievo di filiera' significa tirare in ballo gli interessi degli attori forti del mercato, che come tutti gli interessi dominanti tendono ad essere ben consolidati e difficilmente attaccabili. Tanto più che in questi giorni gli operatori sono tornati a dividersi e a scontrarsi sul tema.

"Le ipotesi di prelievo coatto sul biglietto sono l'ecatombe dell'esercizio cinematografico" - ha replicato nei giorni scorsi Carlo Bernaschi, presidente dell'Associazione nazionale esercenti multiplex (Anem) alle ipotesi di un prelievo sul biglietto o tassa di scopo che coinvolga anche le sale. "L'esercizio cinematografico si regge su esili equilibri, ulteriori aggravi finanziari provocherebbero o l'aumento del biglietto, e quindi una diminuzione di spettatori, oppure verrebbero riversati sulle sue fragili economie. In entrambi i casi potremmo assistere alla chiusura di aziende e al licenziamento di centinaia di lavoratori. L'Anem contrasterà in ogni sede e con tutti gli strumenti a sua disposizione ogni eventuale imposizione o aggravio per le aziende rappresentate".

Dura è stata anche la risposta dell'associazione '100Autori': "L'Anem è l'associazione che rappresenta il settore più florido e in espansione dell'esercizio cinematografico. Non possiamo assistere in silenzio alla unilaterale ed egoistica rivendicazione di una delle più potenti lobby del cinema italiano, quella stessa lobby che qualche anno fa ricevette il dono dell'eliminazione della tassa sul biglietto, cui non fece mai seguito alcuna riduzione del prezzo degli ingressi al cinema. Quella stessa lobby, senza che nessuna associazione di difesa dei consumatori insorgesse, ha unilateralmente decretato l'aumento del biglietto per i film in 3D, che peraltro sono, al momento, esclusivo appannaggio della cinematografia d'Oltreoceano".

Nonostante l'azione del movimento sia rivolta sempre in primo luogo al Governo - "attendiamo che il ministro Bondi, dopo la ritrovata fiducia nei suoi confronti, si senta così forte da pretendere dal ministro Tremonti e dal Capo del Governo le cifre su cui si era precedentemente impegnato" - sono palesi gli attriti che tuttora permangono tra le diverse categorie di settore, paradossalmente, forse, più unite con i rappresentanti di altri universi che tra di loro. Una nuova legge di sistema è infatti la richiesta principale anche dei lavoratori dello spettacolo dal vivo, da tempo in attesa di vedere approdare alla discussione in Parlamento la proposta di riforma che non solo introdurrebbe tax credit e tax shelter anche nel teatro, ma che darebbe alle imprese operanti nel campo lo stesso statuto – e soprattutto le stesse agevolazioni – concesse alle PMI. 

Più in generale, quello che di interessante si può ricavare dalle prime esperienze del 'Comitato per la libertà, il diritto all'informazione, alla cultura e allo spettacolo', è l'unione di varie realtà della cultura e dell'economia italiana nel riconoscere l'inadeguatezza e le distorsioni attualmente presenti sul mercato dei media, nonché la volontà di smontare la retorica falsamente liberista dei tagli indiscriminati alla cultura che non mirano a eliminare gli sprechi ma solo gli stanziamenti tout court, anche quelli destinati alle realtà più virtuose.

Significative, a tal proposito, le parole del presidente dell'FNSI, Roberto Natale: "Non possiamo parlare del mercato italiano come di un soggetto che nella sua immensa saggezza possa decidere del torto e della ragione della cultura. La concentrazione delle risorse porta infatti ad un evidente squilibrio a favore della tv". Un problema non indifferente per un settore già ampiamente provato dalla sfida dell'online come l'editoria, ma che comunque, al pari del cinema e dello spettacolo, sta cercando di "riscrivere le regole del finanziamento pubblico, tagliando unghie e mani ai finti imprenditori e ai giornali con funzione meramente politica".