Inchiesta: I tagli alla cultura

Tagli alla cultura: Geppy Gleijeses, "Nessuno vuole una legge sul teatro"

In questa intervista il direttore del Quirino ricorda l'importanza dell'ETI senza risparmiare critiche alla "dimensione elefantiaca" dell'organismo pubblico e alle rendite di posizione esistenti nello spettacolo dal vivo.

Cronaca Italia Laura Croce — 21/06/2010
Fonte: Immagine dal web

Non si ferma il botta e risposta tra L'Ente Teatrale Italiano (ETI) e il ministero per i Beni e le attività culturali (MiBAC) che, appoggiando la linea Tremonti, continua a lanciargli accuse di sprechi, fallimenti e inutilità. Negli ultimi giorni a ribadirle è stato soprattutto il Sottosegretario, Francesco Giro, e puntuale è arrivata la risposta dell'Ente che in un comunicato stampa ha riepilogato le numerose attività svolte e ha ricordato come "L'ETI ha un bilancio, come la legge prevede, pubblico e unico che riporta in allegato il dettaglio sulle voci di entrata e di uscita dei teatri direttamente gestiti. Il bilancio è sano e in pareggio e la gestione dell'ETI viene vigilata dal MiBAC e dal ministero dell'Economia e delle finanze". 

Seguono le cifre: nel 2009 le entrate correnti sono state più di 16 milioni di Euro, "provenienti da fonti diversificate, compreso lo sbigliettamento dei teatri", che in quella stagione hanno incassato più di 3 milioni e mezzo. Le uscite sono state così ripartite: per il personale, meno del 40 per cento delle entrate complessive, per un totale di poco superiore ai 6 milioni e mezzo di Euro; meno di un milione per spese di funzionamento; circa 7 milioni, pari a più del 40 per cento del budget, per attività e prestazioni istituzionali; poco più di 163mila euro per quelle che Francesco Giro ha definito 'le poltrone', cioè le uscite relative agli Organi dell'Ente: i compensi del Presidente, del CdA, dei componenti del Collegio dei Revisori, nonché le spese di viaggio degli Organi Collegiali fuori sede.

In realtà, ormai sembra quasi un appuntamento fisso di inizio estate: appena si comincia a parlare di bilancio, l'attuale maggioranza non disdegna di sforbiciare la cultura, mentre il mondo dello spettacolo insorge - più o meno unito -  per difendere l'importanza di un settore considerato vitale per l'istruzione e la sopravvivenza civile del Paese. La prevista soppressione dell'ETI è solo l'ultimo capitolo di una battaglia che deriva da una più profonda questione sistemica. È vero che nella cultura ci sono rendite di posizione da abolire? I tagli generalizzati sono una soluzione efficace o sarebbero più opportune misure non meramente congiunturali? Che fine ha fatto il disegno di legge di riforma dello spettacolo dal vivo caldeggiato dai deputati del PdL Luca Barbareschi e Gabriella Carlucci? Lo abbiamo chiesto a Geppy Gleijeses, che dirige il Teatro Quirino da quando è stato dismesso dall'ETI per passare a gestione privata.

Geppy Gleijeses, il Sottosegretario Francesco Giro ha dichiarato che la dismissione del Teatro Quirino a privati è un chiaro segno del fallimento dell'ETI.
"In realtà l'episodio del Quirino è stato un segno di grande successo. Prima che vincessimo il bando, quando rientrava ancora tra le strutture facenti capo all'ETI, il Quirino era già il primo teatro di Roma. Oggi è diventato il primo teatro di prosa in Italia, e questo vuol dire che il lavoro dell'ETI negli scorsi anni è stato ottimo. Dall'Ente abbiamo 'ereditato' anche 17 dipendenti, di cui ultimamente si parla come se fossero i classici impiegati statali che pesano sui bilanci e sulle aziende, invece hanno grande competenza e abilità. Non nego che siano parecchi, ma si tratta di collaboratori di grande qualità". 

È da considerarsi un fallimento il fatto che l'ETI abbia dismesso un teatro pubblico e stia cercando di fare lo stesso con il Duse di Bologna?
"Non può essere un fallimento per il semplice motivo che l'ETI non è più un Ente di distribuzione. Il cambiamento è stato sancito da una direttiva del ministro Rutelli poi recepita da Bondi, che lo ha trasformato in un organismo di promozione e progettualità. Entrambi compiti che  l'ETI svolge egregiamente, anche se forse non pubblicizza abbastanza la sua enorme mole di lavoro per portare il teatro italiano all'estero, per sostenere i giovani artisti e per l'educazione del pubblico. L'iniziativa del Teatro monografico avviata quest'anno al Valle  di Roma è un ottimo esempio dell'inversione di tendenza vissuta dall'Ente: non essendo più un semplice distributore di spettacoli, l'ETI ha tentato di diversificare la sua offerta rispetto alle programmazioni tradizionali, proponendo appunto rassegne su specifici autori piuttosto che il solito mix di testi e generi. Anche perché dovendosi occupare di promozione, non aveva senso fare concorrenza ai teatri privati. L'ETI è diventato invece un'importante vetrina del teatro nazionale, anche se la funzione pubblica e la struttura elefantiaca non agevolano di certo l'attività teatrale e gli incassi". 

