Inchiesta: I tagli alla cultura

Tagli alla cultura: il 12 novembre porte chiuse per protesta in musei, teatri e luoghi d'arte

Federculture, Comuni e FAI uniti per protestare con una grande mobilitazione nazionale contro le norme che minano il patrimonio culturale dei territori.

Cronaca Italia Laura Croce — 05/11/2010
Fonte: react2010.wordpress.com

Musei, palcoscenici, luoghi d'arte, tutti sbarrati e bui: questo è lo scenario apocalittico che gli operatori della cultura prospettano per l'Italia e  sui cui intendono puntare i riflettori attraverso una mobilitazione nazionale che si preannuncia di vastissima scala. Il prossimo 12 novembre, sotto lo slogan 'Porte chiuse, luci accese sulla cultura' in tutto il Paese chiuderanno i battenti per un giorno musei, aree archeologiche, monumenti, sedi espositive, eventi e spettacoli di vario genere, con l'obiettivo di richiamare l'attenzione dei cittadini e dell'opinione pubblica nei confronti dei recenti provvedimenti del Governo che non solo hanno ridotto in maniera drastica i finanziamenti diretti alla cultura, ma hanno imposto anche agli enti locali norme che limitano in maniera sostanziale la loro possibilità di sopperire alla carenza dei sostegni statali.

Dopo il teatro, la lirica e il cinema, ora a protestare arrivano perciò anche Federculture (l'associazione nazionale dei soggetti pubblici e privati che gestiscono le attività legate alla cultura ed al tempo libero) ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) e FAI (Fondo per l'Ambiente Italiano), anche se l'iniziativa ha già cominciato a diffondersi a macchia d'olio raccogliendo l'adesione non solo di città quali Roma, Venezia, Torino, Genova, Siena, Ferrara, Bari, Alghero e Matera, ma anche organismi quali il Museo Maxxi di Roma, La Triennale di Milano, la Fondazione Museo del Design e tanti altri.

Oggetto delle preoccupazioni di questo vasto assortimento di realtà ed enti di diversa natura e orientamento politico, è  in particolare l'ultima manovra finanziaria, ossia il decreto legge 78/2010 già assurto all'attenzione della cronaca lo scorso maggio e ora convertito nella legge numero 122 del 2010, in cui sono contenuti una serie di articoli che renderanno impossibile "attuare politiche culturali" - come si legge nel comunicato diramato dai promotori dell'iniziativa - sia a livello nazionale, con un Ministero per i beni e le attività culturali ridotto ai minimi termini (1,5 miliardi di budget, pari a circa lo 0,21% del bilancio statale e a una spesa procapite di 25 euro, più o meno la metà di quei 46 spesi in Francia per la cultura), sia a livello locale.

Su questo fronte sono sotto accusa le norme che "impongono un tetto di spesa per l'organizzazione delle mostre pari al 20% di quanto speso dall'amministrazione nel 2009, tagliando di fatto dell'80% le risorse (Art. 6, commi 7, 8, 9, 12 e 13), quelle che obbligano i comuni sotto i 30mila abitanti allo scioglimento delle società dagli stessi costituite (Art. 14, comma 32) ed infine quelle che fissano limiti alla composizione dei consigli di amministrazione, ostacolando la partecipazione dei privati alla gestione delle aziende culturali (Art. 6 commi 5 e 6)". Regole che colpiscono indiscriminatamente realtà in perdita e realtà virtuose, su cui magari i territori hanno puntato il proprio rilancio economico, turistico e di immagine, ma soprattutto che non tengono conto di come neppure la crisi abbia abbattuto la domanda di cultura (il 7% delle scelte di spesa complessive degli italiani nel 2009), dimostrandosi uno dei capisaldi su cui puntare per rimettere in moto il Paese. 

"Tremonti dice che la cultura non si mangia, però crea evidentemente indotto, e soprattutto fornisce un alimento immateriale, cioè conoscenza e benessere", ha ribadito a proposito Roberto Grossi, Presidente di Federculture, presentando ieri l'iniziativa del 12 novembre all'Auditorium di Roma insieme ad Andrea Ranieri, Assessore alla Cultura del Comune di Genova e delegato ANCI per la Cultura, e Umberto Croppi, Assessore alle politiche culturali e alla comunicazione del Comune di Roma.

