Inchiesta: Gioco compulsivo

Gioco compulsivo: il giocatore tipo

Dipendenze Paola Simonetti — 02/05/2008
Fonte: dal web

E’ di sesso maschile, per lo più coniugato o convivente (63 per cento), lavoratore dipendente (48 per cento), dedito alla frequentazione dei casinò, con un diploma (49 per cento) o la licenza media (36 per cento). Questi i tratti principali del giocatore d’azzardo patologico italiano, secondo gli ultimi dati forniti da A.GIT.A. (associazione degli ex giocatori d’azzardo e delle loro famiglie).
La dipendenza colpisce con una incidenza rilevante la fascia di età compresa fra i 30 e i 40 anni (29 per cento), seguita dai 50-60enni (27 per cento) e dai 40-50enni (26 per cento). Meno soggetta quella under30, ferma al 10 per cento, e over60 (8 per cento). A calamitare l’attenzione dei giocatori nel 31 per cento dei casi il casinò, nel 19 le new slots (gli ex videopoker); a seguire nel 16 per cento il lotto, 13 per cento il Superenalotto.
Incidenze minori ma comunque significative, s registrano per corse di cavalli e Grattaevinci, rispettivamente con il 6 per cento, e il Totocalcio, pari al 3 per cento, mentre l’1 per cento gioca al Bingo. Da registrare anche un 2 per cento dedito agli investimenti in Borsa. “In realtà è molto frequente che chi gioca d’azzardo si dedichi a più di una tipologia di gioco – spiega Rolando De Luca, psicoterapeuta e fondatore dei gruppi di recupero dalla dipendenza da gioco operanti a Campoformido -. In particolare, secondo i nostri dati: il 49 per cento dei giocatori si dedica ad un solo tipo di gioco, il 34 per cento pratica da 2 a 3 giochi differenti e il 13 per cento  da 4 a 5; solo il 4 per cento ammette di giocare a più di cinque tipi di gioco”.
A decidere di entrare in terapia sono, nell’86 per cento dei casi, uomini, ma una preoccupante tendenza vede innalzarsi il numero delle giocatrici (25 per cento). Secondo De Luca, infatti, tenendo conto dell’attuale percentuale delle donne coinvolte n questa dipendenza, e dell’aumento, rispetto agli ultimi tre anni, di richieste d’intervento terapeutico da parte di donne, è possibile avanzare l’ipotesi che in un prossimo futuro la richiesta di aiuto da parte femminile nel nostro centro possa avvicinarsi a quella della media nazionale. “E’ interessante osservare come l’età media delle donne sia relativamente avanzata rispetto a quella dei giocatori maschi e che in molti casi esse giungono al Centro da sole, ovvero senza il supporto dei famigliari, e in condizioni estremamente critiche”.
Una volta entrati in terapia, a Campoformido la percentuale d’abbandono risulta essere molto bassa (4 per cento). Maggiormente a rischio sono le donne e De Luca spiega questo fenomeno con il fatto che “esse generalmente entrano in terapia più tardi rispetto agli uomini e in molti casi non vengono supportate dalla famiglia. D’altra parte, il rischio  d’abbandono da parte di giocatori maschi si osserva maggiormente tra i soggetti di età inferiore ai trent’anni”.
Molto pericolose, però, si rivelano le fughe tardive, dopo due o tre anni dall’inizio della terapia: “Essi dimostrano come le famiglie, una volta liberate dal sintomo dell’azzardo, non intendano analizzare ed elaborare a fondo le dinamiche disfunzionali presenti al loro interno, individuando nel solo sintomo l’origine dei propri problemi. Ad ogni modo, secondo la nostra esperienza, in tutti i casi di abbandono si verifica un più o meno repentino ritorno al sintomo”.