Inchiesta: I tagli alla cultura

Tagli alla cultura: decreto Bondi, dalla censura al FUS

Il nuovo provvedimento le risorse del FUS saranno indirizzate solo ad opere prime e seconde, a cortometraggi e documentari, ridimensionando così il sostegno diretto alla cinema italiano. Unica novità, il divieto per i minori di 10 anni.

Cronaca Italia Laura Croce — 18/08/2010
Fonte: Flickr

La cronaca, soprattutto quella che tratta di cultura e spettacolo, ha spesso la memoria corta, ma i più attenti forse ricorderanno come appena un anno fa, più o meno di questo periodo, il cinema italiano stesse alzando fuoco e fiamme per difendere il contributo dello Stato al settore della settima arte, storicamente dotato di risorse esigue e di altissimi fattori di rischio.  

Le minacce di ritirare i film dal Festival di Venezia, i blitz degli attori alle conferenze stampa e il clamore mediatico sono infatti svaniti nel nulla, lasciando passare indisturbate le notizie riguardo ai tagli alla cultura e all'ulteriore decurtamento del FUS, il Fondo Unico per lo Spettacolo con cui il Mistero per  i Beni e le Attività Culturali (Mibac) gestisce i finanziamenti pubblici al settore dello spettacolo.

L'unica novità che ha trovato eco è stato invece il divieto ai minori di 10 anni che Sandro Bondi ha voluto includere nel suo disegno di legge approvato a fine luglio dal Consiglio dei Ministri. Un documento che in realtà va a toccare corde ben più fondamentali del sistema cinema, modificando alcuni punti sostanziali della recente riforma Urbani (d. lgs 28 del 2004), oltre che naturalmente delle norme del '62 sulla censura.

IL NUOVO PROVVEDIMENTO. Come già annunciato dallo stesso ministro a inizio estate, il nuovo provvedimento ridimensiona in maniera drastica il sostegno diretto alla cinematografia italiana: le risorse provenienti dal FUS infatti non saranno più indirizzate a tutti i film ma soltanto alle opere prime e seconde, ai cortometraggi e ai documentari. E al contrario di quanto che avviene oggi, i finanziamenti saranno a fondo perduto, ovvero non saranno più recuperati dallo Stato nemmeno sotto forma di diritti sulle opere sostenute. Vengono inoltre eliminati i contributi automatici e il cosiddetto 'reference system', cioè il sostegno erogato in base al curriculum artistico del cast e della produzione e ai risultai al botteghino: uno dei vanti principali della riforma Urbani, che in questo meccanismo non discrezionale vedeva la fine di clientelismi e di aiuti stanziati solo per affinità ideologica più che per il reale valore dell'opera.

SNELLIMENTO DELLE COMMISSIONI FUS. Naturalmente, vista la cura dimagrante subita dai fondi erogati via FUS, anche le commissioni responsabili della loro attribuzione sono destinate a subire uno snellimento radicale. È infatti previsto il loro accorpamento in un organo consultivo unitario, presieduto dal Direttore Generale Cinema e composto da non più di otto esperti del settore, per i quali non è previsto nessun tipo di rimborso o di gettone di presenza. Sarà questa nuova commissione a decidere l'attribuzione dell'interesse culturale nazionale  e la qualifica di film d'essai, due 'bollini' prima assegnati contestualmente e ora invece oggetto di valutazioni separate. "Razionalizzazione" anche per quanto riguarda il sostegno a festival, eventi e manifestazioni, che sarà erogato soltanto ai soggetti iscritti a un apposito "registro delle istituzioni culturali aventi rilievo nazionale", secondo criteri di ammissione dettati anch'essi dal  Mibac.

Detto ciò, come farà il cinema italiano a mantenersi? Sicuramente con gli
sgravi fiscali (tax credit e tax shelter, ossia il credito d'imposta e la detassazione degli utili investiti in produzioni cinematografiche), divenuti il cuore di ogni dibattito in materia ormai da quando i produttori li hanno eletti a nuova panacea della cinematografia nostrana. Il rinnovo del provvedimento fino al 2013 è stato infatti già garantito da Bondi, ma sarà oggetto di un apposito decreto ministeriale. 

