Inchiesta: Gioco compulsivo

Gioco d'azzardo: quando il rischio diventa patologia

Dipendenze Paola Simonetti — 09/01/2009
Fonte: www.tuxiano.com

“Mai cercata l’adrenalina. Il mio pallino erano i soldi e il successo facili”. I soldi sono arrivati, ma se ne sono andati con velocità doppia passando per le mani di Marco Baldini, deejay fiorentino, noto al grande pubblico per il sodalizio professionale con Fiorello in Viva Radio Due, corroso per anni dal tarlo del gioco d’azzardo.

Fiumi di denaro, (circa 6 miliardi delle vecchie lire, ha ammesso lo stesso Baldini) bruciati nel gran falò delle scommesse negli ippodromi, ai tavoli da poker, negli interessi da capogiro dei prestiti usurari. Dalla sua vita, messa nera su bianco in un libro pubblicato nel 2005, “Il giocatore”, è stato tratto quest’anno il film “Il mattino ha l’oro in bocca”, diretto da Francesco Patierno e interpretato da un magistrale Elio Germano. 

Una pellicola che ripercorre la scesa all’inferno di un uomo, incapace di
accontentarsi di un grande successo nel mondo della radio. “Ho giocato ogni giorno, fino a stordirmi, fino a non vedere più il valore dei soldi per inseguirne solo l’odore. Fino al degrado. Solo allora sono riuscito ad uscirne”. 

La storia di Marco Baldini, ha portato alla ribalta un fenomeno ancora in parte sommerso, che vede centinaia di migliaia di giocatori patologici in Italia, che mandano in fumo piccole fortune con i cosiddetti “giochi di strada”: gratta e vinci, slot machine, videopoker, lotterie, superenalotto, Bingo. Si stima che, ad oggi, siano tra le 700 e le 800mila le persone affette da gioco compulsivo, pari all’1-3 per cento della popolazione. 

Un fenomeno in controtendenza: se calano, infatti, i consumi familiari,
la spesa per il gioco d’azzardo invece si impenna; in sei anni è quasi triplicata passando dai 14,3 miliardi di euro del 2000 ai 35,2 miliardi del 2006. Non un caso. Il desiderio del colpo di fortuna, sottolineano gli studiosi del fenomeno, viaggia infatti in maniera direttamente proporzionale alla fatica che le famiglie fanno ad arrivare a fine mese. Per questo a spendere e ad indebitarsi di più, sono proprio le fasce deboli. Una spirale diabolica, che si rivela la prima causa in Italia del ricorso a debiti ed usura. Più il reddito è basso, infatti, più si investe nel gioco: giocano il 47 per cento degli indigenti, il 56 per cento degli appartenenti al ceto medio-basso, il 66% dei disoccupati. 


Il desiderio del “colpo di fortuna” è aumentato in maniera direttamente
proporzionale alla crescita dei diversi tipi di giochi comparsi in commercio negli ultimi anni. Si è passati, infatti, dalle tre occasioni di gioco settimanali alle 16 attuali, secondo quanto rilevato dal Conagga  (Coordinamento nazionale enti e associazioni giocatori patologici), che sottolinea come in un momento di recessione economica, è storicamente documentato che aumenti anche il ricorso alla “fortuna”. La maggior parte dei giocatori, per lo più uomini, secondo recenti stime sono persone con difficoltà economiche, che nel denaro intravedono una sorta di riscatto sociale. 

Un’illusione indotta dalla tentacolare diffusione della cultura del gioco: a far
da traino sia il pressante battage pubblicitario operato in tv, su internet e sul cellulare, che la“prossimità” di questi giochi, reperibili al bar sottocasa, alla tabaccheria vicino al droghiere, nella ricevitoria proprio accanto al fruttivendolo di fiducia.   

Tutto questo porta il nostro Paese, secondo alcuni dati Eurispes del 2005, al
primo posto nel  mondo per la spesa pro capite destinata a giochi e scommesse: oltre 500 euro a persona. Il mercato italiano rappresenta il 9 per cento di quello mondiale: in Abruzzo, Campania, Sicilia e Sardegna le famiglie investono in giochi il 6,5 per cento del proprio reddito. Cifre che fanno del gioco d’azzardo la quinta “industria” nazionale dopo Fiat, Telecom, Enel e Ifim, un introito ultramiliardario per lo Stato, che ne detiene il monopolio.

Forse proprio per questo, suppone il Conagga, si fa fatica in Italia a mettere
mano all’ordinamento giuridico per un riconoscimento ufficiale di questa forma di dipendenza, che necessità di veri e propri percorsi terapeutici. Pochi, e di matrice esclusivamente volontaristica, infatti i centri messi in piedi dall’associazionismo di settore, in cui i giocatori patologici trovano un punto di riferimento per cominciare ad uscire dalla spirale dell’azzardo.