Inchiesta: Crisi economica europea

Eurolandia, aiuti ai debiti sovrani solo se "indispensabili"

Il Consiglio europeo trova un punto di equilibrio tra il rigorismo tedesco e la voglia di cooperazione dei Paesi del 'Club Med'. Ecco una piccola modifica ai Trattati secondo cui il sostegno scatta solo per salvare la moneta unica.

Crisi economica Ulisse Spinnato Vega — 20/12/2010
Fonte: Immagine dal web

Angela Merkel era ed è inflessibile. Ergo, è già un risultato non da poco l'accordo minimo raggiunto al Consiglio europeo dello scorso fine settimana sulla riforma dei Trattati e sull'istituzione di un Fondo stabile salva-Stati.

LE POSIZIONI DIVERSE. A Bruxelles si scontravano due fazioni e i leader dei 27 Paesi hanno discusso in modo animato su come ottemperare all'impegno di stabilizzare la zona della moneta unica. I premier delle nazioni del cosiddetto 'Club Med' (Portogallo, Spagna, Italia, ma anche il Belgio) hanno auspicato un maggiore coordinamento e soprattutto l'intervento comune attraverso uno strumento automatico di soccorso ai debiti sovrani, sotto attacco da parte della speculazione internazionale. Dall'altra parte, la Germania (contraria ad ulteriori esborsi in favore degli stati in debito d'ossigeno) e il nucleo dei Paesi forti dell'Europa centro-settentrionale, hanno messo l'accento sulla responsabilità finanziaria dei singoli membri.

SOLO AIUTI "INDISPENSABILI". Risultato? Il punto di equilibrio è stato raggiunto sulla proposta di una piccola modifica ai Trattati (articolo 136), modifica richiesta da Berlino per dare il via libera al meccanismo permanente salva-Stati (Esm) che entrerà in vigore nel giugno 2013, alla scadenza dell'European Financial Stability Facility (EFSF) temporaneo da 440 miliardi. La Merkel ha ceduto, ma ha chiesto che fosse inserita la clausola della concessione degli aiuti "se indispensabile". La cancelliera è stata dunque tetragona nel ribadire la linea della responsabilità dei singoli stati nel controllo dei conti pubblici. Morale? La solidarietà scatta solamente in casi estremi, quando ci va di mezzo la sorte della moneta unica.

GLI EUROBOND. Quella del vertice di Bruxelles era una tappa importante verso la riforma del Patto di stabilità e la tutela dei debiti sovrani dell'area euro. Sul tavolo resta la proposta di Jean-Claude Juncker, premier lussemburghese, e del ministro italiano dell'Economia, Giulio Tremonti, che chiedono di rafforzare il Fondo di salvataggio e di avvalersi di uno strumento come gli eurobond. Soluzione, quest'ultima, che raccoglie sempre maggiori consensi in sede Ue, e anche nella socialdemocrazia tedesca che si oppone al governo Cdu-Liberali (contrario alla proposta Juncker-Tremonti). 

Gli E-bond garantirebbero il debito dei Paesi membri e, inoltre, consentirebbero all'Europa di finanziare progetti infrastrutturali in grado di rilanciare l'economia. I titoli continentali piacciono persino al presidente polacco dell'Europarlamento, Jerzy Buzek, che nei giorni scorsi ha portato al summit di Bruxelles il sostegno dell'assemblea al fronte che si oppone al no tedesco.

IL RUOLO DI FRANCOFORTE. Intanto, la Bce si è mossa concretamente per prevenire ulteriori incendi nel territorio periferico meridionale dell'euro e ha quasi raddoppiato il suo capitale a 10,7 miliardi. Così Francoforte fa fronte ai rischi assunti con l'acquisto dei bond dei Paesi in difficoltà. La quota italiana a carico di Bankitalia è fissata in 625 milioni di euro. Sul fronte della riduzione del debito dei membri, resta in piedi la proposta della task force Van Rompuy, secondo cui ciascuno stato di Eurolandia dovrebbe abbattere in 20 anni il proprio stock fino a portarlo al 60 per cento del PIL. Per l'Italia significherebbe una manovra da 45 miliardi ogni anno a partite dal 2014. Tuttavia il Consiglio europeo sembra orientato da ammorbidire questo percorso.

NIENTE AUTOMATISMI SUL DEBITO. Si partirà in gennaio con la definizione del testo e dei regolamenti attuativi in sinergia con il Parlamento europeo. E pare che salteranno gli automatismi, anche se il debito pubblico diverrà fattore chiave per determinare la procedura per disavanzo eccessivo nei confronti di un Paese membro. Per cui rigore sì, ma in modo graduale. Si terrà poi conto, ed è una vittoria italiana, di altri fattori come il debito privato, la sostenibilità del sistema previdenziale, la stabilità delle banche e la composizione dello stesso debito pubblico.

Nell'immediato, il nostro Paese deve preoccuparsi di centrare gli obiettivi di rientro sul deficit (3 per cento al 2012). Bruxelles prevede per l'Italia un 4,3 per cento nel 2011, mentre il governo di Roma spera in un 3,9 per cento. Tuttavia il commissario europeo per gli Affari economici e monetari, Olli Rehn, ha gettato acqua sul fuoco: "Una correzione aggiuntiva da 7 miliardi sarebbe necessaria solo se ci fossero scostamenti rilevanti rispetto agli obiettivi macroeconomici e di finanza pubblica".


LINK:
- Le conclusioni del Consiglio europeo (pdf)