Come si presagiva già nei mesi scorsi insomma, il finanziamento diretto al cinema cede il passo alle misure di natura fiscale e alle Regioni, sempre più indaffarate ad attirare nei propri territori le produzioni attraverso l'intenso lavoro delle Film Commission. Il cambiamento non è secondario, e soprattutto è salutato dal Governo e da alcuni analisti come un sistema maggiormente imprenditoriale, destinato a porre fine a favoritismi di tipo politico o semplicemente clientelare. Ma a guardare più a fondo, il nuovo assetto del settore non sembra poi così diverso nella sostanza.

'TAX CREDIT' E 'TAX SHELTER'. Prima di tutto, con buona pace dei vari Brunetta e di chi considera inutili gli stanziamenti per la cultura, il 'tax credit' e il 'tax shelter' non significano un minore esborso di denaro pubblico, poiché il mancato gettito fiscale costa all'erario esattamente quanto un fondo ministeriale. Anzi, forse anche di più, considerando che l'entità del credito d'imposta varia a seconda del numero dei film richiedenti e del budget degli stessi (in media tendente all’aumento, secondo gli ultimi dati delle associazioni di settore); senza considerare poi la perdita in termini di diritti sulle opere prodotte,  misura sicuramente positiva per gli operatori del mercato ma comunque da segnalare tra i minus per lo Stato.  

EROGAZIONE SGRAVI FISCALI. Il nodo più problematico, tuttavia, è costituito sempre dal metodo di "erogazione" degli sgravi fiscali, obbligati dalle norme europee a passare comunque sotto il filtro dell'interesse culturale nazionale. Molti si sono stagliati contro tale imposizione comunitaria, ma questo è da sempre l'orientamento Ue in materia di politiche culturali: gli aiuti finanziari dello Stato sono ammessi solo in quanto volti a tutelare prodotti di un certo valore artistico e identitario, altrimenti sarebbe come sostenere un'industria qualsiasi attraverso meccanismi distorsivi della concorrenza e perciò inaccettabili nel libero mercato europeo.

PER GODERE DEL SOSTEGNO STATALE, quantunque indiretto, i film devono quindi sottoporsi a una valutazione in merito alla loro qualità culturale, affidata come sempre alla famosa commissione costituita presso il Mibac. Un organo che in teoria dovrebbe essere tecnico e indipendente, ma che in pratica e soprattutto col nuovo ddl Bondi può dare adito a più di un dubbio sulla propria effettiva neutralità ed autonomia. L'idea di far presiedere la commissione  unificata dal Direttore Generale per il Cinema (di nomina ministeriale e dunque di espressione governativa) non depone certo a favore dell'istituzione, e a ben vedere neanche il fatto che ai suoi membri non venga concesso nessun tipo di rimborso spese. Come si è già chiesta la stampa  più attenta, la previsione del disegno di legge lascia infatti presagire o che i commissari saranno tutti residenti a Roma, o che il prestigio (o l'interesse?) a sedere nell'istituzione siano tali da spingere i maggiori esperti del settore a partecipare a proprie spese alle attività della commissione.

IL CINEMA D'ESSAI E FILM DI 'INTERESSE CULTURALE NAZIONALE'. Altro indizio poco chiaro è lo scorporo della qualifica d'essai da quella di film d'interesse culturale nazionale, che riporta pericolosamente alla mente il caso 'Natale a Beverly Hills'. Si tratta dalle polemiche suscitate lo scorso inverno dalla decisione di attribuire anche al cinepanettone di De Laurentiis l'interesse culturale nazionale, poi ritirato in un secondo momento dalla commissione a seguito - questo il motivo ufficiale - della "visione della copia campione". 
Gran parte del polverone mediatico di allora scaturì proprio dal fatto che con tale riconoscimento ministeriale, il film avrebbe avuto automaticamente accesso anche al circuito dei cosiddetti "schermi di qualità", cioè delle sale che ricevono un contributo dallo Stato per la loro programmazione "difficile" e improntata al valore artistico più che commerciale delle pellicole. Ma con le nuove previsioni del ddl Bondi, tali incresciosi incidenti non rischiano certo di ripetersi: la commissione ministeriale sarà finalmente libera di riconoscere l'interesse nazionale  (e quindi di aprire l'accesso agli sgravi fiscali) alle più discutibili commedie stagionali senza incorrere nelle ire dei cinema d'essai.