"Quando un'azienda è in crisi, di solito si concentra sul suo core business, cioè su quello che maggiormente identifica e caratterizza la sua attività. Il core business dell’Italia è la cultura", ha dichiarato anche Ranieri, ricordando come "chi è stato all'Expo di Shangai, sa che l'Occidente non ha fatto un gran figura: è stata l'esposizione della Cinea, dell'India e di altri Paesi emergenti. L'Italia però se l'è cavata un po' meglio della media, ha attirato circa 7 milioni di visitatori sui 700 totali perché ha portato lì tanta lirica e tanta arte, che hanno fatto da traino agli altri prodotti. La cultura dunque fa business, ma non si produce con gli strumenti del mercato. Funziona solo se viene sentita come un valore in sé, come un fine e non come un mezzo".

C'è poi un altro dato, non ideale ma economico, che secondo Ranieri non viene tenuto in conto dalla manovra finanziaria, vale a dire che "c'è più privato laddove c'è più pubblico. Io che sto provando a salvare il Teatro Carlo Felice di Genova, incontro difficoltà a ristrutturare e coinvolgere sponsor privati nel progetto  soprattutto perché non so a quanto ammonterà l'anno prossimo il FUS", il Fondo Unico per lo Spettacolo che  ormai ogni anno subisce ingenti tagli dal Governo in carica. Il tema della cultura si unisce poi a quello delle città, ed è per questo che l'ANCI ha deciso di aderire alla protesta: "Molti sono i comuni, anche provenienti da una tradizione industriale come Genova e Torino, che hanno deciso di puntare la ripresa valorizzando le proprie risorse culturali. Questa legge  li piva della propria capacità decisionale entrando nel dettaglio delle iniziative che si possono finanziare. È in gioco la natura del federalismo del Paese e del ruolo della cultura nel  federalismo".

Croppi ci tiene invece a sottolineare che quella del 12 novembre non intende essere "un'azione generica di protesta e sensibilizzazione", ma un'azione specifica rivolta a un provvedimento di legge altrettanto specifico, e distingue bene la legge 122/2010, meglio nota come manovra finanziaria, dalla legge finanziaria dello Stato italiano, che deve essere ancora approvata e che secondo l'Assessore capitolino porterà ad altra mobilitazione, in quanto dice di essere venuto a conoscenza di "punti che mettono in imbarazzo gli stessi membri della maggioranza". Ora però non si parla di quello né di "tagli", bensì di quel pacchetto di "norme impositive per le amministrazioni pubbliche", e che non riguardano in realtà solo la cultura ma tutte le aziende che i settori di intervento degli enti locali.

La cultura, tuttavia, risulta esserne particolarmente colpita a causa di previsioni "più stringenti, che sono assurde e che producono effetti immediati", come quella che riguarda  la spesa dei comuni per le mostre o il numero di membri nei CdA degli organismi più o meno afferenti al settore pubblico che si occupano di eventi culturali. Croppi ne denuncia prima di tutto la scarsa chiarezza, che ha portato a una proliferazione di atti interpretativi e a una sostanziale difformità applicativa nei vari comuni del territorio italiano. Per questo chiede, insieme agli altri promotori dell'iniziativa, "l'abrogazione semplice e pura di questi articoli che non provocano risparmi ma danni economici", e che dimostrano anche una sostanziale "improprietà di lessico e una scarsa conoscenza del modus operandi delle istituzioni", per cui se si vieta di finanziare le non meglio specificate "mostre" è probabile che le sovvenzioni non spariscano ma si spostino semplicemente su eventi con altre diciture tipo "festival" e "rassegne".

La ratio secondo Croppi "è il preconcetto secondo cui la pubblica amministrazione utilizza alcuni strumenti finanziari a scopo indebito, secondo cui le mostre sono  marchette e le missioni delle vacanze pagate dai contribuenti". Peccato che ponendo limiti alla spesa per determinate attività non di elimini il problema ma lo si sposti semplicemente in altri ambiti. Quindi "ben vengano i controlli", come conclude Croppi "ma non quegli interventi che pretendono di colpire gli sprechi in maniera collaterale".

LINK
- Il dossier di federculture su tagli e fondi