Ha detto struttura elefantiaca: esistono sprechi e situazioni di privilegio, sia nell'ETI che nel teatro italiano, che sono davvero da riformare?
"Per quanto riguarda l'ETI, non mi viene in mente nulla, se non che effettivamente ha troppi dipendenti. Il solo Valle ha 60 addetti, di cui 30 lavorano in teatro e altri 30 in sede centrale, mentre per una struttura del genere ne basterebbero 11-13. Non si tratta di un problema della gestione attuale, sono stati assunti tanti anni fa e l'Ente continua a portarsi dietro questo 'fardello'. Rispetto al teatro italiano dobbiamo fare pulizia al nostro interno: ci sono attori che prendono più di 4mila euro al giorno. Molti di questi vengono dal cinema, ed è impensabile che un attore lasci il cinema per venire a fare mambassa in teatro, dove le risorse sono scarsissime. È ridicolo anche che un regista come Franco Zeffirelli sostenga l'abolizione del FUS [Fondo Unico per lo Spettacolo, lo strumento con cui i lo Stato eroga  il proprio contributo annuale al teatro e agli altri settori dello spettacolo n.d.r.] e poi chieda un milione di euro per una regia all'Arena di Verona, che si finanzia anch'essa attraverso il fondo ministeriale. Sono ridicoli i tenori che chiedono 20mila euro a recita, o i coristi che chiedono l'indennizzo corazza, se devono indossarne una in scena, o l'indennizzo lingua, se devono recitare in una lingua diversa dalla loro". 

Recentemente ha parlato anche di "rendite di posizione".
"Ci sono compagnie morte da tempo che continuano ad ottenere contributi anche se non si ha evidenza pubblica del loro lavoro, non si sa dove portino in scena gli spettacoli. Trovo inaccettabile, inoltre, che le pagine dei giornali abbiano dato tanto spazio ad Alessandro Baricco che, dopo aver goduto di ampi finanziamenti dalla quota cinema del FUS per un film che ha incassato pochissimo, si è permesso di dire che il denaro pubblico destinato al teatro dovrebbe andare alle scuole o peggio ancora alla tv. Il ché ha dato la stura alle farneticazioni di tanti pseudointellettuali". 

Quindi non si può pensare di fare a meno dei fondi pubblici?
"Non se vogliamo continuare a fare teatro al nostro livello, che non ha nulla da invidiare agli altri Paesi europei. Se l'Italia vuole mantenere il proprio rango, che è quello di autori come Pirandello, allora c'è bisogno del sostegno dello Stato, perché col botteghino si fa poco e niente. Al botteghino riescono a sopravvivere solo Gigi Proietti, nel migliore dei casi, e i Fichi d'India, nel peggiore. Non che abbia qualcosa contro i Fichi d'India, ma l'arte teatrale è un'altra cosa. E la qualità si paga, anche a livello tecnico, in termini di costumi, scene, illuminazione, attori… Anche perché lo Stato da noi pretende tanto: solo l'Iva sui biglietti staccati è pari al 10 per cento. Se poi contiamo anche Enpals, Inps ecc, restituiamo allo Stato almeno cinque volte quello che ci viene concesso. I tagli trasversali, generalizzati, non servono assolutamente a nulla".

Per quanto riguarda la proposta di Gabriella Carlucci e Luca Barbareschi per una legge di riforma del settore dello spettacolo dal vivo?
"Il disegno di legge Carlucci-Barbareschi era ottimo. È dalla nascita della Repubblica italiana che si tenta di fare una riforma normativa del settore senza mai riuscirci. Ricordo anche la proposta di legge di Strehler o la più recente di Veltroni: tutti ottimi testi mai andati in porto perché nessuno vuole una legge sul teatro. Anche la Carlucci-Barbareschi è rimasta ferma in Commissione nonostante avesse ricevuto il parere favorevole dei rappresentanti di tutti le forze politiche".   

Cosa cambierebbe una riforma del genere nel contesto attuale?
"Sinteticamente, il testo prevede cambiamenti importanti, come l'equiparazione delle imprese teatrali con le piccole e medie imprese, con la possibilità di accedere a tutte le agevolazioni previste per questa categoria. Poi anche sgravi fiscali sotto forma di credito di imposta e abolizione di molte posizioni di rendita. Insomma, ci sarebbero finalmente delle vere regole".

Oggi, quindi, ci sono solo i tagli, senza regole.
"Esattamente".