Inchiesta: Gioco compulsivo

Gioco compulsivo: patologia diffusa ma non riconosciuta

Dipendenze Paola Simonetti — 09/01/2009
Fonte: www.heavymind.netsons.org

Innocua, divertente, innocente. La “scommessa di strada”, appare così agli occhi della maggior parte di coloro che ne fruiscono. Impossibile collegarla istintivamente ad una possibile dipendenza patologica, come accade per sostante stupefacenti, alcol, tabacco. L’intangibilità del rischio di un’attività ludica come il gioco, relega questo pericolo nell’invisibilità, lasciando questa patologia senza riconoscimento in Italia.  

Ad invocare una vera e propria rivoluzione
culturale e un intervento serio a livello giudico, è Maurizio Fiasco, sociologo e collaboratore del Coordinamento nazionale antiusura, secondo il quale occorre un’urgente definizione istituzionale al problema, poiché “non essendo contemplato questo ambito nel nostro ordinamento, non sono possibili azioni di prevenzione o prestazioni sanitarie - spiega il sociologo -. Se uno è tossicodipendente può andare al Ser.T, ma se è dipendente dal gioco questa malattia non è riconosciuta e quindi non si può intervenire. E’ questo che bisogna cambiare”. 

Nel frattempo l’industria del gioco si specializza, investendo su una pubblicità
mirata e su una  diversificazione dell’offerta: “Per gli anziani si punta sul lotto, per le donne invece sul gratta e vinci, mentre i giovani sono indotti alle slot machine e alle scommesse. Parlando di marketing faccio un esempio: le donne si sono sempre tenute lontane dalle sale dove si scommette ai cavalli perché ritenuti ambienti prettamente maschili. Tuttavia, siccome il loro ingresso in quegli ambienti porterebbe nuovi soldi, si sta cercando in tutti i modi di rovesciare il luogo comune togliendo l’idea dell’ippica come ambito esclusivamente maschile. Questo per dire che il gioco non è una cosa innata, che viene spontanea alle persone, ma viene indotta”.

Ad offrire alla dipendenza da gioco, è stato la massiccia e capillare diffusione
della tecnologia, che ha moltiplicato le occasioni di scommessa: “Il gioco in quanto tale deve essere un’attività libera che si svolge in un luogo determinato e in un tempo stabilito – argomenta il sociologo -: infatti si andava a giocare al lotto di sabato, a Natale c’era la lotteria di Capodanno, eccetera.

Con l’aumento esponenziale dell’offerta, disponibile in qualunque luogo e
in qualsiasi momento viene a dissolversi la nozione stessa di gioco, che perde il suo valore euforizzante e ludico”. Indispensabile, dunque secondo Fiasco, che le politiche del welfare divengano coerenti su questo aspetto, “pertanto ritengo che sarebbe importante dare vita a un’azione collettiva per sensibilizzare le istituzioni: ma questa voglia di azione deve nascere da quelle persone che da questa patologia sono toccate, o circondate”.