FONDO PERDUTO PER GLI ESERCENTI. La proposta di legge di Bondi elimina i contributi in conto capitale (cioè a fondo perduto) e andando così a rendere ancora più drammatica la situazione delle sale urbane che proiettano film di qualità, ormai assediate dai multiplex e dalla concorrenza del 3D.

DIVIETO AI MINORI DI 10 ANNI. Infine nel ddl - che dovrebbe passare alle Camere in autunno e che quindi per ora non ha alcun valore di legge - c'è la famosa questione del divieto ai minori di 10 anni. A tal proposito è importante sottolineare come non si tratti solo di una mera questione di principio ma anche economica: a ogni divieto in cui incappano, i film non perdono solo una fetta di potenziale pubblico cinematografico, ma anche il loro valore commerciale complessivo, poiché non trasmettibili dalle tv in determinate fasce orarie. 
Quelli vietati ai minori di 18 anni (sostanzialmente la pornografia) non possono proprio essere programmati in chiaro, mentre quelli non consentiti ai minori di 14 devono rimanere fuori dalla fascia protetta, perdendo di valore pubblicitario e finendo per essere acquistati dalle emittenti a prezzi molto più vantaggiosi (con danni non indifferenti per chi opera negli anelli precedenti della filiera cinematografica). Rimane dunque da vedere a quale proibizione riguardo al palinsesto televisivo andrebbero soggetti i film vietati ai minori di 10 anni, posto che il provvedimento ha più di un assonanza con la proposta di qualche tempo fa di vietare il 3D ai bimbi al di sotto dei 6 anni: una misura nel migliore dei casi iper-garantista, nel peggiore quasi protezionistica rispetto alle maggiori produzioni hollywoodiane.

Per quanto riguarda le affermazioni di Bondi secondo cui il nuovo divieto avvicinerebbe l'Italia agli altri Paesi, è forse bene ricordare che il principale produttore dei film contestati dalle associazioni dei genitori ('Avatar', 'Twilight' ecc.), cioè gli Stati Uniti, non hanno nulla di paragonabile al visto censura dato il loro radicale attaccamento alla libertà di espressione sancita nel primo emendamento della costituzione americana. Oltreoceano è l'associazione dei produttori a indicare per ogni film l'età consigliata per la visione, in modo da non incorrere in alcuna possibile azione legale, senza però vietare nulla a nessuno.

Il Paese europeo di riferimento nel settore cinema, cioè la Francia, ha invece un "visto di sfruttamento" che prevede divieti per i minori di 16 e 12 anni più una categoria a parte per la pornografia e i film con sequenze estremamente violente. Il sistema francese corrisponde quindi più o meno a quello da noi già vigente, con limitazioni per le fasce d'età adolescenziali e preadolescenziali. 
Ciò potrebbe indurre una piccola riflessione: mentre tra i 12 e i 18 anni è abbastanza plausibile che i ragazzi vogliano recarsi al cinema da soli o in comitive, è assai meno frequente il caso di bambini di 10 anni lasciati liberi di andare a vedere film non adatti alla propria sensibilità. Più che costituire una chiara proibizione per gli esercenti, un divieto ai minori di 10 anni suona più come una prescrizione cogente per i genitori, con una commissione ministeriale incaricata di decidere in toto quali film siano adatti ai bambini e quali no. Al di là degli effetti radicali di una norma del genere sul mercato, bisognerebbe soprattutto capire se non sia più opportuno lasciare tale compito educativo alle famiglie. Fosse solo per una questione di allenamento, considerando che lo stesso identico problema si ripropone con tv, dvd, libri e altri media.  

DOCUMENTI
- Riforma della disciplina in materia di attività cinematografiche (d. lgs 28 del 2004)